Ah, se fossi riuscito a credere in questa storia del lavoro! HENRY MILLER (da Tropico del Capricorno)

Questo fatto mi turbò un po’. Avrei voluto poter dimostrargli subito che la sua fiducia era ben riposta. Avrei voluto potermi giustificare dinanzi al mondo intero in quel momento: mi sarei buttato dal ponte di Brooklyn, se questo poteva servire a convincere il prossimo che io non ero un figlio di puttana senza cuore. Il cuore ce l’avevo grande come una balena, e presto l’avrei dimostrato, ma nessuno mi guardava nel cuore. Li avevo traditi tutti malamente – non solo i venditori a rate, ma anche il padrone di casa, il macellaio, il fornaio, quei demoni del gas, dell’acqua e dell’elettricità. Tutti. Ah, se fossi riuscito a credere in questa storia del lavoro! Ma nemmeno per salvarmi la vita ci sarei riuscito. Vedevo solo che gli altri s’ammazzavano di lavoro perché non capivano nient’altro.
(…)
Nessuno vuole essere un artista; ci è trascinato perché il mondo non vuole riconoscere il suo vero primato. Il lavoro non aveva senso per me, perché si evitava il lavoro vero da compiersi. La gente mi considerava pigro e infingardo, ma al contrario io ero un individuo attivissimo. Anche se si trattava di correre dietro a un bel pezzo di fica era già qualcosa, una cosa degna, specialmente al confronto di altre forme di attività – per esempio fabbricare bottoni, girare una vite, o anche tagliare un’appendice. E perché la gente mi ascoltava così volentieri quando mi presentavo per un posto? Certo per il motivo che io avevo sempre messo a profitto il mio tempo. Recavo loro un dono dalle ore in biblioteca, dai vagabondaggi per le strade, dalle esperienze intime con le donne, dai pomeriggi al burlesque, dalle visite ai musei e alle gallerie d’arte. Se fossi stato un povero disgraziato onesto, disposto ad ammazzarsi di lavoro per un tanto alla settimana, non mi avrebbero offerto i posti che mi offrivano, non mi avrebbero porto un sigaro, non mi avrebbero invitato a pranzo né prestato quattrini come spesso facevano. Dovevo avere qualcosa da offrire che essi, forse senza saperlo, stimavano più dei cavalli-vapore e dell’abilità tecnica. Nemmeno io sapevo cosa fosse, perché non avevo né orgoglio, né vanità, né invidia. Sui punti fondamentali ci vedevo chiaro, ma dinanzi ai meschini particolari della vita quotidiana, restavo attonito. Questo medesimo sbalordimento lo dovetti verificare su scala colossale prima di poterlo intendere. Spesso gli uomini comuni son più svelti ad afferrare una situazione pratica; il loro ego è commisurato alle richieste che gli si pongono: il mondo non èp molto diverso da quello che essi immaginano che sia. Ma l’uomo che è completamente fuori passo col resto del mondo, o soffre di una colossale inflazione al suo ego o altrimenti il suo ego è sommerso al punto di non esistere più in pratica. Herr Nagel dovette tuffarsi in acque profonde, in cerca del suo vero ego; la sua esistenza era un mistero, per lui e per tutti gli altri. Io non potevo permettermi di lasciare le cose in sospeso, così – il mistero era troppo strano. Anche se dovevo strofinarmi come un gatto contro ogni creatura umana che incontravo, sarei giunto al fondo. Strofinati a lungo e forte e verrà la scintilla!

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