ERA LA FABBRICA AD ESSERE MANTENUTA DA NOI – Da Il Paradiso di Alberto Moravia

Così siamo usciti dall’ufficio e Piero mi ha guidato attraverso i vari reparti. Ho un ricordo confuso della visita perché, a forza di star seduta sotto il portico coi miei bambini, mi ero per così dire, disabituata dall’osservazione della realtà. Ma due aspetti della fabbrica mi hanno certamente colpito in modo particolare: la ripetizione e il montaggio. Per il primo aspetto, ho subito notato che tutte quelle macchine, quegli operai, quei movimenti delle macchine e quei gesti degli operai erano, a ben guardare, riducibili ad una sola macchina, ad un solo operaio ad un solo movimento, ad un solo gesto. La ripetizione li moltiplicava ma non riusciva a nasconderne la fondamentale identità: avrebbero potuto essere di più o di meno, niente sarebbe cambiato. Il secondo aspetto, in fondo, integrava e concludeva il primo: macchine, operai, movimenti delle macchine, gesti degli operai alla fine si organizzavano, secondo un’idea prestabilita, in quell’oggetto composito e fino ad un certo punto autonomo che era il frigorifero. Era un lungo complicato e oscuro processo pieno di operazioni poco chiare di aggiustamento e di combinazione; ma alla fine della catena di montaggio che avanzava a piccole scosse successive nell’ultimo reparto e depositava al suolo il frigorifero chiuso e bianco, pronto ad essere imballato e spedito, dava l’impressione, come dire? Che qualche cosa di vitale era stato creato. Sì, adesso bastava innestare la presa e far fluire nel frigorifero l’energia elettrica e la macchina avrebbe tosto funzionato; quasi ero tentata di dirmi che avrebbe cominciato a vivere.
Siamo tornati all’ufficio passando per i cortili. Appena si è trovato di nuovo solo con me, Piero è ridiventato timido. Si è raschiata la gola e ha detto: Siamo in continua ascesa. Negli ultimi due anni la produzione è raddoppiata.
Ho detto pensando a mio marito e alla nostra famiglia: E questo ritmo di crescita credi che si manterrà?
Oh, sì, tutto lo lascia supporre.
Ho sempre paura che per qualche ,motivo la fabbrica chiuda i battenti e mio marito sia licenziato. Capisci, fosse uno scapolo come te. Ma con questa enorme famiglia.
Ha avuto un breve riso, a testa bassa. Quindi ha risposto: L’aumento della produzione è dovuto in parte alla qualità dei nostri prodotti e in parte al maggior benessere ma sopratutto, alla lunga, all’incremento demografico. Senza l’accrescimento enorme della popolazione da un secolo in qua, non ci sarebbe mai stata la rivoluzione industriale. Perciò rassicurati. Finché ci saranno donne come te, che mettono al mondo sei figli in dieci anni né la nostra né le altre fabbriche si chiuderanno. Le donne producono dei consumatori, non dimenticarlo. Tu, per esempio, da sola hai assicurato in un avvenire non tanto lontano la produzione e il consumo di almeno una ventina di frigoriferi, per non parlare che dei prodotti di sola questa fabbrica.
Ma in che modo?
Beh, i tuoi figli si sposeranno, formeranno delle famiglie. Queste famiglie avranno bisogno, ciascuna, di uno o più frigoriferi. La previsione di un incremento costante della produzione come vedi, non è irragionevole.
Così abbiamo chiacchierato ancora per un poco. Poi è venuto mio marito e siamo tornati a casa. Dopo colazione, mio marito è andato in fabbrica e io come al solito mi sono seduta sotto il portico coi miei bambini.
Ho guardato dalla parte della fabbrica. Il cielo dietro ai capannoni era tutto nero; ma di un nero che metteva allegria, il nero affumato ed effimero dei cieli d’aprile. Quel nero appariva rigato sottilmente di bianco: laggiù pioveva. Ma sul prato di trifoglio e sul filare dei pioppi c’era il sole, obliquo, radente, accecante, simile alla luce intensa e falsa di un proiettore. Avevo guardato sinora con gratitudine alla fabbrica perché avevo sentito che c’era un rapporto benefico tra la fabbrica e noi: la fabbrica ci sosteneva, ci permetteva di esistere. Ma ora, dopo i discorsi di Piero, mi accorgevo che alla gratitudine si era sostituito un leggero senso di angoscia. Capivo che il rapporto era o avrebbe dovuto essere rovesciato: non eravamo noi ad essere sostenuti e mantenuti dalla fabbrica; era la fabbrica ad essere sostenuta e mantenuta da noi, in particolare modo da me, che avevo messo al mondo tanti figli, cioè tanti consumatori come, non senza, forse, un’inconsapevole malignità, aveva insinuato Piero.
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