CIAO KAFKA – Un racconto di Sebastiano Vassali

Prima venne la ruota. Con la ruota si fece il caro, che serviva in tempo di pace a trasportare i prodotti della terra, per esempio il grano o le ceste piene d’uva, e in tempo di guerra a trasportare gli eroi sui campi di battaglia. Era così che si combattevano le guerre ai tempi di Omero. I soldati semplici avevano come loro uniche armi una spada e uno scudo, al massimo si riparavano la testa con un elmo, mentre gli eroi: gli Achille, Gli Ettore, Gli Aiace e gli altri di cui parla la leggenda, erano coperti di bronzo dalla testa ai piedi, e quasi non potevano muoversi.
Avevano scudi giganteschi, elmi giganteschi, corazze per coprire il petto e la pancia, schinieri e ginocchiere per coprire le gambe, cinturoni in cuoio rinforzati in bronzo per coprire l’inguine, sandali in cuoio e bronzo per coprire i piedi. L’eroe in assetto di guerra era invulnerabile, o quasi (si sa di Achille che il suo unico punto scoperto era il tallone): ma si portava addosso un peso superiore al quintale, e poteva fare pochissimi passi. Per manovrarlo, ci volevano un buon carro e un’auriga di grande esperienza, capace di piombare con il suo eroe là dove più ferveva la mischia. L’eroe scendeva dal carro e menava botte da orbi per alcuni minuti, finché gli bastavano le forze; poi veniva rimesso sul carro, in piedi se ancora riusciva a reggersi o sdraiato di traverso se era crollato, e portato fuori dalla battaglia a riprendere forze, in vista di un’altra incursione. L’autonomia dell’eroe era limitata a pochi minuti e pochi metri. L’inseguimento di Ettore da parte di Achille, nell’Iliade, se mai si verificò dovette essere una delle gag più esilaranti che si siano mai viste, nell’antichità e in ogni epoca, e dovette durare ore, forse addirittura giorni. Anche se Omero riesce a tradurlo in epopea, l’incontro-scontro tra due eroi era in realtà un episodio grottesco e piuttosto raro, in cui vinceva non il più bravo a maneggiare le armi, ma il più resistente a portare pesi. Quando uno dei due cadeva sfinito a terra, l’altro si trascinava su di lui e, dopo aver trovato uno spiraglio per infilare la punta della spada, gli crollava addosso.
Dal carro, venne la carrozza; dalla carrozza venne l’automobile, e con l’automobile la nostra storia si fa più complicata, perché alle trasformazioni dell’involucro incominciano a corrispondere le trasformazioni di ciò che sta dentro all’involucro, come il mollusco sta dentro la conchiglia. L’uomo diventa automobilista: e non è una metamorfosi semplice né indolore. Ne sa qualcosa il protagonista del racconto di Franz Kafka, La metamorfosi: Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregorio Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto. Giaceva sul dorso duro come una corazza e, appena alzato il capo, scorse un addome carenato, scuro, traversato da numerose nervature. La coperta, in equilibri sul crinale, minacciava di cadere da un momento all’altro: mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua molte, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi.
La metamorfosi di Kafka è del 1912 e Gregorio Samsa è un automobilista abortito e imperfetto. Entro pochi anni, le sue zampe diventeranno ruote e la trasformazione sarà completa, includendo anche la sfera psichica del soggetto. L’automobilista incomincerà a strombettare, a lampeggiare, ad accennare sorpassi in luoghi che precedentemente erano destinati a tutt’altre funzioni: per esempio in ufficio, a tavola, nel letto coniugale.
Diventerà sempre più affusolato e carenato, con pneumatici di scorta, specchietti, antenne, alettoni. Incomincerà a socializzare nei parcheggi e a parcheggiare nei luoghi che in altri tempi erano destinati alla socialità: nei cortili, nelle piazze, nelle strade… Sopratutto, incomincerà a correre incanalato nel traffico, detto vita, da un’area di servizio ad un’altra area di servizio, da un’officina-ospedale ad un’altra officina-ospedale, da un garage ad un altro garage: finché la sua automobile (il suo guscio) diventerà un cubo di metallo nella pressa di uno sfasciacarrozze, e verrà fusa per creare nuovi modelli di automobili, com’è necessario che avvenga. Polvere ala polvere, progresso al progresso, soldi (e vita) ai soldi.
Scopo originario dell’automobile era la mobilità, cioè trasformare l’uomo in automobilista, perché viaggiasse e vedesse il mondo. In realtà, l’automobilista vede solo strade; e tutte le strade e tutte le città del mondo, oramai possono essere immaginate come luoghi pieni di automobili più o meno uguali: dov’è difficile, e spesso addirittura impossibile, trovare alla fine una propria storia. (Un proprio parcheggio).

*da: La morte di Marx e altri racconti

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