E adesso me ne sto qui seduta… SYLVIA PLATH (dai Diari)

3 novembre. Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso, il sangue insonne che arranca stordito nelle vene, l’aria grigia pesante di pioggia e quei maledetti omini dall’altra parte della strada che battono sul tetto con picconi e asce e scalpelli, e quel puzzo di catrame pungente, infernale. Questa mattina sono ripiombata dentro al letto, a implorare un po’ di sonno, a rifugiarmi in quella buia, calda, fetida fuga dalle responsabilità e dall’azione. Non è servito. Il postino ha suonato alla porta, e mi sono strappata alla posizione orizzontale per andare a aprire. Una lettera da Dick. Verde d’invidia, l’ho letta pensando a lui che se ne stava sdraiato lassù, riposato, nutrito, accudito, libero di esplorare libri e pensieri a suo piacimento. Ho pensato alla miriade di faccende pratiche che dovevo sbrigare: scrivere alla Prouty, restituire Life a Cal; fare il resoconto per la Commissione Stampa; telefonare a Marcia. L’elenco cresceva sempre più, ostacoli su ostacoli che stridevano diabolici, mi sbeffeggiavano osceni, si disintegravano nel caos, e il disgusto e il desiderio di farla finita con questa insensata ridda di propositi, cose, azioni, diventano sempre più forti. Annientare il mondo annientando se stessi è l’apice illusorio di un egoismo disperato. Il modo più semplice per uscire da tutti i piccoli vicoli ciechi sui cui muri ci spezziamo le unghie. Che ironia, pensare a Dick, che si dedica a nient’altro che alla cura del suo corpo, il massimo dell’irresponsabilità – sentire la sua mente che si libera, si espande, e la mia invece è ingabbiata, grida, impotente, autodenigratoria e impostoria. Come giustificare la mia sprezzante, coraggiosa fede umanitaria? Il mio mondo cade a pezzi, si sbriciola, il centro non tiene più. Non c’è forza unificatrice, solo nuda paura, l’istinto di autoconservazione.
Ho paura. Non sono piena, sono vuota. Sento dietro gli occhi come una caverna pietrificata, inerte, un abisso, infernale, un nulla con le mie sembianze. Non ho mai pensato, non ho mai scritto, non ho mai sofferto. Voglio uccidermi, fuggire dalle responsabilità, tornare a rintanarmi nel grembo materno. Non so chi sono, né dove sto andando – e sono io quella che deve decidere come rispondere a queste orribili domande. Anelo a una nobile fuga dalla libertà – sono debole, stanca, mi ribello alla forte, costruttiva fede umanitaria che presuppone un intelletto e una volontà sani e produttivi. Non c’è posto in cui andare- non a casa, dove, come una stupida ridicola, non farei che frignare aggrappata alle sottane di mia madre – non dagli uomini, dai quali adesso più che mai voglio la guida severa, definitiva, paterna – non nella chiesa, che è tollerante, libera – no, mi rivolgo esausta alla dittatura totalitaria, dove vengo assolta da ogni responsabilità personale e posso immolarmi in uno sfoggio di altruismo sull’altare della Causa con la C maiuscola.
E adesso me ne sto qui seduta, quasi in lacrime, spaventata, a guardare il dito che scrive sulla parete la mia vuota inutilità, condannandomi – dio, da dove arriverà la forza unificatrice? La mia vita fino ad ora sembra disorganizzata, inconcludente, caotica: ho sbagliato il mio piano di studi, ho seguito un progetto senza regole unificatrici – mi sono esaltata per le mie stesse potenzialità, eppure ne ho amputate alcune per privilegiarne altre. Sto annegando nel negativismo, nell’odio verso me stessa, nel dubbio, nella follia – e non sono nemmeno abbastanza forte da rifiutare la routine, la ripetizione automatica, da semplificare. No, continuo ad arrancare, sempre con la paura che quell’inferno vuoto dietro i miei occhi si apra un varco e schizzi fuori come un’oscura pestilenza, paura che il morbo che sta divorando l’essenza, la sostanza del mio corpo con spietata impersonalità si manifesti in ben riconoscibili pustole e verruche, urlando: traditrice, peccatrice, impostora.
Comincio a capire cosa spinge ad ammettere il peccato originale, ad adorare Hitler, a darsi all’oppio. Ho desiderato a lungo di leggere e sviscerare le teorie della filosofia, della psicologia e della coscienza nazionale, religiosa e primitiva, ma mi sembra troppo tardi ora per qualsiasi cosa – sono un ammasso disgustoso di cose lasciate in sospeso – egoista, spaventata, sul punto di prendere in considerazione l’idea di dedicare il resto della mia vita a una causa – spogliarmi di tutto per dare le mie vesti ai poveri, rifugiarmi in un convento, nell’ipocondria, nel misticismo religioso, nelle onde del mare – dovunque purché mi venga tolto questo fardello, questo spaventoso, infernale peso dell’essere responsabile di me stessa, di dovermi giudicare. Riesco a vedere davanti a me solo vicoli luridi e bui dove si sono depositati la feccia, il marciume, la sporcizia della mia vita sempre uguale e senza gloria, che nulla ha trasfigurato: non la nobiltà, e nemmeno l’illusione di un sogno….

#SylviaPlath, dai Diari

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