DISCORSO DELLA SERVITÙ VOLONTARIA – Étienne de La Boétie #LIBRI

Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire o Contr’un) è l’opera più nota di Étienne de La Boétie. Il testo fu redatto probabilmente intorno al 1549 e pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Il contro uno.

La data di redazione è incerta: secondo gli ultimi studi esso fu composto da Étienne de La Boétie nel periodo dell’università, cioè attorno ai 22 anni. Secondo l’amico Montaigne, tuttavia, il discorso sarebbe addirittura precedente, scritto cioè attorno ai 18 anni.

L’autore sostiene che qualunque tiranno detiene il potere fintanto che i suoi sudditi glielo concedono. La libertà originaria concessa all’uomo per natura sarebbe stata abbandonata dalla società, che una volta corrotta dall’abitudine, avrebbe poi preferito la servitù del cortigiano alla condizione dell’uomo libero, che rifiuta di essere sottomesso e di obbedire.

Talismano dei disobbedienti, manifesto segreto di ogni libertario: il “Discorso della servitù volontaria” è un capolavoro clandestino che non perdona. Intrattabile e senza fissa dimora dal giorno in cui vide la luce, contiene la resa dei conti di un giovane e di un nobile, Étienne de La Boétie incarna entrambe le qualità, con le passioni collettive più enigmatiche da decifrare: la paura della libertà e l’ansia della dipendenza. L’oppressione si regge infatti anche sulla connivenza delle vittime, uomini che amano le proprie catene più di se stessi.

Il pensiero di La Boètie fu anche ripreso dai movimenti di disobbedienza civile, che trassero dal concetto di ribellione alla servitù volontaria il fondamento del proprio strumento di lotta. Étienne de La Boétie fu infatti uno dei primi a proporre la non collaborazione, e quindi una forma di disobbedienza nonviolenta, come arma realmente efficace. La Boétie non è interessato alle «congiure di gente ambiziosa» interessata soltanto a «far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide», ma auspica un cambiamento e una liberazione profonda dal potere.

«Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!»

Sebbene ancora poco noto oltreconfine, il Discorso sulla servitù volontaria è stato, attraverso quattro secoli, un punto di riferimento per molti paladini delle libertà, da Marat (nel saggio Chaînes de l’esclavage) a La Mennais, a Landauer, fino a Rothbard, che introduce l’opera in un’edizione del 2004.

Fonte d’ispirazione per pensatori filosofi e politici, dalla matrice anarchica all’eterodossia marxista, come Simone Weil (in Méditation sur l’obéissance et la liberté del 1937), il testo viene ripreso e citato abbondantemente in tempi più recenti, contemplando numerose riedizioni anche in lingua italiana negli ultimi anni.

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