DI BESTIA IN BESTIA – Michele Mari #Libri

Di bestia in bestia è il romanzo di una vita, così ripete Michele Mari nella introduzione e nella postfazione a questa nuova edizione.
Si tratta di una storia gotica, con tre viandanti che per sbaglio giungono ad una sorta di castello templare in una terra inospitale. Li accoglie Osmoc, un erudito che vive in quel luogo romito con cinquantamila volumi ed un servo. Ovviamente sin da subito avvengono fatti che lasciano temere che vi sia qualche pericolo, figure che appaino, orme bagnate in una camera, aggressioni. Sempre con il terribile vento Tarassa che agita una fitta neve. Scopriranno che esiste un gemello, Osac, ab-normal (come disse Marty Feldman in Frankestein junior). In sè la trama è tutta qui, giocata sul tema della scissione, da un lato la dedizione alla letteratura, una esclusiva dimensione solipsistica che alla fine tutto esclude, limitando la vita ad un fenomeno osservato sempre tramite gli strumenti dello studio. Dall’altra parte la vita come agire esclusivamente istintivo, le pulsioni non più mediate dal raziocinio ma espresse in tutta la loro originaria forza. Mari caratterizza questa opera attraverso una prosa erudita, una lingua da antichi libelli, l’esaltazione della forma letteraria della letteratura antica. Essa è prerogativa di Osmoc, che infarcisce le interminabili narrazioni con citazioni vere e falsamente vere, in stile borgesiano: interpola versi, estratti latini, suffraga ogni affermazione con la produzione di tomi ed in folio. Spesso vi sono riferimenti a linguaggi bellamente inventati ma sostenuti da pseudo analisi linguistiche. Frequentemente emergono analisi etimologiche di parole inventate o veri scherzi, come la etimologia di “impippare”. Ai riferimenti classici, Bram Stoker, Lovecraft, Poe etc della letteratura gotica, spesso si rilevano riferimenti ad altre opere, come La macchina del Tempo di Wells, ove la suddivisione tra Morlocks ed Eloi ritorna in Mari per rafforzare la sua tesi sulla scissione tra forza bruta e atteggiamento riflessivo.
Il limite di questa opera, cui Mari ha dedicato tanti anni e sulla quale è tornato in occasione della nuova edizione, è contenuta nel gravame di questo eloquio che, se dapprima incuriosisce e diverte, alla lunga diviene una sorta di magma letterario che appesantisce ed allontana, soprattutto in relazione ad una certa prolissità dei monologhi. Una volta che il lettore ha accettato il gioco di Mari ne diviene tuttavia vittima, dovendo procedere con i vincoli che l’autore ha posto in gioco. Questo, a mio parere, limita il valore di una operazione sicuramente interessante e ricca di tutte le caratteristiche che i lettori di Mari gli riconoscono ma che forse in questa opera sono state lasciate a briglia sciolta (volutamente, dato che nella seconda edizione ha modificato solo di poco i testi). Mari tra le righe riporta qualcosa di biografico in questa lacerazione tra vita vissuta e letteratura, tra l’amore stilnovista e quello reale, fortunatamente ricco di emozioni e passione. In sostanza Mari ha costruito una storia sull’archetipo dell’intellettuale prigioniero nel suo castello (anche fisicamente) di letteratura analogo a quello dello scienziato “folle” e dedito a ricerche misteriose: come in Frankestein alla fine emerge la bestia.
“..i libri possono fare alla vita una concorrenza sleale, molto sleale..”

*FONTE: Pipaluk63 – https://www.anobii.com

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