Chi sono gli IGNAVI nella Divina Commedia di Dante ?

Questi dannati sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere una idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte. Tra essi sono inseriti anche gli Angeli che non si schierarono nella battaglia che Lucifero perse contro Dio.

Dante li inserisce qui perché li reputa indegni di meritare sia le gioie del Paradiso, sia le pene dell’Inferno, a causa proprio del loro non essersi schierati né a favore del bene, né a favore del male. Sono costretti a girare nudi per l’eternità inseguendo una insegna – che corre velocissima e gira su se stessa – punti e feriti da vespe e mosconi. Il loro sangue, mescolato alle loro lacrime, viene succhiato da fastidiosi vermi.

Dante definisce queste anime come quelle di peccatori “che mai non fur vivi”. Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e completo. Tanto accanimento si spiega, dal punto di vista teologico, perché la scelta fra Bene e Male, deve obbligatoriamente essere fatta. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medioevo lo schieramento politico e la vita attiva all’interno del Comune erano quasi sempre considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se l’uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non è degno, secondo la riflessione dantesca, di alcuna considerazione.

Gli Ignavi sono i primi peccatori che si incontrano nella Divina Commedia. Questi sono descritti in maniera particolarmente spregevole, poiché in vita non agirono mai, né nel bene né nel male. Non osarono mai avere un’idea propria, e si adeguarono sempre alla legge del più forte. Per questi motivi Dante li disprezza enormemente. Essi sono talmente inutili che nemmeno l’Inferno li ha voluti. Gli ignavi sono condannati per l’eternità a seguire un’insegna che vortica velocissima per tutto l’Antinferno. Nel frattempo, sono punti da vespe e da mosconi, e il loro sangue, misto alle lacrime viene raccolto da fastidiosi vermi. Il contrappasso è chiaro: così come in vita non seguirono nessuna bandiera, essi sono adesso costretti a seguire un’inutile insegna. Inoltre, così come in vita non furono mai stimolati a prendere posizione, sono adesso continuamente stimolati da fastidiosi insetti. Dante definisce gli ignavi come coloro “che mai non fur vivi”.
Il grande disprezzo che Dante nutre nei confronti di questi peccatori si giustifica con l’impegno politico che egli profuse in vita, e che lo portò ad essere esiliato dalla sua amata e odiata Firenze. D’altra parte, Dante ricevette una forte influenza dal pensiero filosofico di Aristotele, il quale definiva l’essere umano come un “animale sociale”.

Dunque, coloro che in vita scelsero di non prendere partito soffrono adesso la pena peggiore di tutte, e sono disprezzati persino dall’Inferno.
Tra gli ignavi Dante vede tantissime anime, e tra queste gli sembra di scorgere l’anima di colui che “fece per viltade il gran rifiuto”. I commentatori hanno molto dibattuto sull’identità di questo personaggio misterioso. Probabilmente si tratta di Papa Celestino V, il quale rinunciò al Soglio Pontificio, che aveva raggiunto nel 1294, lasciando poi spazio all’ascesa al potere di Bonifacio VIII, il pontefice nei confronti del quale Dante provò odio profondo e disprezzo infinito. Questo papa infatti, oltre ad aver causato la cacciata dei Guelfi Bianchi (di cui Dante faceva parte) da Firenze, incarnava esattamente quell’ideale negativo dell’alto prelato che si intromette con forza nelle vicende politiche del suo tempo, esercitando, nei fatti, un potere temporale, piuttosto che un potere spirituale.

*FONTE:  La Divina Commedia Online




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