A GIACOMO LEOPARDI – #Poesia di Sergio Solmi

L’antica luna… il cui rotondo, scabro,
pacato lume come allora splende
su lievi colli e piagge,
mentre lento ormai scende
la china il per te nuovo, ignoto secolo
cui sognavi parlare. Nel paterno
giardino come allora
le aiuole spettralmente
l’amico raggio avviva, la vasca orla
ove talor sedevi di speranze
e di morte pensoso.

Oggi degli anni a te ignoti più alto
volge il fragore, e assieme tutto e nulla
è mutato. Reali paion fatti
i giovani sogni, l’Italia unita
e di catene scarca, ma l’onesto
e retto conversare cittadino
è tal solo in principio, ancora e sempre
di celate tirannidi il dominio
insidia il libero
competere d’eguali
cui miravi, e volgendoci
addietro al lungo
sanguinoso cammino, i fondi sonni
torpidi della storia e i fuochi rari
delle forti illusioni e dei magnanimi
pensieri, a rivelarsi
persistono tuttora ambigui segni
d’indeciso processo interscambiabili.
Né ancor s’astenne
la generosa stirpe, come saggio
antivedevi, dal por mano ad armi
ogni dì più possenti e ognor più vaste
stragi ordinate, e in luogo
di rinsavita unirsi a fronteggiare
l’inimica natura (tal suonava
il tuo monito estremo), eccola giunta
angosciosamente a un riconoscersi
dissennato sull’orlo vacillante
dell’autodistruzione.

Ancora i “nuovi
credenti” cui irridevi, sotto altri
nomi al caffè discettano,
e dietro oscuri gerghi d’orgogliose
filosofie, in grotteschi
modi tra loro commiste, trasudano
come allora sornioni il conformismo.
Ben altri mostri intanto partoriscono
i novelli romantici, che assisi
su vistose bigonce – strepitosi
batraci su palustri foglie -, in rochi
gracidamenti esalano
docili il fetido
fondiglio di questi anni: ed a vicenda
s’esaltano quai zelatori e interpreti
di nostra età meccanica. Non lunge
da loro i chiericuzzi stenterelli
del contenuto, il gracil petto enfiando,
a ministri s’atteggiano
di polizia, imponendo
mire, argomenti e modi: a loro il crasso
ottuso occhio vieta
della verace poesia i riposti
accordi e sensi intendere che l’animo
ridesta i preziosi istanti: ignari
come a sepolte attinga
regioni dove affanno e gioia, e veglia
e sonno mutuano
i lor segni, e che solo la più fonda
autentica scontata
necessità dall’ime scaturendo
radici della vita, quasi in magico
specchio indirettamente prefigura
un più umano rapporto, e d’un più libero
mondo l’immagine.

Dagli ondulati colli, dalle brune
torri donde ancor suole fino a sera
l’a te fraterno solitario passero
effondere il suo canto,
scende notturna pace. E quasi pare
misteriosamente dissiparsi
nell’alta quiete immobile
l’assiepato sanguigno
ordine d’anni, e intatto ricongiungersi
all’oggi l’ieri. Come se la macchina
del tempo tante volte
ad occhi aperti sognata, a ritroso
epoche valicando, trasportato
quivi m’avesse ad incontrar sul colle
dell’Infinito, in una delle sue
meditabonde passeggiate, il conte
Giacomo Leopardi. È solo un gioco,
lo so, di fantasie, che a interpretare
insiste un moto incerto
d’ombre e fronde. Il continuo irreversibile
ci mena, sale il passato e ci impietra
la sua acqua di gelo istante a istante.
Ma il tuo canto a noi dura. Ah, se potesse
simile al calmo raggio
di questa luna a te cara, far scendere
entro icontorti e faticati rovi
d’un linguaggio che certo
ti suonerebbero barbaro, sì come
quel ch’io sto compitando (e sembra sfiori
la parodia), qualcosa, almeno un vago,
un tremante barlume
di tua magia suprema, che fermare
sa in aeree di musica struggenti
architetture, la labilità
d’un sospiro che esprime la più fonda
pena del nostro esistere.
A mio vanto
basterebbe, a sollievo
d’una fatica ormai tarda, in un mondo
ogni dì più straniero, da cui sciolto,
quasi assunto oltretempo
in un segreto eliso, ove s’oscurano
di momento in momento le gentili
linee del tuo paesaggio, stasera
solitario cammino
con la cara tua ombra conversando.

(Recanati 1962 – Milano 1966)

 

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