CAMBIAR CASA – Guido Piovene

Nessun avvenimento, nel giro della nostra vita privata, produce tanti sentimenti dissimili, tanti impulsi contradditori, un così fitto intreccio di piacere e di pena, come la fine di una casa e la nascita di un’altra casa. La parte di piacere è tanto maggiore, quanto più fortemente avevamo deciso di stabilirci in quel luogo per sempre, o almeno per un numero indefinito di anni. Ogni necessità che ci costringa a cambiare progetto e rimetterci in moto è allora un incidente liberatore.
Tante volte ho cambiato casa nella mia vita; credo una quindicina; qualche volta per volontà d’altri, ma più spesso per volontà mia, con l’aiuto esteriore di una qualsiasi circostanza. Sempre, quando potevo, mi buttavo sulla nuova casa con un accanimento, con una specie di furore monogamo, con una smania puntigliosa di volerla perfetta. Immaginavo di ottenervi quasi un secondo me stesso esteriorizzato; senza riuscirvi mai; e, per la piccola parte in cui mi riusciva, appena lo avevo davanti, mi infastidiva come un vizio. Tanto che, appena era finita, la casa cominciava a darmi disgusto, appunto come un vizio, o una pasione sbagliata.
Di queste case che volevo perfette, o almeno identiche a me, ne ho viste morire più d’una, in diverse parti del mondo. Sempre con lo stesso miscuglio di dolore-piacere di fronte allo spettacolo della loro fine. V’era certo il dolore del distacco dalle abitudini, che sono essenziali nell’uomo. Ma insieme provavo una fretta che tutto questo scomparisse, per convertirsi in fantasia e memoria, utili e inoffensive, prendendo posto una volta per sempre dentro l’animo ed il cervello senza venirmi più tra i piedi e senza impedirmi di muovermi con la sua presenza.
Così recentemente ho assistito alla fine della mia casa di Parigi. Finché era ancora intatta, prevaleva la pena. Finché è intatta la casa è un organismo, una persona, e come da una persona ne emana e giunge fino a noi la volontà di sopravvivere, la ripugnanza a soggiacere ad un verdetto distruttivo. Ma appena i primi imballatori misero mano a un mobile e lo spostarono, ecco i miei sentimenti cominciarono a modificarsi. Man mano che la casa si scomponeva, le stanze si sguarnivano tra i gridi degli uomini che mi caccavano occupandole in uno spazio sempre più provvisorio e ristretto, la pena era equilibrata, poi sopraffatta da un profondo consenso. Trovavo anzi momenti di felicità acuta. Guardavo, in quei momenti, le forme più note, che più avevano preso, nei lunghi rapporti con me, un’anima ed una storia: il piccolo prato sul quale si svolgevano a primavera, come su un palcoscenico, le commedie dei merli, gli ippocastani, adesso spogli, che tante volte dal mio studio avevo veduto coprirsi di fioriture rosse o bianche contro lo sfondo della Senna. Continuavo ad averli cari, ma proprio per questo provavo un desiderio che morissero veramente, una fretta che trascorressero interamente nel passato. Cioè li coglievo nel momento felice di trapasso senza ritorno in memoria poetica: e io mi sentivo già di là.
In fondo, penso che il contrasto tra l’istinto di conservare gli aspetti a cui siamo legati, e la vita che lo sconfigge cambiandoli senza sosta, sia un contrasto irreale; o almeno tale deva essere. Dipende dalla confusione tra due ordini, la fantasia e la realtà di fatto, che un uomo d’animo completo mantiene egualmente presenti, essendo ambedue indispensabili all’equilibri della vita, ma anche nettamente deivisi. Un uomo di animo completo ha perciò una gioia speciale, un senso di armonia e di integrità, se riscontra in se stesso il funzionare esatto di questa legge, consegnando da un regno all’altro le cose ce gli sono care. Amare il passato è giusto, non attaccarvisi, volerlo materialmente vivo; la fantasia e la memoria poetica sono lì soltanto per quello, nell’economia della vita, per consentire insieme il legame e il distacco. Non risiede anche qui l’utilità dell’arte? Due tipi d’individui ho sempre ritenuto egualmente impoetici; quello che vive solo nella pratica del presente; e quello attaccato, fissato alle cose trascorse, nevrotizzato dai rimpianti.

*Da Spettacolo di Mezzanotte di Guido Piovene


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