ATTI IMPURI – Goffredo Parise (Recensione Libro)

Un baraccone di personaggi assolutamente grotteschi: ecco ciò che resta impresso nella mente a fine lettura; grande è l’abilità di Parise (ma, del resto, aveva già dato prova di essere un buon caratterista in altre opere) nel tratteggiare questi bizzarri esseri umani (in una recensione trovata sul web si fa riferimento ad un interessante zoomorfismo): da una parte le zie del protagonista, zitelle devote ed avvizzite, dall’altra lo zio, un estroso inventore provvisto di un vistoso codino e svolazzanti vestaglie (nonché inconcludente cospiratore); per non parlare, naturalmente, del protagonista stesso, Marcello, trentenne tondetto, prete mancato.

Non c’è molto altro dentro le pagine (poche, perché il libro ne conta 150 o giù di lì) di questo libretto. La sola azione che interviene, per un attimo, ad animare la scena (così come i pochi coups de théâtre) si spegne ancor prima di prendere vigore. E mancano persino quei comportamenti sconvenienti annuncitati dal titolo; d’altra parte l’opera di Parise (malgrado quelle due parole che troneggiano sulla copertina, preannunciando un contenuto più o meno pruriginoso; e non so bene se è dovuta proprio a questa sorta di promessa non mantenuta, e non piuttosto al il fatto che quelle parole non s’adattavano poi tanto bene al contenuto del libro, la decisione, da parte dell’editore, all’epoca della prima pubblicazione, di cambiare il titolo in “Amore e fervore”) altro non è che una finestrella di carta spalancata, come per caso, sull’esistenza ordinaria di un uomo comune, lontana anni luce dalla vera passione. Marcello, dicevamo, aiutante del sindaco, sposato con Maria Grazia (donna non amata); in lui è forte (ma sarebbe bene dire eccessivo), il richiamo della fede (tanto che, tempo addietro, si era trovato ad un passo dal prendere i voti), che lo porta a confessarsi ogni giorno (l’ossessiona il peccato che si annida in ogni atto, anche in quelli apparentemente più innocenti), e a cercare la rassicurante compagnia di alcuni preti, con i quali discute e si confida (ritornano, quindi, i preti, costante delle opere di Parise, elemento cardine del suo humus esistenziale e narrativo).


Ma, ma si dà il caso che sono pochi gli uomini che possono dire d’essere scampati all’amore; ecco allora che Marcello conosce, invaghendosene all’istante, la Ciriaci, una smaliziata bionda dalle gambe troppo magre, scettica riguardo l’amore e gli uomini (e con la quale non riuscirà mai a raggiungere una vera intimità; d’altro canto lo stesso autore tenderà a tenerla a debita distanza, attraverso l’uso costante del cognome al posto del nome proprio, quasi a sottolinearne lo status d’oggetto più che di persona: ella è la molla dello scandalo, colei che perverte Marcello, conducendolo sui sentieri del peccato). Stupisce (ma non molto) vedere come tutto farà presto a sgonfiarsi, conducendo la storia verso un prevedibilissimo finale (ma, forse, è proprio così che deve finire; nell’amore di Marcello per la Ciriaci, infatti, non v’è nulla di indecente o sconveniente, nulla di passionale: esso somiglia, in modo incredibile, all’amore estatico e contemplativo che egli prova verso Gesù e le sue molteplici manifestazioni. Ed essa, rapida a mostrarsi come le rivelazioni di ciò che è divino, è altrettanto veloce a fuggire, allontanandosi per sempre dall’uomo).

La critica di Parise (all’indottrinamento cattolico, all’opportunismo borghese) si coglie tutta e diverte molto (al di là, naturalmente, di una certa malinconica amarezza di fondo).
Per concludere un piccolo appunto sullo stile: ho faticato a riconoscere Parise in questo libro; avrei detto piuttosto Calvino, o Buzzati.

*FONTE: http://www.anobii.com/books/Atti_impuri/01a14e754813dd84f2

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