Anton Cechov descritto da Maksim Gorkji – (dal libro Incontri)

Fin dai suoi primi racconti Anton Cechov seppe trarre dal torpido mare della trivialità i suoi scherzi tragicamente tetri; basta solo leggere con una qualche attenzione i suoi racconti “umoristici” per capire quali e quante crudeltà e infamie egli abbia scorto con tristezza e celato pudicamente dietro frasi e situazioni buffe.
Era a suo modo pudico e modesto, non si permetteva mai di dire agli uomini ad alta voce con franchezza: “Ma via, comportatevi un po’ meglio!”. Sperava, ma invano, che gli uomini riuscissero a intuire da sé l’imperiosa necessità di diventare migliori. Detestando tutte le cose luride e triviali, egli descriveva le infamie della vita col nobile linguaggio del poeta, col dolce sorriso dell’umorista, e dietro la bellezza formale dei suoi racconti si avverte appena il loro intimo significato, carico di aspro rimprovero.
L’esimio pubblico, leggendo La figlia di Albione, si diverte e scorge a fatica in questo racconto la vile beffa giocata da un signore sazio a un uomo solitario, estraneo a tutto e a tutti. In ogni racconto umoristico di Cechov io sento il respiro profondo e pacato di un cuore puro, genuinamente umano, un desolato sospiro di compassione per gli uomini che non sanno rispettare la propria dignità umana e, senza resistere alla forza bruta, vivono come schiavi, credono soltanto alla necessità di divorare ogni giorno la maggiore quantità possibile d’una zuppa di cavoli e sono invasi soltanto dalla paura che un individuo più forte e senza scrupoli li schiacci.
Nessuno è riuscito a comprendere con la chiarezza e l’acutezza di Anton Cechov il senso tragico delle inezie della vita, nessuno prima di lui è riuscito a dipingere con così spietata sincerità il quadro cupo e vergognoso della vita umana nel torbido caos del tran tran piccolo-borghese.
Il suo nemico era la volgarità: lungo tutta la vita si batté contro di essa, la derise e la raffigurò con la sua penna impavida e pungente, ogni cosa sembrava perfettamente ordinata, nel modo più conveniente e persino con un certo sfarzo…
E la volgarità si è vendicata di Cechov con un tiro mancino, mettendo il cadavere del poeta in un vagone da trasporto delle ostriche.
La macchia verde sporco di questo vagone mi sembra appunto l’enorme e trionfale sorriso della volgarità sul nemico estenuato, e le innumerevoli commemorazioni dei giornali mi sembrano un esempio di ipocrita tristezza, dietro la quale percepisco l’alito gelido e mefitico della stessa volgarità, soddisfatta nel suo intimo della morte del suo nemico.

Quando leggi i racconti di Cechov, ti senti come in una malinconica giornata del tardo autunno: l’aria si fa trasparente e in essa si delineano con contorni netti gli alberi spogli, le case anguste, gli uomini grigi. Tutto è strano: solitario, immobile e impotente. Il lontano azzurro orizzonte è deserto e, fondendosi col cielo sbiadito, alita un freddo malinconico sulla terra ricoperta di fango gelato. L’intelligenza dell’autore, come un sole d’autunno, illumina d’una luce cruda le strade contorte, i vicoli sinuosi, le case luride e strette, in cui soffocano di noia e di pigrizia piccoli uomini, riempendo le proprie dimore di un tramestio assurdo e intorpidito. D’un tratto però, come un topo grigio, guizza ansiosa una Dusecka, donna dolce e amabile, che sa amare d’un amore così intenso e servile. La si può prendere a ceffoni, e lei non oserà, timida schiava, nemmeno gemere ad alta voce. Accanto a lei tristemente si leva l’Ol’ga delle Tre sorelle: anche lei ama molto e si rassegna senza proteste ai capricci della corrotta e triviale moglie del suo pigro fratello; sotto i suoi occhi si infrange la vita delle sue sorelle; e lei piange e non può essere di alcun aiuto a nessuno; e non ha nel petto una sola parola viva e vigorosa, una sola parola di protesta contro la volgarità.
Ecco la lacrimosa Ranevskaja e gli altri ex padroni del Giardino dei ciliegi, egoisti come bambini e avvizziti come vecchi. Sono dei sopravvissuti e si lamentano, perché non scorgono niente attorno a sé, non capiscono niente, sono parassiti e non hanno più la forza di riattaccarsi alla vita. Il balordo studente Trofimov parla con eloquenza della necessità di lavorare e intanto vive nell’ozio e si distrae dalla noia solo per giocare una stupida beffa a Varja, che invece lavora senza posa per il benessere degli oziosi.
Verisnin sogna come sarà bella la vita fra trecento anni e vive senza capire che intorno a lui tutto si sta disgregando, che sotto i suoi occhi Solenyj è sul punto di uccidere, per noia e ottusità, il povero barone Tuzenbach.
Sfila così dinanzi a noi una schiera sterminata di schiavi e di schiave del proprio amore, della propria ottusità e pigrizia, della propria avidità per i beni terreni; sfilano gli schiavi della tetra paura della vita, passano con e loro torbide ansie e riempiono l’esistenza di discorsi disconnessi sull’avvenire, sentendo che nel presente non c’è posto per loro…
A volte, in mezzo alla loro massa grigia, echeggia un colpo di pistola: Ivanov e Treplev hanno intuito che cosa devono fare e soccombono.
Molti di loro fanno bei sogni su come sarà bella la vita tra duecento anni, ma nessuno si pone mai un interrogativo molto semplice: chi dunque renderà bella la vita, se no ci limiteremo a sognare?
Accanto a questa folla grigia e noiosa di impotenti passa un uomo grande, intelligente, attento a ogni fatto; osserva i noiosi abitanti della sua patria e, con un sorriso triste, con un tono di dolce ma profondo rimprovero, con un’angoscia disperata sul volto e nel cuore, con la sua voce bella e sincera, dichiara: Voi vivete in modo infame, signori !

* Da Incontri – di Maksim Gorkji (Massimo Gorki)


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