EGLI SI ARRESE E CESSÒ DI CREDERE IN SE STESSO – Tolstoj (da RISURREZIONE)

Da allora, per tre anni N. non rivide K. E la rivide soltanto allorché, promosso ufficiale, fece una capatina dalle zie mentre andava al fronte ed era oramai un uomo completamente diverso da colui che aveva trascorso l’estate in casa loro, tre anni addietro.
Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dare se stesso per ogni buona causa; adesso era un corrotto e raffinato egoista, solo amante del suo piacere. Allora il mondo di Dio gli appariva come un mistero che egli cercava di decifrare con gioia e con entusiasmo; adesso tutto era semplice, chiaro e determinato dalle condizioni di vita in cui si trovava. Allora era necessaria e importante la comunione con la natura e con gli uomini che avevano vissuto, pensato e sentito prima di lui (filosofia,poesia); adesso erano necessarie e importanti le istituzioni umane e la società dei compagni. Allora la donna gli appariva come un essere misterioso e affascinante, affascinante appunto per il suo mistero; adesso il significato della donna, di qualsiasi donna che non fosse della sua famiglia o moglie di un amico, era ben definito: la donna era uno dei migliori strumenti di quel piacere che egli aveva sperimentato. Allora non aveva bisogno di denaro, non consumava neppure il terzo di quel che gli passava la madre e poteva rinunciare alle terre paterne per darle ai contadini; ora non gli bastava il mensile di millecinquecento rubli che riceveva dalla madre, e ogni tanto aveva con lei spiacevoli discussioni su questioni di denaro. Allora considerava il suo essere spirituale come il vero io; ora considerava tale il suo sano, robusto, animalesco io.
E tutto questo strano mutamento si era compiuto in lui soltanto perché aveva cessato di avere fede in sé e aveva cominciato ad aver fede negli altri.
Aveva cessato di avere fede in sé e aveva cominciato ad avere fede negli altri perché era troppo difficile vivere avendo fede in sé; avendo fede in sé, non poteva risolvere ogni problema a vantaggio del proprio io animalesco, sempre in cerca di facili gioie, ma quasi sempre doveva risolverlo a suo danno; avendo fede negli altri, non c’era più da decidere, tutto era già deciso, ed era sempre deciso a danno dell’io spirituale e a vantaggio dell’animalesco. Inoltre, avendo fede in sé, si esponeva sempre a esser condannato dagli uomini; avendo fede negli altri riscuoteva l’approvazione di coloro che lo circondavano.
E così, quando N. pensava, leggeva, parlava di Dio, della verità, della ricchezza, della povertà, tutti coloro che lo circondavano giudicavano questo suo atteggiamento inopportuno e in parte anche ridicolo e con bonaria ironia la madre e la zio lo chiamavano notre cher philosophe; quando, invece, leggeva romanzi, raccontava aneddoti scabrosi, andava al teatro francese a sentire operette comiche e le narrava con brio, tutti lo lodavano. Quando riteneva necessario moderare i suoi bisogni e seguitava a portare un vecchio pastrano oppure si asteneva dal bere, tutti l giudicavano una stranezza e una bravata, – ma quando profondeva denaro per le partite di caccia oppure per arredare sfarzosamente il suo studio, tutti lodavano il suo gusto e gli regalavano oggetti costosi.
Allorché divenuto maggiorenne, N. cedette ai contadini la piccola tenuta ereditata dl padre perché giudicava ingiusto il possesso della terra, fece inorridire la madre e i familiari e tutti i suoi parenti lo bersagliarono di rimproveri e motteggi. Non finivano mai di raccontargli che i contadini ai quali aveva distribuito le terre non solo non si erano arricchiti, ma si erano impoveriti, in quanto avevano aperto tre osterie e smesso di lavorare. Quando invece N. entrò nella guardia e insieme coi suoi compagni altolocati si mise a spendere e a perdere al gioco, così da costringere E. ad alienare parte del suo capitale, essa non si afflisse oltre modo, giudicando naturale e perfino utile che questo vaccino gli venisse oculato in gioventù e nella buona società.
Sulle prima N. lottò, ma era troppo difficile lottare perché tutto ciò che aveva stimato buono quando credeva in sé, era stimato cattivo dagli altri, e, viceversa, tutto ciò che aveva stimato cattivo quando credeva in sé, era stimato buono da quanti lo attorniavano. E per finire egli si arrese, cessò di credere in sé e si mise a credere negli altri.
Nel primo tempo era spiacevole rinnegare se stesso, ma questo sentimento durò assai poco e N. che aveva intanto cominciato a fumare e a bere, dimenticò il suo disagio e provò invece un gran sollievo. Con la passionalità della sua natura egli si abbandonò senza riserve questa nuova vita, approvata da tutti coloro che lo circondavano, e soffocò completamente la voce interiore che esigeva qualcos’altro.

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