2 Poesie di PAOLO MARIA ROCCO (da BOSNIA e altri appunti di viaggio)

1.

Dal ponte di prua della Dubrovnik
l’Arcangelo annuncia nella nebbia il porto
che fa della stremata traversata un ricordo
sbiadito e della notte in mare
aperto. Dalla Croazia mi separa
un ultimo ruggito dei motori, un tropo
che m’aspetto sopraggiunga rallegrato
dello scampato pericolo, e affronto
l’ignoto con l’iperbole adeguata del mistero
dei Balcani mentre il traghetto mi partorisce
dalla stiva insieme all’aiuto. Sono a Spalato
che m’è venuta incontro uno direbbe

Per dispetto, se lo specchio d’acqua alla partenza
appena mosso non fosse diventato
al largo scosso. Adesso la costa
si presenta nella sua magnificenza
d’oro col sole che dilegua al suo avvenire
il buio e nei segnali di cui capto bene
della lingua solo il suono. Mi muovo
anch’io in un modo che m’è nuovo
emerso da un uogo che tenevo nell’anima
nascosto: m’avvedo che non è la frenesia
ma il posto che d’un subito s’acquista
ai miei occhi il vanto e mostra che non sono solo

Nel nutrire il simpatetico rapporto: ci s’intende
se dico che il mio non è lo sbarco di un turista
che s’acconcia nella direzione giusta
ma è d’istinto la propensione dell’esploratore
di cui assaporo il gusto. Partecipo dell’attrazione
di un milieu novello cui m’assecondo, e di persone
e cose mai prima conosciute, trascorro chilometri
sulle dorsali aspre e impetuose delle Alpi e poi sosto
nell’Herzegovina e infine nella Bosnia. Più scopro
più mi si offre il destro nel paesaggio naturale
e umano di seguire la mia pista: storia, cultura
dialogo, pensiero i punti cardinali della bussola.

3.

Passeggiare prediligo sulla sponda, rapida
a volte con il pensiero che s’accorda, hai detto
per le sue motili forme al passo, e incrociare
il cammino dei viandanti per immedesimarmi
nel caos delle mie stanze, perché amo incespicare
nei suoi riverberi come dalla fronda il fitto intreccio
s’avviluppa su se stesso, per ritrovarsi
ancora smarrito: è tutt’un avanzare cauto ora e spedito
tra approdi e riviere, imprevedute e rigogliose anse,
un repentino virare nel canale e di nuovo uno spiegare
le vele e uno stivare insieme nelle viscere

Bagliari di fanali, la rigida ossatura
di un palazzo, la sua allusione nuda e l’occhio
che s’adegua alla penombra di lampade
oscillanti sulle strade, le volute di vapore
delle grate, i pennachi dei camini, un’idea di fumo
da osteria. Farei di tutto a meno se non fosse giusto
ch’io sia per questo carico che porto: talvolta si tratta
di navigare a vista, di stare da una parte, una moneta
da pagare il procedere governando tra gli argini
la piena, l’affollarsi delle immagini o il dirupo
delle impressioni, l’animo che declino con la vita

Lascia un commento