È un nichilista… (da Padri e figli di Ivan Turgheniev)


È un nichilista – ripeté Arkadi.
Nichilista – articolò Nikolai Petrovic. Dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque codesta parola indica un uomo che… che non riconosce nulla?
Di: che non rispetta nulla – ribatté Pavel Petrovic,e daccapo mise mano al burro.
Che considera con occhio critico – osservò Arkadi.
E non fa lo stesso – Domandò P.P.
No, non fa lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina davanti ad alcun’autorità, che non accetta neppure un principio sulla fiducia, di qualunque rispetto sia circondato questo principio.
E che, ciò è bello – Lo interruppe P.P.
Secondo per chi, zietto. Per uno va bene, per un altro malissimo.
Ecco come. Bè, codesto, vedo, non è partita nostra. Noi, gente del vecchio tempo, siamo d’avviso che senza i principi, – P.P. Articolava questa parola mollemente, alla maniera francese, Arkadi invece pronunziava ‘Printsipi’, calcando sulla prima sillaba – senza principi, accettati, come tu dici, sulla iducia, non si può fare un passo, non un respiro. Vous avez changé tout cela, che Dio vi conceda salute e il grado di generale, e noi staremo solo ad ammiarare, signori…. com’è?
Nichilisti – proferì nettamente A.
Sì. prima c’erano i gheghelisti, e ora ci sono i nichilisti. Vedremo come farete a sussistere nel vuoto, in uno spazio senz’aria; e adesso suona, per favore, caro N.P., per me è l’ora di bere il cacao.
(…)
Vi dissi già, zietto, che noi non riconosciamo l’autorità – mise bocca A.
Noi agiamo in virtù diciò che riconosciamo utile – proferì Basarov – Al tempo nostro più di tutto è utile la negazione: noi neghiamo.
Tutto?
Tutto.
Come? Non soltanto l’arte, la poesia… ma anche… è terribile a dirsi…
Tutto – rispose con inesprimibile calma Basarov.
P.P. Lo fissò. Non s’aspettava questo, e A. arrossì perfino dal piacere.
Permettete però, – prese a dire N.P. – voi negate tutto, o, esprimendoci più esattamente, demolite tutto… Ma occorre pur anche costruire.
Questo non è più affar nostro… Daprima bisogna sbarazzare il posto.
Lo stato contemporaneo del popolo richiede ciò – soggiunse A. con aria d’importanza – noi dobbiamo soddisfare queste esigenze, noi non abbiamo il diritto di abbandonarci all’appagamento dell’egoismo personale.
Quest’ultima frase visibilmente non piacque a B. , ne ispirava un soffio di filosofia, cioè di romanticismo, poiché B. anche la filosofia la chiamava romanticismo; ma non stimò necessario confutare il govane alunno.
No, no! – esclamò con subitaneo impeto P.P. – io non voglio credere che voi, signori, conosciate esattamente il popolo russo, che siate i rappresentanti delle sue esigenze, delle sue aspirazioni! No, il popolo russo non è quale voi lo immaginate. Esso onora santamente le tradizioni, è un popolo patriarcale, non può vivere senza fede…
Io non starò a discutere in contrario, – interruppe B – son perfin pronto a convenire che in questo avete ragione.
Ma se ho ragione…
E tuttavia ciò non prova nulla.
Proprio nulla, prova, – ripeté A. con la sicurezza d’un esperto giocatore di scacchi che ha previsto una mossa, evidentemente pericolosa, dell’avversario e perciò non s’è turbato affatto.
Come non prova nulla? – borbottò sbalordito P.P. – Voi dunque andate contro il vostro popolo?
E se anche così fosse? – esclamò B. – Il popolo suppone che, quando romba il tuono sia il profeta Elia che scarrozza in cielo. Ebbene? Devo esser d’accordo con lui? E inoltre, lui è russo, ma forse che io stesso non son russo?
No, voi non siete russo, dopo tutto quel che avete detto or ora! Io non posso riconoscervi per russo.
Mi nonno arava la terra – rispose con altero orgoglio B. – Domandate a qualunque dei vostri stessi contadini in chi di noi, in voi o in me, riconosce piuttosto un compatriota. Voi neanche parlare sapete con lui.
E voi prlate con lui e lo disprezzate al tempo stesso.
E che c’è, s’egli merita disprezzo? Voi biasimate il mio indirizzo, ma chi vi ha detto ch’esso è in me casuale, che non è provocato da quello stesso spirito nazionale in nome del qule voi combattete?
E come! Son necessaria assai, i nichilisti!
Se sian necessari oppur no, non sta a noi giudicare. Vi considerate pure anche voi come non inutile.
(…)
Permettete, – continuò, rivolgendosi di nuovo a B. – voi forse pensate che la vostra dottrina sia una novità? A torto vi figurate ciò. Il materialismo, che voi predicate, fu già più di una volta in voga e sempre si dimostrò incosistente…
In primo luogo, noi non predichiamo nulla; ciò non è nelle nostre abitudini…
Che fate dunque?
Ecco wuel che facciamo. Prima, in tempi ancor recenti, noi dicevamo che i nostri funzionari pigliavano gli sbruffi, che da noi non c’eran strade, né commercio, né regolarità di giudizi…
Già, già, voi siete dei denunciatori, si chiama ciò. Con molte delle costre denunce anch’io son d’accordo, ma…
E poi ci siamo accorti che ciarlare, sempre solo ciarlare delle nostre piaghe non franca la spesa, che ciò mena soltanto lla volgarità e al dottrinarismo; abbiamo visto che anche le nostre persone intelligenti, i cosidetti uomini di avanguardia e i denunciatori non valgono un bel nulla, che noi ci occupiamo di assurdità, ragioniamo di una certa arte, di creazione incosciente, di parlamentarismo, di avvocatura e il diavolo sa di che, qundo si tratta del pane quotidiano, quando la più grossolana superstizione ci soffoca, quando tutte le nostre società per azioni saltano in aria unicamente perché v’è difetto di gente onesta, quando la stessa libertà, per la quale si dà da fare il governo, a malapena ci farà buon pro, perché il nostro contadino è pago di derubar se stesso, pur di abbeverarsi di narcotico alla bettola.
Così, – interruppe P.P. – così: voi vi siete convinti di tutto ciò e da voi stessi vi siete risoltia non imprender nulla seriamente.
E ci siamo risolti a non imprender nulla, – ripeté arcigno B. si era d’un tratto stizzito contro se stesso per essersi così dilungato davanti a quel signore.
E soltanto inveire?
E inveire.
E ciò si chiama nichilismo?
E ciò si chiama nichilismo – ripeté di nuovo B, questa volta non speciale insolenza.
P.P socchiuse un po’ gli occhi.
E così ecco com’è – proferì con voce stranamente calma – Il nichilismo deve rimediare a ogni male, e voi siete i nostri liberatori, i nostri eroi. Così. Ma perché mai svillaneggiate gli altri, magari quegli stessi denunciatori? Non cianciate forse al pari di tutti?
Di qualche altra cosa, ma di questo peccato non siam colpevoli – pronunziò tra i denti B.
E allora? Agite forse? Vi disponete ad agire?
B. non rispose nulla. P.P. Sussultò addirittura, ma subito si dominò.
Uhm!… Agire, demolire… – proseguì – Ma come mai demolire, senza saper nemmeno perché?
Noi demoliamo perché siamo una forza – osservò A.
P.P. Guardò il nipote e sorrise.
Sì, la forza non sta a render conto – proferì A. e si raddrizzò.
Disgraziato! – gridò P.P.; egli non era proprio più in grado di reggere oltre, – se tu avessi almeno pensato che cosa tu sorreggi in Russia con la tua trita sentenza! No, ciò può far perdere la pazienza a un santo! Una forza! Anche in un selvaggio calmucco, anche in un mongolo v’è forza, ma a noi che serve? A noi è cara la civiltà, sì, sì, egregio signore; a noi son cari i suoi frutti. E non ditemi che questi frutti son da nulla: l’ultimo imbratatele, un barbouilleur, un pianista da strapazzo, al quale danno cinque coperche per sera, anche quelli son più utili di voi, perché son rappresentanti della civiltà, e non d’una brutta forza mongolica! Voi vi immaginate progressisti, ma potreste stare soltanto in una tenda calmucca! Una forza! Ma rammentate in fine, signori forti, che siete quattro uomini e mezzo in tutto, e quelli sono milioni, che non vi permetteranno di calpestare le loro credenze più sacre, che vi schiacceranno!
Se ci schiacceranno, ben ci starà – proferì B. – Solo che anor non è detto. Non siamo così pochi come supponete.
Come? Sul serio pensate di spuntarla, di spuntarla con tutt’un popolo?
Una candel da pocjhi centesimi, voi lo sapete, fece bruciar Mosca – rispose B.

——-> Altro di Ivan Turgheniev

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