ABBIAMO DIRITTO A PROVARCI, A SPERARCI. MA CREDERCI, QUESTO POI… – Da ‘Figlioli miei, Marxisti immaginari’ di Vittoria Ronchey

Materie d’insegnamento, aggiunge Mirella, tutta sportiva nel suo fustagno grigio topo, dovrebbero essere la Costituzione, l’amministrazione, l’etica e il senso dello Stato. Come? Ma via, con un pizzico di retorica, composta e democratica, pacifica, intendo, non aggressiva, più sportiva che nazionalistica, del tipo ‘Sogno Italiano’. C’è l’American dream, c’è la novaja zhin sovietica, la grandeur e l’Opus Dei, la monarchia inglese e le nuotate di mao Tse-tung. Possibile che non troviamo uno straccio di ‘sogno’ pure noi? È questo che fa presa sulle masse, le socializza, non la cultura umanistica, raffinata, che crea scettici individualisti o non crea nulla.

La sua argomentazione non ha molto successo, ma lei rimane tranquilla, il mento sicuro poggiato sul pugno, una meche bionda calata sugli occhi a velarne il suo lampo sorridente e ironico, da scettica individualista con molti quattrini e niente cultura umanistica alle spalle.

Non so per voi, ma per me, interviene pacatamente un amico di Roberto (attempato, elegante, che viene dal club ma non gioca a golf), il cittadino di tipo nuovo, europeo, sarebbe quello che quando chiede un aumento salariale sappia cosa vuol dire per la lira rientrare nel serpente e a quali leggi obbedisce la fluttuazione delle monete; un cittadino maturo, cioè, per governarsi in epoche in cui i problemi connessi con la convivenza umana sono macroscopici.

So già cosa direbbero i miei allievi; non vogliono saperne di problemi macroscopici o microscopici, della sopravvivenza né dei limiti di sviluppo in questa società. Ne vogliono un’altra; non sanno quale, ma la vogliono subito. Cambiano il mondo prima che il mondo cambi noi; cambiano la società prima che essa ci fagociti e trasformi e deformi, ci schiacci con il suo rullo compressore. Hanno ragione, ma aver ragione è solo un particolare decorativo nella ferra struttura della realtà, l’increspatura di un’onda sul mare dell’essere. Le cose che sono non sono quasi mai giuste; potremmo raggiustarle all’infinito senza per questo, io temo, farle molto diverse da quelle che sono.

Abbiamo diritto a provarci, a sperarci. Ma crederci, questo poi… Che cosa abbiamo trovato di meglio in diecimila anni di storia? Come faranno a trovare subito un’altra e più giusta società di ricambio? E mentre la cercano, e non la trovano, cosa faranno?

Naturalmente, conclude Riccardo, che sa sempre tutto di tutto, di qui, da questo Istituto Tecnico unificato, passerebbero anche i pochi destinati alle attività scientifiche, creative. Specializzazioni per pochissimi, in tutti i paesi del mondo, sono le lingue morto (l’italiano antico è quasi una di loro), l’arte, la filologia, l’archeologia, la musica. Che sono la gioia della vita, ma non producono ricchezza se non spirituale e quella, si sa, non basta. Magari, all’inizio dei corsi, queste potrebbero essere, per tutti, materie come si dice opzionali o vocazionali, caratterizzanti poi solo indirizzi assai poco ambiti o redditizi, che so, il maestro elementare o la giuda turistica, tecnici dell’istruzione e del tempo libero o educazione permanente. Per chi veramente ha le qualità ci sarebbero poi istituti Universitari molto esclusivi, a numero chiuso, dotati di borse di studio cospicue, che formerebbero allora veri filologi, critici, letterati, professori ad alto livello e ricercatori. Per il resto, di cose come la poesia deve riempirsi il tempo libero, non le ore di lavoro, anche scolastico. Cosa si vuole dall’istruzione di Stato che la società intera paga? Volere tutto significa non volere niente. I giovani hanno bisogno di sbocchi concreti.

Certo, il tempo libero. Un’espressione mediocre per indicare niente di meno la libertà dal bisogno e dalle leggi meccanicistiche della natura. Allora le letture all’aperto dei poeti, come a Mosca, al parco Gorkij o sulla piazza Puskin, i poeti con la bella voce profonda e la cadenza esaltata. Allora l’ingegnere, il tranviere, l’operaio, il medico, tutti ad ascoltare declamazioni pubbliche di poesie. L’ingegnere, il tranviere, l’operaio metalmeccanico tutti egualmente preparati o impreparati, secondo la predilezione e la frequentazione più o meno assidua di poeti. Come dice quel signore con gli occhiali, che ogni tanto, raramente, incontro dai miei cugini: Il mio ideale sarebbe il falegname che mentre pialla recita ‘A cuor gentile ripara sempre Amore’. Magari anche Luigia Pallavicini, a proposito della quale nessuno più si chiederebbe se non siano per caso troppi i 170 anni trascorsi dalla sua caduta a cavallo. Letture di filosofi anche: l’Apologia di Socrate e l’Etica di Spinoza, il quale si guadagnava la vita da tecnico e non volle mai un cattedra universitaria. Puliva le lenti. Basta d’insegnare filosofia; cercherò delle lenti da pulire.

Da ‘Figlioli miei, Marxisti immaginari’ di Vittoria Ronchey


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