10 Febbraio: Giornata del ricordo in commemorazione delle Foibe. Ma di cosa parliamo parlando di Foibe?

Il 10 Febbraio si celebra la Giornata del ricordo, in memoria delle vittime e dei massacri delle Foibe. Celebrazione utile, anche, per meglio interpretare la storia e sopratutto per cercar di capire, finalmente, che nelle guerre non c’è “il bene contro il male”, ma giusto tanti tantissimi innocenti che vengono massacrati, da una parte e dall’altra: non ci sono eroi, ma solo assassini; che con la scusa si ideali o ideologie, danno sfogo alla loro bestialità (seppur certe cose nemmeno gli animali le farebbero).

Come hanno ammazzato i fascisti, lo hanno fatto i comunisti : quando si parla di partigiani, in pochi sanno realmente di cosa parlano, ma creando piuttosto di parlare dei protagonisti di un film americano che scendono a salvare il mondo: non è così! c’eran si gente che scese dalla montagna per combattere l’oppressore, anarchici, ma c’eran anche fascisti della prima ora delusi dal patto con Hitler, c’eran balordi, e non pochi pagati come mercenari, c’eran comunisti e mafiosi…

Non è quindi una giornata per celebrare dei fascisti ammazzati, e nemmeno forse italiani massacrati, ma solo per ricordare lo schifo della guerra e l’ingiusta morte di tanti troppo esseri umani.

Di cosa parliamo quindi quando parliamo di Foibe?

I massacri delle foibe (in sloveno pokoli fojbe, in croato masakri fojbe, in serbo: mасакри фоибе masakri foibe?) sono stati degli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, avvenuti durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati “foibe”.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, territori del Regno d’Italia prima occupati dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito e successivamente annessi dalla Jugoslavia. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Per estensione i termini “foibe” e il neologismo “infoibare” sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi. Si stima che le vittime in Venezia Giulia e nella Dalmazia siano state circa 11.000, comprese le salme recuperate e quelle stimate, più i morti nei campi di concentramento jugoslavi.

Gli eccidi delle foibe e il successivo esodo costituiscono l’epilogo di una secolare lotta per il predominio sull’Adriaticoorientale, che fu conteso da popolazioni italiane e slave (prevalentemente croate e slovene, ma anche serbe). Tale lotta si inserisce all’interno di un fenomeno più ampio (un caso analogo è quello dell’espulsione dei tedeschi dopo la seconda guerra mondiale) che fu legato all’affermarsi degli stati nazionali in territori etnicamente misti e dove, secondo alcuni storici, l’identità e l’etnia degli individui e delle popolazioni erano più processi costruiti politicamente che dati immutabili e naturali.

Alcuni storici hanno interpretato questi atti, quasi tutti verificatisi nell’Istria meridionale (oggi croata), come una sorta di jacquerie, quindi di rivolta spontanea delle popolazioni rurali, in parte slave, vendetta per i crimini di guerra subiti durante il periodo fascista; altri, invece, hanno interpretato il fenomeno come un inizio di pulizia etnica nei confronti della popolazione italiana.
In ogni caso queste azioni furono un preludio all’azione svolta in seguito dall’armata jugoslava.
Alcuni storici (come il francese Michel Roux) asserirono che vi era una similitudine tra il comportamento contro gli italiani nella Venezia Giulia ed a Zara e quello promosso da Vaso Čubrilović (che divenne ministro di Tito dopo il 1945) contro gli Albanesi della Jugoslavia.

«Con la fine della guerra a questi si aggiunsero gli appartenenti alle unità fasciste che avevano operato agli ordini dei nazisti, soprattutto ufficiali, e il personale politico fascista che aveva collaborato con i nazisti… La borghesia italiana se ne andò… in quanto la trasformazione socialista della società presupponeva la sua espropriazione… numerosi anche coloro che erano arrivati in Istria dopo il 1918 al servizio dello Stato italiano e che seguirono questo Stato (ovvero l’impiego) quando dovette abbandonare la regione»
(Sandi Volk, Esuli a Trieste, op. cit.)
Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

 Istria, Storia della Dalmazia, Lingua slovena in Italia, Toponimi italiani dell’Istria, Toponimi italiani della Dalmazia e Toponimi italiani della Liburnia, Morlacchia e Quarnaro.

L’Impero carolingio nel 791
Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) le popolazioni romanizzate dell’Istria e della Dalmazia rimasero in balìa di alcune tribù bellicose, principalmente Avari e Slavi. I primi insediamenti di popolazioni slave, giunte a seguito degli Avari, risalgono al IX secolo (sia in Istria che in Dalmazia).

Alla fine del VIII secolo l’Istria interna e i dintorni, furono conquistate infatti da Carlo Magno: poiché tali terre erano scarsamente popolate, in quanto impervie, i Franchi e successivamente le autorità del Sacro Romano Impero vi consentirono l’insediamento degli slavi. Ulteriori insediamenti di slavi si verificarono in epoche successive; per quanto riguarda l’Istria, ad esempio, in seguito alle pestilenze del XV e XVI secolo.

Le comunità ladine che popolavano l’area di Postumia, Idria e dell’alto Isonzo sono scomparse dal Rinascimento, assimilate dalle popolazioni slave. Del resto intorno all’anno 1000 tutta la valle dell’Isonzo, fino alle sue sorgenti nelle Alpi Giulie, era popolata in maggioranza da popoli ladini.

L’Italia nel 1796
La Repubblica di Venezia, tra il IX e il XVIII secolo, estese il suo dominio (suddiviso in tre aree amministrative: il Dogado, i Domini di Terraferma e lo Stato da Mar) soprattutto sulle cittadine costiere dell’Istria, nelle isole del Quarnaro e sulle coste della Dalmazia, che erano abitate da popolazioni romanizzate fin dai tempi più antichi.

Fino al XIX secolo gli abitanti di queste terre non conoscevano l’identificazione nazionale, visto che si definivano genericamente “istriani” e “dalmati”, di cultura “romanza” oppure “slava”, senza il benché minimo accenno a concetti patriottici oppure nazionalistici, che erano sconosciuti.

Vi era una differenza di carattere linguistico-culturale tra città e costa (prevalentemente romanzo-italiche) e le campagne dell’entroterra (in parte slave o slavizzate). Le classi dominanti (aristocrazia e borghesia) erano dovunque di lingua e cultura italiana, anche qualora di origine slava. Nella Venezia Giulia, oltre che l’italiano, si parla anche la lingua veneta, la lingua friulana, la lingua istriota e la lingua istrorumena, mentre in Dalmazia era comune la lingua dalmatica, che si estinse nel 1898, con la morte dell’ultimo parlatore, Tuone Udaina.

 Croatizzazione, Dalmati italiani e Questione adriatica.
Fino all’Ottocento, in Venezia Giulia e Dalmazia, le popolazioni di lingua romanza e slava convissero pacificamente. Con la Primavera dei popoli del 1848-49, anche nell’Adriatico orientale, il sentimento di appartenenza nazionale cessò di essere una prerogativa delle classi elevate e cominciò, gradualmente, a estendersi alla masse. Fu solo a partire da tale anno che il termine “italiano” (ad esempio) cessò, anche in queste terre, di essere una mera espressione di appartenenza geografica o culturale e cominciò ad implicare l’appartenenza a una “nazione” italiana. Analogo processo subirono gli altri gruppi nazionali: si vennero pertanto a definire i moderni gruppi nazionali: italiani, sloveni, croati e serbi.

Tra il 1848 e il 1918 l’Impero Austroungarico – in particolar modo dopo la perdita del Veneto a seguito della Terza guerra d’Indipendenza (1866) – favorì l’affermarsi dell’etnia slava per contrastare l’irredentismo (vero o presunto) della popolazione italiana. Nel corso della riunione del consiglio dei ministri del 12 novembre 1866 l’imperatore Francesco Giuseppe delineò compiutamente in tal senso un piano di ampio respiro:

«Sua maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico.»
(Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971, vol. 2, p. 297.)
In conseguenza della politica del Partito del Popolo, che conquistò gradualmente il potere, in Dalmazia si verificò una costante diminuzione della popolazione italiana, in un contesto di repressione che assunse anche tratti violenti. Nel 1845 i censimenti austriaci (peraltro approssimativi) registravano quasi il 20% di Italiani in Dalmazia, mentre nel 1910 erano ridotti a circa il 2,7%. Tutto ciò spinse sempre più gli autonomisti a identificare se stessi come italiani, fino ad approdare all’irredentismo.

Dopo la nascita del Regno d’Italia, il sorgere dell’irredentismo italiano portò il governo asburgico, tanto in Dalmazia, quanto in Venezia Giulia, a favorire il nascente nazionalismo di sloveni  e croati, nazionalità ritenute più leali e affidabili rispetto agli italiani. Si intendeva così bilanciare non solo il potere delle ben organizzate comunità urbane italiane.



Irredentismo italiano in Istria e Irredentismo italiano in Dalmazia.

Caratterizzazione linguistica della popolazione in Istria, Quarnaro e Dalmazia nel 1910
L’irredentismo italiano in Istria fu un movimento esistente tra gli istriani di etnia italiana che nell’Ottocento e Novecento promuoveva l’unione dell’Istria al Regno d’Italia. Nella prima metà dell’Ottocento l’Istria era infatti parte dei territori austroungarici, ed il nascente nazionalismo italiano iniziò a manifestarsi, specialmente a Capodistria:

«Dal 1866 l’Istria e la Dalmazia si trovarono per la prima volta dopo molti secoli separate dal Veneto. Vienna adottò una politica di favoritismo verso sloveni e croati. Allora in Dalmazia molte scuole italiane furono trasformate in croate. Il croato venne imposto come lingua ufficiale ovunque, meno che a Zara. In Istria invece il movimento nazionale croato era più arretrato. Un grosso ruolo lo svolse il clero: in particolare i vescovi di Parenzo-Pola, Trieste-Capodistria e Veglia, nominati con l’approvazione dell’Imperatore, che favorirono gli slavi. Un vescovo di Veglia fu perfino richiamato in Vaticano dopo le proteste degli italiani di Veglia, Cherso e Lussino contro la soppressione dell’italiano nella liturgia e nella scuola. I sacerdoti slavi, tenendo i registri dello stato civile, compirono molti abusi. Nel 1877 il deputato istriano al Parlamento di Vienna Francesco Sbisà presentò un’interrogazione denunciando la slavizzazione di nomi e cognomi italiani. Nel 1897 il linguista rovignese Matteo Bartoli parlò di 20mila nomi modificati, soprattutto a Cherso, Lussino e Veglia. Per evitare il rito in croato molti optarono per i funerali civili o battezzarono altrove i propri figli. Nel 1900 nella diocesi di Trieste-Capodistria vi erano 100 preti italiani contro 189 slavi, neanche la metà dei quali originaria di queste terre»
(Gabriele Bosazzi, Unione degli Istriani)
Nel 1861, in occasione della proclamazione del Regno d’Italia, e nel 1866, dopo la terza guerra d’indipendenza, l’Istria non fu annessa all’Italia per svariate ragioni, a causa delle quali molti istriani si organizzarono al fine di ottenere questa unione, abbracciando l’irredentismo italiano. Del resto gli irredentisti volevano l’annessione dell’Istria all’Italia perché la ritenevano terra irredenta in quanto culturalmente parte del retaggio identitario italiano e geograficamente inclusa nei confini naturali dell’Italia fisica. Il più noto fra gli irredentisti istriani fu Nazario Sauro, tenente di vascello della Regia Marina nel primo conflitto mondiale giustiziato dall’Austria-Ungheria: solo nel 1918 l’Istria fu “redenta” (ossia unita alla madre patria). Ad un patriota capodistriano, il generale Vittorio Italico Zupelli, già distintosi nella Guerra italo-turca (1911-1912), fu addirittura affidato il “Ministero della guerra” italiano durante il primo conflitto mondiale.

Manifestazione irredentista a Fiume (11 novembre 1918), all’epoca non ancora facente parte del Regno d’Italia. Fiume passò all’Italia nel 1924, per poi essere ceduta alla Jugoslavia nel 1947
Analogo movimento fu l’irredentismo italiano in Dalmazia. I primi avvenimenti che coinvolsero i dalmati italiani nel Risorgimento furono i moti rivoluzionari del 1848, durante i quali essi presero parte alla costituzione della Repubblica di San Marco a Venezia. Gli esponenti dalmati più famosi che intervennero furono Niccolò Tommaseo e Federico Seismit-Doda.

Dopo tale fase storica in Dalmazia nacquero due movimenti a carattere nazionalista, quello italiano e quello slavo. Il movimento italiano trovò come guida Antonio Bajamonti, che dal 1860 al 1880 fu podestà di Spalato per il partito autonomista filoitaliano che rappresentava la maggioranza italiana nella città.

Le istanze politiche dei dalmati italiani erano promosse dal Partito Autonomista, fondato nel 1878 e scioltosi nel 1919: membro di spicco ne fu Antonio Bajamonti. Il partito, che originariamente ebbe il favore anche di parte della popolazione slava, sostituì progressivamente ad un programma autonomista per la regione un progetto irredentista per la stessa, considerati l’ostilità dell’autorità austriaca e i dissidi con l’elemento slavo. Il 26 aprile 1909, con provvedimenti legislativi entrati in vigore il 1º gennaio 1912, la lingua italiana perse il proprio status di lingua ufficiale della regione in favore del solo croato (precedentemente entrambe le lingue erano riconosciute): l’italiano non poté più essere usato a livello pubblico e amministrativo, sicché i dalmati italiani furono estromessi dalle amministrazioni comunali.

Allo scoppio della prima guerra mondiale molti dalmati italiani si arruolarono nel Regio Esercito per combattere a fianco dell’Italia: tra questi famoso fu Francesco Rismondo; altri, come Natale Krekich e Ercolano Salvi vennero internati in Austria. Tra gli irredenti oltreconfine che si arruolarono nel Regio Esercito, ci fu anche Antonio Bergamas, volontario di Gradisca d’Isonzo, comune friulano annesso al Regno d’Italia solo dopo la guerra, morto in combattimento senza che il suo corpo fosse stato mai ritrovato. Sua madre, Maria Bergamas, a guerra conclusa scelse la salma di un soldato italiano morto nella prima guerra mondiale, la cui identità resta sconosciuta, a cui fu in seguito data solenne sepoltura all’Altare della Patria al Vittoriano. La sua tomba divenne il sacello del Milite Ignoto, che, ancora oggi, rappresenta tutti i caduti e i dispersi in guerra italiani.

Patto di Londra e Vittoria mutilata.

Cartina della Dalmazia e della Venezia Giulia coi confini previsti dal Patto di Londra (linea rossa) e quelli invece effettivamente ottenuti dall’Italia (linea verde). In fucsia sono invece indicati gli antichi domini della Repubblica di Venezia
Nel 1915 l’Italia entrò nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa in base ai termini del Patto di Londra, che le assicuravano il possesso dell’intera Venezia Giulia e della Dalmazia settentrionale, incluse molte isole. La città di Fiume, invece, veniva espressamente assegnata quale principale sbocco marittimo di un eventuale futuro stato croato o del Regno d’Ungheria, nel caso in cui la Croazia avesse continuato ad essere un banato dello stato magiaro o della Duplice Monarchia.

Al termine della guerra, il Regio Esercito occupò militarmente tutta la Venezia Giulia e la Dalmazia, secondo i termini dell’armistizio, inclusi i territori assegnatigli dal trattato di Londra. Ciò provocò le reazioni opposte delle diverse etnie, con gli italiani che acclamarono alla “redenzione” delle loro terre e gli slavi che guardavano con ostilità e preoccupazione i nuovi arrivati. La contrapposizione nazionale subì un nuovo e forte inasprimento.

Successivamente, la definizione dei confini fra l’Italia e il nuovo stato jugoslavo fu oggetto di una lunga e aspra contesa diplomatica, che trasformò il contrasto nazionale in una contrapposizione fra Stati sovrani, che coinvolse vasti strati dell’opinione pubblica esasperandone ulteriormente i sentimenti.

Forti tensioni suscitò in particolare la questione di Fiume, che fu rivendicata dall’Italia sulla base dello stesso principio di autodeterminazione che aveva fatto assegnare al regno jugoslavo le terre dalmate, già promesse all’Italia.

La questione dei confini fu infine risolta con i trattati di Saint Germain e di Rapallo. L’Italia ottenne solo parte di ciò che le era stato promesso dal patto segreto di Londra. In base al principio di nazionalità, sostenuto dalla dottrina Wilson, le fu negata la Dalmazia (dove ottenne solo la città di Zara e alcune isole). Per via del mancato rispetto del Patto di Londra, l’epilogo della prima guerra mondiale venne definito “vittoria mutilata”.

Col trattato di Rapallo Fiume venne eretta a stato libero, per poi essere annessa all’Italia in seguito al trattato di Roma (1924). In base al trattato di Rapallo 356.000 sudditi dell’Impero austro-ungarico di lingua italiana ottennero la cittadinanza italiana, mentre circa 15.000 di essi rimasero in territori assegnati al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Contemporaneamente si ritrovarono entro i confini del Regno d’Italia 490.000 slavi (di cui circa 170.000 Croati e circa 320.000 Sloveni).

Biennio rosso in Italia e Storia del fascismo italiano.

Nel biennio 1919-20 l’Europa fu investita da ondate di scioperi e agitazioni di operai che rivendicavano migliori condizioni di lavoro, il cosiddetto biennio rosso. Spesso le fabbriche furono occupate e gestite sul modello dei Soviet, sorti dalla Rivoluzione russa. Contemporaneamente scoppiarono conflitti e scontri di carattere etnico in quei territori soggetti a opposte rivendicazioni nazionali. Nella Carinzia meridionale, ad esempio, vi fu l’eccidio di Marburgo, causato da milizie slovene. Conflitti armati scoppiarono in varie regioni dell’Europa orientale, per le definizione dei confini.
Anche l’Italia fu investita da un’ondata di tensioni sociali, con proteste, scioperi e agitazioni, che coinvolsero anche Trieste e la Venezia Giulia, oltre che la vicina Dalmazia (in gran parte sotto occupazione militare italiana). Tali problematiche si sommarono alle preesistenti tensioni nazionali e al diffondersi dell’idea di “vittoria mutilata” e divennero un fertile terreno per l’affermazione del nascente fascismo, che si proponeva come tutore dell’italianità e del mantenimento dell’ordine nazionale della Venezia Giulia, talvolta con il tacito appoggio delle autorità. I contrasti etnici tra italiani e slavi nell’immediato dopoguerra provocarono, fra gli altri, gli incidenti di Spalato, culminati nell’uccisione (il 12 luglio 1920) di due militari della Regia Marina, il comandante della Regia NavePuglia Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi. I fascisti, il giorno dopo la morte dei due militari, organizzarono una manifestazione anti-jugoslava a Trieste.

Altri eventi degni di nota furono l’uccisione di un italiano da parte di un cittadino sloveno e l’incendio, da parte dei fascisti, del Narodni dom (“Casa nazionale slovena”) di Trieste. Tale incidente assunse a posteriori un forte significato simbolico, venendo ricordato dagli slavi come l’inizio dell’oppressione italiana.

Italianizzazione (fascismo).
La situazione degli slavi peggiorò con la presa del potere da parte del Partito Nazionale Fascista, nel 1922, quando fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di assimilazione delle minoranze etniche e nazionali:

gran parte degli impieghi pubblici furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano, che nell’ultimo periodo di dominazione asburgica ne era stato completamente estromesso a vantaggio degli Slavi e dei Tedeschi;
con l’introduzione della Legge n. 2185 del 1 ottobre 1923 (Riforma scolastica Gentile), fu abolito nelle scuole l’insegnamento delle lingue croata e slovena. Nell’arco di cinque anni tutti gli insegnanti croati delle oltre 160 scuole con lingua d’insegnamento croata e tutti gli insegnanti sloveni delle oltre 320 scuole con lingua d’insegnamento slovena furono sostituiti con insegnanti italiani, che imposero agli alunni l’uso esclusivo della lingua italiana;
Tratteggiato in rosso, il territorio abitato quasi esclusivamente da sloveni assegnato al Regno d’Italia in base al trattato di Rapallo che fu oggetto di italianizzazione
con il Regio Decreto n. 800 del 29 marzo 1923 furono imposti d’ufficio nomi italiani a tutte le centinaia di località dei territori assegnati all’Italia con il Trattato di Rapallo, anche laddove precedentemente prive di denominazione in lingua italiana, in quanto abitate quasi esclusivamente da croati o sloveni;
in base al Regio Decreto n. 494 del 7 aprile 1926 le autorità italiane italianizzarono i cognomi a decine di migliaia di croati e sloveni. Inoltre, con una legge del 1928 i parroci e gli uffici anagrafici ricevettero il divieto di iscrivere nomi stranieri nei registri delle nascite.
Simili politiche di assimilazione forzata erano all’epoca assai comuni in Europa, venendo applicate, fra gli altri, anche da paesi come la Francia o il Regno Unito, oltre che dalla stessa Jugoslavia soprattutto nei confronti delle proprie minoranze italiane, tedesche, ungheresi e albanesi. Si potrebbe inoltre ricordare la situazione degli ungheresi di Transilvania, dei bulgari di Macedonia, o degli ucraini di Polonia.

La politica di “bonifica etnica” avviata dal fascismo fu tuttavia particolarmente pesante, in quanto l’intolleranza nazionale, talora venata di vero e proprio razzismo, venne affiancata e coadiuvata dalle misure repressive tipiche di un regime totalitario.

L’azione del governo fascista annullò l’autonomia culturale e linguistica di cui le popolazioni slave avevano goduto durante la dominazione asburgica e esasperò i sentimenti di avversione nei confronti dell’Italia. Le società segrete irredentiste slave, preesistenti allo scoppio della Grande Guerra, si fusero in gruppi più grandi a carattere eversivo, come la Borba e il TIGR, che si resero responsabili di numerosi attacchi a militari, civili e infrastrutture italiane. Alcuni elementi di queste società segrete furono catturati dalla polizia italiana e condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato per le uccisioni di cui si erano resi responsabili (1 terrorista condannato e fucilato a Pola nel 1929, con 4 complici condannati a 25 anni di carcere ciascuno; 4 terroristi condannati e giustiziati a Trieste, con 12 complici condannati a pene detentive per complessivi 147 anni e 6 mesi – cosiddetto “1° processo di Trieste” – nel 1930; 9 terroristi condannati a morte per terrorismo e spionaggio in periodo bellico di cui 5 giustiziati, con 51 complici condannati, complessivamente, a 666 anni e 6 mesi di carcere – cosiddetto “2° processo di Trieste” – nel 1941, a guerra iniziata).

Operazione 25, Fronte jugoslavo (1941-1945), Partigiani jugoslavi, Provincia di Lubiana, Governatorato di Dalmazia e Crimini di guerra italiani.

Mappa del Governatorato della Dalmazia, con segnate la provincia di Zara (in verde), la provincia di Spalato (in arancio) e la provincia di Cattaro (in rosso scarlatto)
Nell’aprile del 1941 l’Italia partecipò all’attacco dell’Asse contro la Jugoslavia, la quale, dopo la resa dell’esercito, avvenuta il giorno 17, e l’inizio della politica di occupazione, fu smembrata e parte dei suoi territori furono annessi agli stati invasori.

A seguito del trattato di Roma l’Italia annesse parte della Slovenia, parte della Banovina di Croazia nord-occidentale (che venne accorpata alla Provincia di Fiume), parte della Dalmazia e le Bocche di Cattaro (che andarono a costituire il Governatorato di Dalmazia), divenendo militarmente responsabile della zona che comprendeva la fascia costiera, e il relativo entroterra, della ex-Jugoslavia.

Divisione della Jugoslavia dopo la sua invasione da parte delle Potenze dell’Asse.     Aree assegnate all’Italia: l’area costituente la provincia di Lubiana, l’area accorpata alla provincia di Fiume e le aree costituenti il Governatorato di Dalmazia

Stato Indipendente di Croazia

Area occupate dalla Germania nazista

Aree occupate dal Regno d’Ungheria

In Slovenia fu costituita la Provincia di Lubiana, dove, a fini politici e in contrapposizione con i tedeschi, si progettò, senza successo, di instaurare un’amministrazione rispettosa delle peculiarità locali. Nella Provincia di Fiume e nel Governatorato di Dalmazia fu invece instaurata fin dall’inizio una politica di italianizzazione forzata, che incontrò una decisa resistenza da parte della popolazione a maggioranza croata.

La Croazia fu dichiarata indipendente con il nome di Stato Indipendente di Croazia, il cui governo fu affidato al partito ultranazionalista degli ustascia, con a capo Ante Pavelić.

La resa dell’esercito jugoslavo non fermò i combattimenti e in tutto il paese crebbe un’intensa attività di resistenza che proseguì fino al termine della guerra e che vide da un lato la contrapposizione tra eserciti invasori e collaborazionisti e dall’altro la lotta fra le diverse fazioni etniche e politiche.

Durante tutta la durata del conflitto vennero perpetrati, da tutte le parti in causa, numerosi crimini di guerra.

Nella Provincia di Lubiana, fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione morbido, emerse presto un movimento resistenziale: la conseguente repressione italiana fu dura e in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazioni di villaggi e ritorsioni contro la popolazione civile. Le sanguinose rappresaglie attuate dal Regio Esercito italiano, per reprimere le azioni di guerriglia partigiana, aumentarono il risentimento della popolazione slava nei confronti degli italiani.

«Si procede ad arresti, ad incendi [. . .] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [. . .] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi»
(Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin)
A scopo repressivo, numerosi civili sloveni furono deportati nei campi di concentramento di Arbe e di Gonars.

Nei territori annessi, accorpati alla Provincia di Fiume e al Governatorato della Dalmazia, fu avviata una politica di italianizzazione forzata del territorio e della popolazione. In tutto il Quarnero e la Dalmazia, sia italiana che croata, si innescò dalla fine del 1941 una crudele guerriglia, contrastata da una repressione che raggiunse livelli di massacro dopo l’estate del 1942.

«. . . Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori . . .»
(Dalla copia del proclama prot. 2796, emesso in data 30 maggio 1942 dal Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, riportata a pagina 327 del libro di Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale (op. cit.))
Il 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani, su ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 e i 64 anni. Sul monumento che oggi sorge nei pressi del villaggio sono indicati i nomi delle 91 vittime dell’eccidio. Il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate.

Nello Stato Indipendente di Croazia, il regime ustascia scatenò una feroce pulizia etnica nei confronti dei serbi, nonché di zingari ed ebrei, simboleggiata dall’istituzione del campo di concentramento di Jasenovac, e contro il regime e gli occupanti presero le armi i partigiani di Tito, plurietnici e comunisti, e i cetnici, nazionalisti monarchici a prevalenza serba, i quali perpetrarono a loro volta crimini contro la popolazione civile croata che appoggiava il regime ustascia e si combatterono reciprocamente. A causa dell’annessione della Dalmazia costiera al Regno d’Italia, cominciarono inoltre a crescere le tensioni tra il regime ustascia e le forze d’occupazione italiane; venne perciò a formarsi, a partire dal 1942, un’alleanza tattica tra le forze italiane e i vari gruppi cetnici: gli italiani incorporarono i cetnici nella Milizia volontaria anticomunista (MVAC) per combattere la resistenza titoista.

Dopo la guerra la Jugoslavia chiese di giudicare i presunti responsabili di questi massacri (come il generale Mario Roatta), ma l’Italia negò la loro estradizione grazie ad alcune amnistie.

Autunno 1943: recupero di una salma, gli uomini indossano maschere antigas per i miasmi dell’aria attorno alla foiba
L’8 settembre 1943, con l’armistizio tra Italia e Alleati, si verificò il collasso del Regio Esercito.

Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto della Venezia Giulia. I partigiani occuparono quindi buona parte della regione, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Il 13 settembre 1943, a Pisino venne proclamata unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia, da parte del Consiglio di liberazione popolare per l’Istria[54]. Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria.

Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare. A Rovigno il Comitato rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello Stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata.

La maggioranza dei condannati fu gettata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni mentre erano ancora in vita. Secondo le stime più attendibili, le vittime del 1943 nella Venezia Giulia si aggirano sulle 600-700 persone.

Alcune delle uccisioni sono rimaste impresse nella memoria comune dei cittadini per la loro efferatezza: tra queste vi sono quelle di Norma Cossetto (cui è stata riconosciuta la medaglia d’oro al valor civile), di don Angelo Tarticchio e delle tre sorelle Radecchi.

Le prime ispezioni delle foibe istriane, che furono disposte immediatamente dopo il ripiegamento dei partigiani conseguente alla successiva invasione nazista, consentirono il rinvenimento di centinaia di corpi.

Il compito di ispezionare le foibe fu affidato al maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich di Pola, che condusse le indagini da ottobre a dicembre del 1943 in Istria, in particolare nella Foiba di Vines.

La propaganda fascista diede ampio risalto a questi ritrovamenti, che suscitarono una forte impressione. Fu allora che il termine “foibe” cominciò ad essere associato agli eccidi, fino a diventarne sinonimo (anche quando compiuti in maniera diversa). Paradossalmente, l’enfasi data ai ritrovamenti da parte della Repubblica di Salò alimentò da un lato il clima di terrore che favorì il successivo esodo, dall’altro la reazione negazionista con cui le sinistre respinsero per molto tempo la fondatezza di un crimine denunciato per la prima volta dal nemico fascista.

Il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato e in altri centri dalmati entravano i partigiani jugoslavi. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della città da parte dei tedeschi. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Traù i partigiani soppressero 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie e alcuni civili.

La Dalmazia fu occupata militarmente dalla 7. SS-Gebirgsdivision “Prinz Eugen” tedesca. Gli italiani, con la 77ª Divisione fanteria “Bergamo” di stanza a Spalato e precedentemente impegnata per anni proprio nella lotta antipartigiana, in quel frangente appoggiarono in massima parte i partigiani e combatterono in condizioni psicologiche e materiali molto difficili contro le truppe germaniche, fra le quali la sopra citata Divisione “Prinz Eugen”, nonostante l’atteggiamento aggressivo e poco collaborativo dei partigiani titini. Dopo la capitolazione ordinata dal comandante, generale Becuzzi, molti ufficiali italiani furono passati per le armi da parte di elementi delle truppe germaniche, in quello che è noto come il massacro di Treglia. La Dalmazia fu annessa allo Stato Indipendente di Croazia. Tuttavia Zara, restò – seppur sotto il controllo tedesco – sotto la sovranità della RSI, fino alla occupazione jugoslava dell’ottobre 1944.


Operazione Nubifragio e Zona d’operazioni del Litorale adriatico.

Le aree segnate in verde facevano ufficialmente parte della Repubblica Sociale Italiana ma erano considerate dalla Germania zone di operazione militare e sottoposte a diretto controllo tedesco
A seguito dell’armistizio di Cassibile i tedeschi lanciarono l’Operazione Nubifragio, con l’obiettivo di assumere il controllo della Venezia Giulia, della provincia di Lubiana e dell’Istria.

L’offensiva ebbe inizio nella notte del 2 ottobre 1943 e portò all’annientamento della resistenza opposta da parte di nuclei partigiani, che furono decimati, catturati, costretti alla fuga o dispersi. I partigiani cercarono di ostacolare i tedeschi con imboscate, colpi di mano e agguati: questi reagirono colpendo la popolazione civile, anche di etnia italiana, con fucilazioni indiscriminate, violenze, incendi di villaggi e saccheggi.

Uno dei momenti più significativi sul territorio italiano fu la battaglia di Gorizia combattuta fra i giorni 11 e 26 settembre 1943 tra l’esercito tedesco e la Brigata Proletaria, un raggruppamento partigiano forte di circa 1500 uomini, costituito in massima parte da operai dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone e rafforzato da un consistente gruppo di partigiani sloveni.

L’Operazione Nubifragio si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno.

Le truppe germaniche costituirono nell’area occupata la Zona d’operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland). Questa, pur essendo ufficialmente parte della Repubblica Sociale Italiana era sottoposta all’amministrazione militare tedesca e di fatto, annessa al Terzo Reich.

Dal settembre 1943 all’aprile 1945 si susseguirono le repressioni nazifasciste che portarono la provincia di Gorizia a essere la prima in Italia per numero di morti nei campi di sterminio nazisti.

 

Trieste § L’occupazione jugoslava.

Don Francesco Bonifacio(beato in odium fidei) fu ucciso a Grisignana l’11 settembre 1946, parecchio tempo dopo il periodo delle “foibe” vero e proprio
I baratri venivano usati per l’occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista di Jugoslavia di Tito.

Di nuovo si verificarono uccisioni efferate, come quella dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e quindi assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato); ritenuto martire in odium fideidalla Chiesa, è stato beatificato nel 2008.

Tra gli altri politici di riferimento del CLN, si segnalano i casi di Augusto Bergera e Luigi Podestà – che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo – e quelli del socialista Carlo Schiffrer e dell’azionista Michele Miani, che miracolosamente riescono ad aver salva la vita.

Gli scritti dell’allora sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che “molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali” riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe, non includendo dunque il resto della Venezia Giulia, dell’Istria (dove si è registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di queste informazioni il Governo De Gasperi, nel maggio 1945, chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi nella Venezia Giulia. Tito confermò l’esistenza delle foibe come occultamento di cadaveri e i governi jugoslavi successivi mai smentirono tali affermazioni.

Un controverso studio svolto dalla giornalista Claudia Cernigoi stima nel numero di 517 le vittime triestine, delle quali 412 sarebbero appartenute a formazioni militari, paramilitari o di polizia, poste al servizio delle autorità germaniche dell’OZAK(tra cui la Milizia Difesa Territoriale, l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, formazioni della X^ MAS, Brigate Nere, formazioni squadriste), e sostiene che una consistente parte di esse (almeno 79) non sarebbero state infoibate ma sarebbero decedute a Borovnica o in altri campi di prigionia militari jugoslavi.

Deportazioni di Gorizia.
Con l’arrivo dell’Armata Popolare Jugoslava, anche a Gorizia iniziarono le repressioni che toccarono l’apice fra il 2 e il 20 maggio. Migliaia furono gli arresti e gli scomparsi non solo tra gli italiani, ma anche tra gli sloveni che si opponevano al regime comunista di Tito.

Fra le vittime si ricordano alcuni esponenti politici locali di riferimento del CLN: Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d’Azione, riguardo al quale non si sa ancora la data dell’uccisione e se il suo cadavere sia stato infoibato.

Le autorità slovene, a marzo del 2006, hanno consegnato al sindaco di Gorizia un elenco di 1.048 deportati dalla provincia di Gorizia, dei quali circa 900 non hanno fatto più ritorno; di questi, circa 470 appartenevano a forze di ordine pubblico e formazioni militari italiane postesi al servizio degli occupatori tedeschi, circa 250 erano civili giuliani, 70 erano civili originari di altre province italiane e circa 110 erano sloveni collaborazionisti o presunti tali. Secondo il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, questa lista sarebbe ancora grandemente incompleta.

Provincia di Fiume.

Bombardamento di Fiume da parte degli aerei della RAF (1944)
Fiume fu occupata[69] il 3 maggio dagli jugoslavi, che avviarono in breve tempo un’intensa campagna di epurazione. Gli agenti dell’OZNA deportarono 65 guardie di pubblica sicurezza e agenti della questura, 34 guardie di finanza e una decina di carabinieri; alcuni esponenti compromessi con il regime fascista furono invece uccisi sul posto.

Tra gli esponenti più in vista del PNF furono uccisi i senatori fiumani Icilio Bacci e Riccardo Gigante (podestà di Fiume dal 1930 al 1934), che non si erano macchiati di alcun crimine. Nell’ambito della caccia agli esponenti politici italiani vennero uccisi, fra gli altri, gli ex podestà Carlo Colussi (in carica dal 1934 al 1938, venne eliminato con la moglie Nerina Copetti) e Gino Sirola (podestà dal 1943 al 1945). In anni recenti, vicino alla località di Castua, è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante, ma il loro recupero risulta complesso.

Particolarmente violenta fu anche la caccia ai superstiti del Partito Autonomista Fiumano, concepito come un potenziale ostacolo all’annessione della città alla Jugoslavia. Il quotidiano comunista La Voce del Popolo scatenò una campagna di denuncia contro gli autonomisti, che vennero equiparati ai fascisti. I partigiani, nelle prime ore di occupazione della città, uccisero i vecchi capi del partito, fra i quali Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Nevio Skull, Giovanni Baucer, Mario De Hajnal e Giovanni Rubinich, che fu fondatore del Movimento Autonomista Liburnico.

La persecuzione colpì anche gli esponenti dei CLN, secondo una linea ampiamente usata anche a Trieste e Gorizia. Numerosi furono nelle tre città gli arresti e le deportazioni di antifascisti, dei quali solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione. Ancora nel 1946, assai dopo le esplosioni di “jacquerie”, risulteranno comminate condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei CLN.

Il numero di italiani sicuramente uccisi dall’entrata nella città di Fiume delle truppe jugoslave (3 maggio 1945) fino al 31 dicembre 1947 è di 652, a cui va aggiunto un ulteriore numero di vittime non esattamente identificabile per mancanza di riscontri certi.

Nella parte finale della seconda guerra mondiale e durante il successivo dopoguerra ci fu la contesa sui territori della Venezia Giulia tra Italia e Jugoslavia, che è chiamata “questione giuliana” o “questione triestina”. Trieste era stata occupata dalle truppe del Regno d’Italia il 3 novembre del 1918, al termine della prima guerra mondiale, e poi ufficialmente annessa all’Italia con la ratifica del Trattato di Rapallo del 1920: al termine della seconda, con l’Italia sconfitta, ci furono infatti le occupazioni militari tedesca e poi jugoslava.

L’occupazione jugoslava fu ottenuta grazie alla cosiddetta “corsa per Trieste”, ovvero all’avanzata verso la città giuliana compiuta in maniera concorrenziale nella primavera del 1945 da parte della quarta armata jugoslava e dell’ottava armata britannica.

Il 10 febbraio del 1947 fu firmato il trattato di pace dell’Italia, che istituì il Territorio Libero di Trieste, costituito dal litorale triestino e dalla parte nordoccidentale dell’Istria, provvisoriamente diviso da un confine passante a sud della cittadina di Muggia ed amministrato dal Governo Militare Alleato (zona A) e dall’esercito jugoslavo (zona B), in attesa della creazione degli organi costituzionali del nuovo stato.

Nella regione la situazione si fece incandescente e numerosi furono i disordini e le proteste italiane: in occasione della firma del trattato di pace, la maestra Maria Pasquinelli uccise a Pola il generale inglese Robin De Winton, comandante delle truppe britanniche. All’entrata in vigore del trattato (15 settembre 1947) corse addirittura voce che le truppe jugoslave della zona B avrebbero occupato Trieste. Negli anni successivi la diplomazia italiana cercò di ridiscutere gli accordi di Parigi per chiarire le sorti di Trieste, senza successo.

La situazione si chiarì solo il 5 ottobre 1954 quando col Memorandum di Londra la Zona “A” del TLT passò all’amministrazione civile del governo italiano, mentre l’amministrazione del governo militare jugoslavo sulla Zona “B” passò al governo della Repubblica socialista. Gli accordi prevedevano inoltre alcune rettifiche territoriali a favore della Jugoslavia fra cui il centro abitato di Albaro Vescovà / Škofije con alcune aree appartenenti al Comune di Muggia (pari a una decina di km²). Il trattato fu un passo molto gradito alla NATO, che valutava particolarmente importante la stabilità internazionale della Jugoslavia.

«…già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”.»
(Discorso del Presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del “Giorno del ricordo”. Roma, 10 febbraio 2007)

La qualificazione delle concause e dei fattori che possono essere alla base dei massacri delle foibe è un’operazione senza dubbio complessa. Dall’esame dei fatti storici emergono una serie di elementi antecedenti non trascurabili, quali:

la contrapposizione nazionale ed etnica fra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra, causata dall’imporsi del concetto di nazionalità e Stato nazionale nell’area;
gli opposti irredentismi, per cui i territori mistilingui della Dalmazia, della Venezia Giulia e del Quarnaro dovevano appartenere, in esclusiva, all’uno o all’altro ambito nazionale, e quindi all’uno o all’altro Stato;
le conseguenze della prima guerra mondiale, con un’intensa battaglia diplomatica per la definizione dei confini fra il Regno d’Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni con conseguenti tensioni etniche, che portarono a disordini locali e compressioni delle rispettive minoranze fin dal primo dopoguerra;
il tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave della Venezia Giulia durante il ventennio fascista;
l’occupazione militare italiana, durante la seconda guerra mondiale, di diverse zone della Jugoslavia durante le quali si verificarono anche crimini di guerra contro la popolazione civile;
la guerra nel teatro jugoslavo-balcanico, che fu uno dei fronti più complessi e violenti (ad esempio l’operato degli ustascia croati);
la convinzione dei partigiani jugoslavi per la quale sarebbero stati legittimati ad annettere al futuro Stato jugoslavo quella parte della Venezia Giulia e del Friuli (Litorale sloveno e Istria), abitata prevalentemente o quasi esclusivamente da croati e sloveni;
la convinzione, diffusa fra i partigiani jugoslavi, che la guerra di liberazione jugoslava non avesse solo un carattere “nazionale”, ma anche “sociale”, con la popolazione italiana percepita anche come “classe dominante” contro cui lottare;
la natura totalitaria e repressiva del costituendo regime comunista jugoslavo.
La spirale di violenza si innescò immediatamente dopo la caduta del regime nazifascista, favorita dalle tensioni politiche e sociali presenti sul territorio, che contribuirono al compimento di azioni di natura giustizialista nei confronti dei sostenitori del precedente regime e che furono successivamente indirizzate da alcuni nuclei di potere, formatisi in seno al movimento di resistenza, all’eliminazione di potenziali avversari politici, additati come nemici del popolo. In questa analisi non vanno trascurate anche le azioni criminali di semplici delinquenti, che approfittarono della confusione e della temporanea assenza di forze di polizia, preposte al mantenimento dell’ordine pubblico, per compiere azioni criminali e azioni di violenza gratuita.

«Una delle argomentazioni più diffuse al riguardo (chiaramente giustificazionista, va notato subito, ma non certo infondata) è che le foibe sarebbero – a parte errori ed eccessi – ritorsione ai crimini di guerra commessi da militari e fascisti italiani nel corso della loro occupazione (…). Ad essi vengono connessi i crimini della politica fascista e nazionalista (…). La tesi è stata sostenuta fino ad anni recenti, e oggi (…), viene ancora menzionata (…), anche se è sempre più pacifica(…) la constatazione del movente politico dei fatti. Ciò però vale soprattutto per i fatti del 1945 e poco per quelli del 1943, tuttora spesso oscuri e non documentati, specie in Croazia. (…) I fatti del maggio 1945 sono certo caratterizzati da ‘furor popolare’ come più volte si è detto. Ma esso è lo scenario, e il dramma che vi si svolse aveva sostanza politica. La presenza di volontà organizzata non è dubbia. Eliminazione fisica dell’oppositore e nemico (di forze armate giudicate collaborazioniste) e, insieme, intimidazione e, col giustizialismo sommario, coinvolgimento nella formazione violenta di un nuovo potere.»
(Elio Apih, “Le foibe giuliane”, Libreria Editrice Goriziana, 2010, ISBN 978-88-6102-078-8; p.21 e p.70)
Ciò premesso, il fenomeno delle foibe può essere considerato come un evento derivante da un disegno politico annessionista, il cui duplice obiettivo era:

l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia: si volevano pertanto neutralizzare quelli (essenzialmente italiani) che si opponevano all’annessione di queste terre alla Jugoslavia;
l’avvento di un governo comunista jugoslavo in quelle terre: si volevano pertanto neutralizzare reali o potenziali oppositori del costituendo regime comunista.
Pertanto gli eccidi “si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra e appaiono in larga misura il frutto” di una “violenza di stato”, attuata con la repressione politica e l’intimidazione[80], in vista dell’annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia (incluse Trieste e Gorizia) e per eliminare gli oppositori (reali o presunti) del costituendo regime comunista. In vista di questi due obiettivi era infatti necessario reprimere le classi dirigenti italiane (compresi antifascisti e resistenti), per eliminare ogni forma di resistenza organizzata. Questo aspetto era particolarmente importante a Gorizia e Trieste, della cui annessione gli Jugoslavi non erano certi. Tito, pertanto, fece il possibile per occupare le due città prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. Durante l’occupazione di Gorizia e di Trieste diverse migliaia di italiani furono arrestati, uccisi o deportati nei lager jugoslavi (soprattutto nel campo di lavoro e detenzione di Borovnica e nel carcere dell’OZNA di Lubiana). Neutralizzando i vertici dirigenziali ed eliminando o intimorendo i cittadini italiani, tentò di far credere che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione: la composizione etnica sarebbe stata, infatti, un fattore decisivo nelle conferenze del dopoguerra e per questo motivo la riduzione della popolazione italiana risultava essenziale.

Lo sfruttamento del clima giustizialista per eliminare, oltre ai sostenitori del regime fascista, anche potenziali oppositori politici, accomuna, secondo lo storico Boris Gombač, i massacri delle foibe alle violenze perpetrate nello stesso periodo da gruppi radicali comunisti nel cosiddetto triangolo della morte in Emilia, dove, tra le migliaia di vittime della violenza insurrezionale, vi furono anche circa 400 tra proprietari terrieri, industriali, professionisti, preti e altri appartenenti alla borghesia, solo perché dichiaratisi anticomunisti.

Su questo dibattuto problema, gli storici italiani e sloveni hanno raggiunto conclusioni concordi, espresse nella Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena:

«Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale e ideologica diffusa nei quadri partigiani.»
(Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, “Periodo 1941-1945”, Paragrafo 11, Capodistria, 2000)
Il Governo italiano, nel 2007, rispondendo a un’interrogazione parlamentare del deputato Cardano, ha precisato che, godendo già la Relazione della Commissione bilaterale dello status di ufficialità ed essendo passati ormai ben 7 anni dalla sua prima pubblicazione sulla stampa e dal riconoscimento ufficiale del Governo sloveno, non riteneva necessario pubblicarla in quanto essa godeva già dello status di ufficialità e, confermando la sua veridicità, ne ha auspicato la diffusione nel mondo della cultura e della scuola.

Per quanto riguarda il supposto aspetto “vendicativo”, essendo i fascisti e i loro fiancheggiatori in gran parte italiani (sia pure non in numero superiore rispetto ad altre regioni italiane), e opponendosi essenzialmente gli italiani all’annessione alla Jugoslavia, soprattutto a livello locale fu frequentemente sostenuta l’equiparazione degli italiani ai fascisti. Questo aspetto provocò, localmente, episodi di jacquerie (insurrezioni spontanee dei ceti popolari), in cui molti colsero anche l’opportunità di portare avanti vendette personali o compiere rapine eliminando i testimoni. Gli episodi di jacquerie si verificarono prevalentemente nel corso degli eccidi del settembre e ottobre del 1943, avvenuti in un contesto in cui vennero a mancare i poteri costituiti. Tale jacquerie si rivolse non solo verso i rappresentanti del regime fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali.

Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito Nazionale Fascista, ma anche ufficiali, funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati bancari, sacerdoti, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, autonomisti fiumani seguaci di Riccardo Zanella, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.

In paralleli eccidi furono coinvolti anche cittadini italiani o ex italiani di nazionalità slovena e croata. Tali uccisioni ebbero una matrice esclusivamente politica, rimanendo esclusa quella etnica, intendendo il costituendo regime comunista, « oltre a fare i conti con il fascismo, eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali… ». Questi episodi, pertanto, nel dibattito italiano non sono di solito considerati parte degli eccidi delle foibe[96], termine che si riferisce alle sole vittime di nazionalità italiana.

Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il Governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Negli ultimi anni ha invece dimostrato una volontà di partecipazione, per far luce sulla vicenda, il Governo della Repubblica di Slovenia, consegnando nel 2005 al sindaco di Gorizia l’elenco dei goriziani arrestati da parte delle autorità jugoslave, redatto in base alle informazioni in suo possesso. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell’ex Partito comunista italiano. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000.

Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi le vittime venivano usualmente indicate in 15.000, anche se all’epoca tali valutazioni non erano basate su stime scientifiche e talvolta vennero aumentate fino a 20.000. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizzahanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba.

Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Le salme di “infoibati” effettivamente rinvenute finora sono circa un migliaio. Nell’uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all’avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime “delle foibe”.

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari sia di civili. In alcuni casi, com’è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite.

Sebbene quest’ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza e simbolo del massacro.

In realtà la maggior parte delle vittime, considerate come “infoibate”, vennero uccise o morirono di stenti o malattia nei campi di concentramento jugoslavi.

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a emittenti televisive e storici:

«dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri “facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.»

Questa testimonianza, della primavera del 1945, fu pubblicata il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora e poi riportata integralmente e anonimamente nell’opuscolo Foibe, la tragedia dell’Istria, edito dal CLN dell’Istria. A partire dall’inserimento della testimonianza in un libro di Giuseppe Bedeschi nel 1987, questa è stata poi varie volte ripresa dalla pubblicistica.

Anche le testimonianze degli scampati dalle foibe hanno causato delle polemiche politico-storiografiche: Pol Vice (pseudonimo di Paolo Consolaro), saggista di ispirazione marxista ed esponente di Rifondazione Comunista, ha sottoposto i testi a una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di falsi testimoni. Il libro di Pol Vice è stato presentato dall’editrice Alessandra Kersevan come parte di un progetto più ampio comprendente anche dei similari testi di forte critica di Claudia Cernigoi e Daniela Antoni. La Kersevan, varie volte presentata dalla stampa come “negazionista”, ritiene che sulle foibe stia «funzionando una propaganda forsennata (…) che ha come scopo preciso quello della rivalutazione del fascismo»: «un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia (…) costruito ed imposto all’opinione pubblica (…) dall’immediato dopoguerra ad oggi da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese», anche grazie a «storici compiacenti» come Pupo e Spazzali, con la Democrazia Cristiana in testa nell’appoggio politico ai «neo irredentisti ex fascisti».

Nell’immediato dopoguerra le stragi delle foibe hanno avuto un profondo impatto sull’opinione pubblica italiana. Da qui nacque l’esigenza di interpretare l’accaduto, esigenza che fu giocoforza influenzata dal pesante clima politico dell’epoca. Per questo presero piede due versioni, contrastanti e contrapposte, l’una espressione del “sentire” jugoslavo e comunista, l’altra anticomunista, antijugoslava e rappresentante il sentimento italiano relativo a tali vicende. Negli anni cinquanta, a causa delle tensioni dovute alla questione triestina, tali versioni si consolidarono presso le forze politiche e la pubblica opinione, fino a diventare una sorta di “verità acquisita”. Sono queste le tesi “militanti”, ossia finalizzate a mettere polemicamente in crisi l’avversario politico.

Tali tesi hanno conservato a lungo una grande influenza sull’opinione pubblica, dovuta assai più alle loro implicazioni politiche, che non alla loro correttezza storica. Malgrado la loro infondatezza sia ormai stata dimostrata, hanno mantenuto una forte diffusione fino ai giorni nostri, in quanto «si prestano ad un uso politico che non è mai venuto a meno, mentre le semplificazioni, spesso assai grevi, di cui sono intessute, ne favoriscono l’utilizzo da parte dei mezzi di comunicazione ».

Le prime tesi sono quelle negazioniste, volte a negare un qualsivoglia eccidio da parte Jugoslava, che la ricerca storica ha più tardi dimostrato essere «del tutto prive di senso». Ipotesi di questo tipo sono state dominanti nella storiografia della Jugoslavia comunista, dove erano divenute una vera e propria “verità di Stato”. Erano basate su quanto affermato, fin dall’immediato dopoguerra, dagli jugoslavi: “da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra” (9 giugno 1945).

A partire dagli anni settanta vi furono i primi studi storici sugli eccidi da parte dell’INSMLI, con contributi di Galliano Fogar, Giovanni Miccoli e Teodoro Sala. Le tesi elaborate sono sicuramente più plausibili rispetto alle sopra citate “tesi militanti” e hanno consentito di collocare gli eccidi del 1943 e del 1945 all’interno del periodo iniziato nei primi anni venticon la politica di italianizzazione fascista nei confronti degli allogeni, con le relative oppressioni e violenze, proseguita con l’aggressione italiana contro la Jugoslavia e culminata con la brutale repressione della resistenza jugoslava.

In quest’ottica, apparve logico considerare le stragi come un fenomeno di reazione largamente spontaneo: una sorta di brutale e spesso indiscriminata resa dei conti in reazione alle angherie subite. Tuttavia questa valutazione trascurava un aspetto fondamentale, ossia la premeditazione esistente nella repressione avviata dalle autorità jugoslave e dovuta non tanto a una volontà “barbarica” di sterminio degli italiani, quanto a una ponderata strategia di eliminazione del dissenso, in perfetto stile stalinista. Tali studi hanno comunque avuto il merito di addivenire a una prima storicizzazione del fenomeno, con l’individuazione delle responsabilità del fascismo nello scoppio della crisi che travolse l’italianità della Venezia Giulia e della Dalmazia.

A partire dalla fine degli anni ottanta una serie di studi ad opera di Elio Apih, Raoul Pupo e Roberto Spazzali, hanno evidenziato il nesso tra gli eccidi del 1945 e le stragi jugoslave, ossia quell’insieme di eccidi che hanno ovunque marcato la presa del potere in Jugoslavia, da parte di un movimento rivoluzionario a guida comunista, protagonista di una guerra che non era solo di liberazione, ma che era anche una feroce guerra civile, diretta all’eliminazione fisica degli avversari e che si trascinò, in termini di scontri armati e stragi, fino al 1946.

Pertanto l’ipotesi più plausibile per spiegare gli eccidi delle foibe è stata quella dell'”epurazione preventiva”. Tale epurazione nella Venezia Giulia combinava, in modo inscindibile, obiettivi di rivalsa nazionale e di affermazione ideologica, nonché di riscatto sociale, e voleva eliminare tutti i potenziali oppositori (reali o meno) del disegno politico di Tito. Il progetto era contemporaneamente nazionale e ideologico, dal momento che mirava sia all’annessione della Venezia Giulia, sia all’instaurazione di un regime stalinista.

Questa interpretazione dei fatti, non sottovaluta il fondamentale ruolo del nazionalismo sloveno e croato e del loro inserimento nell’ambito della politica di potenza della nuova Jugoslavia e pone al centro dell’attenzione il problema dell’affermazione del comunismo mediante la lotta armata, evidenziando inoltre la differenza fra la resistenza nella Venezia Giulia e quella del resto d’Italia.

Le stragi giuliane del 1945, non ebbero nulla a che vedere con la Resistenza italiana, non solo perché essa non vi partecipò, ma soprattutto perché i contesti in cui agirono i due movimenti di resistenza furono profondamente diversi. In Italia le zone liberate furono spesso teatro di svariate azioni violente, che segnarono la brutale conclusione di conflitti che si erano aperti fin dai primi anni venti. Tali violenze però, si svolsero al di fuori delle strutture di uno Stato che sarebbe stato, da lì a poco, ricostruito secondo principi democratici e liberali e che non era nemmeno collegabile a nessun disegno politico complessivo, poiché l’ipotesi di una presa del potere rivoluzionaria era stata scartata dal PCI.



Nel 2001 viene pubblicata la relazione della “Commissione storico-culturale italo-slovena”, incaricata dal Governo italiano e dal Governo sloveno di mettere a punto un’interpretazione condivisa dei rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956. Di essa facevano parte i massimi studiosi che, sia in Italia sia in Slovenia, si erano occupati del periodo. Nel rapporto si conclude che

«tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno a eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo stato italiano, assieme a un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale e ideologica diffusa nei quadri partigiani.».

Con la fine della guerra fredda, nei primi anni novanta, il tema delle foibe tornò a riscuotere anche l’interesse dei mass media. Anche su iniziativa degli ex comunisti, si pose l’attenzione su questi episodi, che iniziarono a essere ufficialmente ricordati.

Dal 2005, ogni 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, solennità dedicata alla commemorazione delle stragi e del successivo esodo. La data ricorda il trattato di Parigi siglato nel 1947, che assegnò alla Jugoslavia la grande maggioranza della Venezia Giulia e la città di Zara.

In tale occasione fu trasmessa da RAI 1 la fiction Il cuore nel pozzo, prodotta dalla RAI e liberamente ispirata alle stragi delle foibe. La trasmissione ebbe una vasta audience, ma suscitò numerose polemiche per la grossolana approssimazione con cui veniva trattato il contesto storico della vicenda.

Già nel 1997, va notato, Forlì e Loano, furono le prime città italiane a farlo, dedicarono una via ai “Martiri delle Foibe”. Parecchie altre seguirono in seguito l’esempio.

La ricerca storica ha ormai concluso molteplici studi sugli avvenimenti, molte opere divulgative sono, inoltre, state pubblicate. Nell’opinione pubblica, tuttavia, persiste una forte enfasi, di origine ideologica, sulle responsabilità che comunismo e fascismo hanno avuto nelle foibe: questo genera una serie di “tesi militanti” (secondo la definizione degli storici Pupo e Spazzali), di tesi cioè originate in ambiti politici e non supportate da un adeguato lavoro di ricerca storica.

In particolare, in alcuni ambienti della destra si afferma che le foibe sono state semplicemente un crimine del comunismo (spregiativamente denominato “barbarie slavocomunista”), un genocidio di cittadini inermi che avevano la “sola colpa di essere italiani”, in preparazione alla successiva pulizia etnica. D’altra parte, in alcuni ambienti della sinistra, è diffuso un atteggiamento “giustificazionista” e si presentano gli eccidi come una “reazione” alla brutalità fascista. È diffuso, inoltre, un atteggiamento “riduzionista” che contesta il numero delle vittime delle foibe correggendolo al ribasso e che sostiene che gli eccidi abbiano coinvolto essenzialmente esponenti fascisti, sia militari sia civili, responsabili di repressioni e di crimini di guerra italiani in Jugoslavia. Si è già visto precedentemente come le cause degli eccidi siano, in realtà, molto più complesse rispetto a queste semplificazioni.

«… le “foibe” (…) sono state una variante locale di un processo generale che ha coinvolto tutti i territori in cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo …»
(Raoul Pupo, Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall’esercito partigiano jugoslavo)
Gli eccidi, come detto, avevano anche l’obiettivo di eliminare i possibili oppositori del costituendo regime comunista jugoslavo e furono uno dei tanti strumenti che caratterizzarono la sua ascesa al potere. Fra questi è rimasto tristemente celebre il massacro di Bleiburg. Repressioni di tale portata furono consentite dalle caratteristiche dittatoriali del regime comunista di Tito. Simili repressioni furono, inoltre, caratteristiche dell’ascesa al potere di gran parte dei regimi comunisti del periodo (che all’epoca conicidevano con lo stalinisimo), fatto che ha spesso portato a presentare le foibe come un “crimine del comunismo”.

Treno della vergogna ed Esodo dei cantierini monfalconesi 1946 – 1948.
L’atteggiamento del PCI nei confronti della questione dei confini orientali italiani fu ambiguo: già nel corso del conflitto esso aveva acconsentito a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli orientale sotto il controllo militare dei partigiani di Tito, avallando così la successiva occupazione jugoslava: fu per questo motivo che venne ordinato ai partigiani operanti nella regione di porsi sotto il controllo del comando jugoslavo (e fu proprio in tale contesto che maturò l’eccidio di Porzûs).

Successivamente il PCI richiese che i territori assegnati all’Italia col Trattato di Rapallo (1920) passassero alla Jugoslavia, ritenendo che i diritti nazionali degli italiani sarebbero stati tutelati dal nuovo ordine socialista imposto da Tito al suo Paese; infine – a partire dalla metà del 1945 e massimamente a seguito della rottura fra Tito e Stalin – passò a una difesa del carattere italiano della città di Trieste: in un primo momento sposando la linea per la quale era da crearsi il Territorio Libero di Trieste, in seguito, dal 1948, assumendo il mantenimento della città in Italia fra gli obiettivi del suo programma politico.

In particolare, il PCI di Trieste – allontanatosi alla fine del 1944 dal CNL cittadino per sottoporsi gerarchicamente al fronte di liberazione della Slovenia – auspicò, durante il corso di un’assemblea pubblica indetta dalle autorità italo-slave, quella che venne definita “risoluzione settima repubblica”, che prevedeva la formazione di una settima repubblica federativa jugoslava, di carattere italiano (con una bandiera ufficiale già prevista e realizzata), comprendente Trieste, Monfalcone e il Friuli orientale: a tale scopo venne creato il Partito Comunista della Venezia Giulia.

Negli anni successivi furono tuttavia molti gli ex partigiani e i militanti a prendere la via dell’esodo, come conseguenza delle politiche nazionaliste e repressive del comunismo jugoslavo, oltre che per la disputa che opponeva Tito a Stalin, e che vedeva i comunisti italiani schierati su posizioni rigidamente staliniane.

Negli anni successivi il PCI contribuì a dare all’opinione pubblica italiana una visione alterata degli avvenimenti, volta a minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti jugoslavi. Di tale atteggiamento ne fecero le spese soprattutto i profughi, ai quali fu ingiustamente cucita addosso la nomea di “fascisti in fuga”.

Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano. Le sue posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono controverse.
«Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.»
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)
A tutt’oggi persiste in taluni ambienti comunisti e post-comunisti, in particolar modo quelli più legati all’epopea partigiana, un atteggiamento che tende a minimizzare e a giustificare gli eccidi.

In un suo libro del 1997, la giornalista triestina Claudia Cernigoi ha definito tutto il processo di riflessione storiografica sulle foibe sviluppatosi in Italia nel corso degli anni novanta come frutto diretto della «propaganda nazifascista» e teso a riproporre un «neoirredentismo» italiano. Uno degli scopi dichiarati dall’autrice è quello di «liberare finalmente anche gli Sloveni e la sinistra tutta da quel senso di colpa che si portano dietro come “infoibatori”». In questo libro il numero degli infoibati nella provincia di Trieste per opera degli jugoslavi venne determinato in 517, oltre a ciò, per l’autrice, «non vi furono massacri indiscriminati: della maggior parte degli arrestati si sa che erano militari e comunque collaboratori del nazifascismo». Allo stesso tempo, con riferimento alle onoranze concesse negli anni più recenti agli infoibati, la Cernigoi affermava che «visti i ruoli impersonati dalla maggior parte degli “infoibati”, personalmente ci rifiutiamo di onorarli. Si può provare umana pietà nei confronti dei morti, ma da qui ad onorare chi tradiva, spiava, torturava, uccideva, ce ne corre».

Il testo provocò moltissime polemiche, tanto che un ricercatore vicino alle associazioni degli esuli istriani – Giorgio Rustia – pubblicò nel 2000 un saggio fortemente critico delle metodiche di studio della Cernigoi. Rustia contestò alla radice l’intera impostazione del saggio della Cernigoi, fra l’altro individuando all’incirca altri duecento nomi di persone soppresse dagli jugoslavi a Trieste e nella provincia e ricostruendo la storia personale di alcuni degli infoibati dalla Cernigoi accusati di gravi reati che secondo Rustia non furono commessi.

In uno studio del 2003, gli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali hanno pertanto inserito Claudia Cernigoi fra i «negazionisti (o riduzionisti)» delle foibe. Claudia Cernigoi ha reagito molto duramente a tale accusa, con due articoli apparsi sulla rivista on-line La Nuova Alabarda, da lei diretta, a marzo del 2003 e a febbraio del 2007, nei quali ha affermato di ritenere «inesatta e fuorviante, oltreché offensiva, questa definizione» e ribadendo che – a suo dire – sulle foibe sarebbe stata artatamente creata una «mitologia (…) a scopi politici», «a scopo anticomunista, antipartigiano e soprattutto in funzione razzista contro i popoli della ex Jugoslavia (…)», augurandosi nel contempo che in Italia non si fosse «già arrivati al fascismo completo». In una lettera aperta di marzo 2010, la stessa Cernigoi si è lamentata del fatto che «da un po’ di tempo (…) gli studiosi Claudia Cernigoi (che scrive), Sandi Volk e Alessandra Kersevan (che è anche titolare della casa editrice Kappa Vu di Udine) sono accusati di essere dei “negazionisti delle foibe”, dove va considerato che il termine di “negazionista” è genericamente usato, in ambito storico, per definire in senso negativo gli studiosi e i propagandisti che cercano di dimostrare che non vi fu una politica di sterminio nazista nei confronti del popolo ebraico. Con questa similitudine si cerca pertanto di paragonare la nostra attività di ricerca storica a quella di altre persone che nulla di scientifico in ambito storico hanno prodotto ma si limitano ad arrampicarsi sugli specchi per dimostrare una propria teoria».

Claudia Cernigoi è stata in seguito definita “negazionista” anche dallo storico tedesco Rolf Wörsdörfer. La storica Marta Verginella, nel recensire l’opera “Operazione Foibe. Tra storia e mito”, ha commentato: “La ricostruzione di Cernigoi, sebbene volta a contrastare letture tendenziose, cede anch’essa a omissioni e imprecisioni, soprattutto quando nega che tra gli infoibati e gli scomparsi vi fossero avversari politici e nazionali”.

Anche Jože Pirjevec contesta l’opinione di coloro che considerano le foibe come strumento utilizzato per compiere una pulizia etnica programmata, e sostiene che:

Monumento dedicato ai Goriziani deportati
«… gli jugoslavi non volevano affatto colpire e tantomeno eliminare gli italiani in quanto tali, ma catturare, perseguire e punire i responsabili e complici dei crimini fascisti e nazisti… I dati disponibili sugli uccisi italiani confermano che si trattava in maggioranza di persone coinvolte nel fascismo e nel collaborazionismo, in particolare come membri delle formazioni militari, paramilitari e di polizia… anche se non colpevoli a livello personale dei crimini commessi sotto quelle insegne…»
(Jože Pirjevec: Foibe – Una storia d’Italia, Giulio Einaudi editore, Torino 2009)
Per la condivisione di tale tesi, il professor Pirjevec è stato fortemente criticato da molti opinionisti e storici italiani, fra i quali Paolo Mieli (per il quale Pirjevec avrebbe scatenato «polemiche di fuoco»), Roberto Spazzali, Raoul Pupo e Giuseppe Parlato, che gli rimproverarono di essere stato il primo nel panorama degli storici accademici a utilizzare come fonte gli studi della Cernigoi.

Attorno al 1860, Giovanni Bennati, un prete nativo di Pirano, per contrastare in modo irridente chi non voleva riconoscere la sua cittadina come capoluogo della Marca Istriana nell’ambito della riorganizzazione amministrativa dell’Impero austro-ungarico, scrisse una filastrocca con cui intendeva irridere i sostenitori di Pola. Nel testo della canzoncina era contenuta la frase “A Pola xè l’Arena, la Foiba xè a Pisin, che i buta zò in quel fondo chi gà zerto morbin…”. Peraltro Foiba è il nome di un torrente che si getta in un celebre e imponente inghiottitoio carsico e non indica quindi le “foibe” nel loro complesso, ma nel significato originario indica sia il torrente che il suo inghiottito dove il torrente termina.

Il tempo e l’uso della parola hanno, com’è normale che sia in una lingua viva, fatto mutare il significato della parola Foiba facendolo diventato l’attuale significato riferito a tutte le voragini carsiche, sia con lago o acque correnti sul fondo, sia senza.

Nel 1919 l’irredentista triestino Giuseppe Cobol (Cobolli Gigli) scrisse una guida turistica di Trieste in cui riportava il testo della filastrocca. Otto anni dopo, nel 1932, Cobol (che nel frattempo aveva aderito al fascismo) in un articolo edito sull’organo del PNF “Gerarchia”[183] scrisse: «La musa istriana ha chiamato Foiba[184] degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria». Negli anni ottanta le pubblicazioni di Cobolli furono riscoperte e divennero oggetto di polemiche nell’ambito locale giuliano. Sulla base di esse si è affermò infatti che l’utilizzo delle foibe, per eliminare le vittime di stragi, fosse di “ideazione fascista”.

Già all’epoca, in ambito storiografico, furono espresse delle perplessità. Ad esempio per lo storico Elio Apih, il nesso fra le foibe e gli scritti di Cobolli è “suggestivo e non credibile” e tali scritti, anche se definibili come “cattiva letteratura” e testimonianza di una “ostilità scherzosa”, non possono essere certo presentati, retrospettivamente, come un antefatto alle stragi.

4 novembre 1943: accanto alla foiba di Terli vengono ricomposti i corpi di Albina Radecchi (A), Caterina Radecchi (B), Fosca Radecchi (C) e Amalia Ardossi (D)
Nel 2003, il giornalista e scrittore Giacomo Scotti ha rilanciato la tesi[186] affermando, sulla base degli scritti di Cobolli, che le foibe sarebbero state un'”invenzione fascista”. L’innovazione fu che, a riprova di un effettivo utilizzo delle foibe da parte fascista, Scotti citò una lettera, a firma di Raffaello Camerini, pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolonel 2001, dove si riferisce di supposti eccidi compiuti dai fascisti e dell’occultamento dei cadaveri delle vittime in alcune foibe. Le affermazioni contenute in tale lettera sono state oggetto di critiche essendo prive di riscontri.

Lo storico Elio Apih, che pure ha effettuato un’analisi dei possibili precursori delle foibe, non menziona tale tesi. Lo stesso Apih ricorda che l’utilizzo delle foibe quale fossa comune non costituisce una caratteristica originale degli eccidi giuliani. In gran parte delle stragi che caratterizzarono la seconda guerra mondiale, difatti, insorse la necessità pratica di seppellire o occultare in fretta e con poca fatica le vittime. Le foibe furono utilizzate semplicemente perché era ciò che la Venezia Giulia offriva allo scopo, a fianco, peraltro, di miniere abbandonate e di cave.

Lo storico Raoul Pupo è sostanzialmente in linea con quest’ultima affermazione laddove parla di una tecnica di omicidio “diffusa in tutta l’area Jugoslava”.

Le tesi di Scotti, pur essendo diffuse in ambito giornalistico, non sono mai state validate in ambito storiografico. Nonostante questo hanno avuto una certa diffusione, venendo riportate anche da un intellettuale come Predrag Matvejević e in molti ambienti vicini alla resistenza (soprattutto a quella comunista) come l’ANPI e in quotidiani di ispirazione comunista, quali il manifesto e Liberazione. La tesi è inoltre popolare in svariate associazioni neo e post comuniste.

Nel già citato saggio del 2009, curato dallo storico italiano Jože Pirjevec, le tesi di Scotti sono citate (senza ulteriori approfondimenti) assieme alla testimonianza del Camerini, primo e unico caso nell’ambiente della ricerca storica. Come evidenziato sopra tale saggio è stato fortemente criticato da molti storici e giornalisti.

Un’altra ipotesi, che attribuisce al comandante di polizia della RSI Gaetano Collotti l’utilizzo di foibe per eliminare i cadaveri di perseguitati politici[195], è stata proposta nel già citato testo Operazione foibe a Trieste, della giornalista Claudia Cernigoi.

Lo stesso argomento in dettaglio: Giorno del ricordo.
Con la legge n°92 del 30 marzo 2004 in Italia è stato istituito, nella giornata del 10 febbraio di ogni anno, il “Giorno del ricordo”, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Lo stesso provvedimento legislativo ha anche istituito una specifica medaglia commemorativa destinata ai congiunti delle vittime:

Medaglia commemorativa del Giorno del ricordo ai congiunti degli infoibati

I vari governi italiani succedutisi negli anni mai consegnarono i responsabili dei crimini nei Balcani, sia a causa della cosiddetta “amnistia Togliatti”[199]intervenuta il 22 giugno 1946, sia perché il 18 settembre 1953 il governo Pella approvò l’indulto e l’amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per i tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948, a cui si aggiunse quella del 4 giugno 1966. All’epoca la sola città di Belgrado chiese di imputare oltre 700 presunti criminali di guerra italiani e i generali Mario Roatta, Vittorio Ambrosio e Mario Robotti, che non furono mai consegnati nonostante gli accordi internazionali prevedessero la loro estradizione.

Nel 1992 è stato istituito un procedimento giudiziario in Italia contro alcuni dei responsabili dei massacri ancora in vita. Tali inchieste furono giustificate dal fatto che all’epoca la Venezia Giulia era ancora ufficialmente sotto sovranità italiana; inoltre i crimini di guerra non sono soggetti a prescrizione. Partite dalla denuncia di Nidia Cernecca, figlia di un infoibato, videro come principali imputati i croati Oscar Piskulic e Ivan Motika. L’inchiesta fu istituita dal pubblico ministero Giuseppe Pittitto. Nel 1997 diversi parlamentari sollecitarono il governo affinché avanzasse richiesta di estradizione per alcuni degli imputati. Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto: nel 2004 fu infatti negata la competenza territoriale dei magistrati italiani.

Anche in questa occasione fiorirono le polemiche: fra le altre cose Pittitto fu accusato di volere imbastire un “processo alla resistenza”.

*FONTE: Wikipedia.org
*IMAGE: Vista del campo di concentramento di Arbe usato per l’internamento della popolazione civile slovena

Lascia un commento