Capii che la nobiltà diversa del barone era la poesia – #VincenzoConsolo (da Le pietre di Pantalica)

A casa (viveva nelle segrete, al castello dove la notte, tra l’edere, tra i fori del becco soffiava il gufo mai veduto), leggeva la ventura della gente. E apparire faceva facce di morti nell’acqua del bacile, marciare a tempo i trespoli del letto, parlare turco un gatto con voce di bambina.
Col tempo mi rimase solo nel cuore don Stapino.
I campieri, ed i padroni d’essi, erano già passati nella testa, dove l’amore e l’odio hanno la porta chiusa.
Don Stapino morì (trovarono quaderni che gli spazzini gettarono nel crine che bruciava del suo letto) e ritornò a vivere.
Era del Capo ma veniva sempre nel mio paese, prima in landò, dal tempo screpolato, e poi in motoretta. Correva sempre, correva, il volto chiuso in una sua gioia incomprensibile. M’accadeva d’incontrarlo spesso, e allora mi fermavo e lo seguivo con gli occhi finché spariva.
Mi trovavo un giorno nella bottega del tipografo con sette dita (tre gliele aveva tagliate la rotativa) quando entrò il barone: anche così fermo, davanti al banco, a un passo da me, fuggiva. Parlò, e parlò di poesie, che il tipografo gli doveva stampare. E nei silenzi continuava a parlare; gli affiorava alle labbra un respiro intriso di parole smozzate, sillabe, suoni, bolle d’un suo discorso interno irrefrenabile.
Uscì il barone, ed io, incantato, non rispondevo al tipografo che mi chiedeva i soldi dei libri rilegati e che ora aveva dodici dita e il tredicesimo già gli fioriva, storto, sopra il dorso della terza mano. Questo fu verso la fine del ’53: era morto Stalin, i Rosemberg erano stati assassinati, le acque avevano sommerso la Calabria, in Sicilia la Madonna piangeva al capezzale dell’operaio e per un soffio, alle elezioni, la legge del Poliziotto non scattò.
Capii che la nobiltà diversa del barone era la poesia, in lui doppiamente magica. E fastosa sognate maliosa, di preziosa favola, di canto mai sentito.

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