FEDERICO FELLINI scrive al poeta ANDREA ZANZOTTO per i dialoghi del film CASANOVA (Lettera del 1976)

Roma, luglio 1976

Caro Andrea,
… e adesso devo doppiarlo questo film che ho spericolatamente girato in inglese e tra i tanti problemi c’è anche quello del dialetto veneto. Come mi ha ricordato Naldini con attenzione tempestiva, quando gli ho manifestato i miei timori, ho pensato che avrei potuto scrivere a te per avere un aiuto nel trovare una chiave. E ti scrivo ora, un po’ esitante, perché in fondo non so bene che cosa voglio e temo di disturbarti. È una intenzione confusa, un proposito che non so fino a che punto sia realizzabile.
Ora provo a manifestartelo: vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito, magari dando la preferenza ad un veneto ruzantino o tentando un’estrosa promiscuità tra quello del Ruzante e il veneto goldoniano, o meglio riscoprendo forme arcaiche o addirittura inventando combinazioni fonetiche e linguistiche in modo che anche l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata che mi sembra di aver dato al film.
Ammetto che sono soltanto intenzioni perché, come inevitabilmente accade, le esigenze concrete del doppiaggio, la mancanza di tempo, le inadeguatezze chi di deve dar voce ed espressione a queste invenzioni verbali e fonetiche, finiranno immancabilmente col ridurre, sdrammatizzare e rendere approssimativo il proposito che ti ho manifestato. Ma non è forse piacevole lo stesso farneticare su intenzioni e compiutezze ideali anche se impraticabili fino in fondo ?
C’è un’altra cosa che vorrei chiederti: il film comincia con un rito (che ho inventato) al quale assistono il doge, le autorità, il popolo di Venezia. È un rito che si svolge di notte sul Canal Grande dal cui fondo deve emergere una gigantesca e nera testa di donna. Una specie di nume lagunare, la gran madre mediterranea, la femmina misteriosa che abita in ciascuno di noi, e potrei continuare ancora un po’ accostando con incauta disinvoltura altre suggestive immagini psicanalitiche.
La cerimonia è un po’ la metafora ideologica di tutto il film; infatti a un certo punto l’oscuro e grandioso feticcio non ancora completamente emerso torna ad inabissarsi perché si sono spezzati i pali, si strappano delle funi; insomma il testone deve riaffondare sprofondando nelle acque del Canale e restare laggiù in fondo per sempre, sconosciuto e irraggiungibile.
Come ogni rituale che per divenire contenuto liberatorio ha bisogno di nutrirsi di un’accesa forza psichica scandita in formule verbali o mimetiche, anche l’emersione, il venire alla luce dell’oscuro simulacro femminile dovrebbe essere accompagnato da orazioni propiziatorie, implorazioni iterative, fonie seducenti, litanie evocatrici e anche irriverenze, sfide, insulti, provocazioni, sberleffi, tutto un inquieto scetticismo esorcizzante il temuto fallire dell’evento. Ecco, vorrei avvolgere l’intero rito in questo tessuto, in questa specie di ragnatela sonora, sacra e popolare. Ti domando troppo se ti chiedo di inventare e di scrivere tu queste esortazioni, questa preghiera accorata e beffarda impaurita e sfottente, vecchia come il mondo ed eternamente infantile?
Le richieste non sono finite caro Andrea, c’è ancora una cosa che vorrei chiederti: Casanova incontra a Londra una gigantessa di origine veneta finita là come fenomeno da fiera presso un miserabile luna-park, in seguito a un matrimonio infelice. I luoghi, le situazioni, l’atmosfera n cui avviene l’incontro, l’aspetto stesso di questa straordinaria incarnazione femminile compongono quel mosaico di trasalimenti infantili ed angosciosi, fiabeschi e terrorizzanti, che più emblematicamente definiscono il rapporto nevrotico di Casanova con la donna, cioè con qualcosa di oscuro, inghiottente, soverchiante. Ad un certo momento, nella sua tenda, la gigantessa fa il bagno dentro una grande tinozza insieme a due nanetti napoletani che l’accudiscono, i soli amici che ha, e intanto canta una canzoncina infantile e dolente. Ecco, anche in questa occasione avrei pensato ad una filastrocca costruita con i materiali fonetici e linguistici del linguaggio petèl che tu hai riscoperto mentre stavi a Pieve di Soligo. Permettimi il piacere di una citazione:

Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno,
raccogliersi per bene accogliere in oro radure…

“mama e nona te dà ate e cuco e pepi e memela.
Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. È fet foa e upi.

Mi sembra che la sonorità liquida, l’affastellarsi gorgogliante, i suoni, le sillabe, che si sciolgono in bocca, quel cantilenare dolce e rotto dei bambini in miscuglio di latte e materia disciolta, uno sciabordio addormentante, riproponga e rappresenti con suggestiva efficacia quella sorta d iconografia subacquea del film, l’immagine placentaria, amniotica, di una Venezia decomposta e fluttuante di alghe, di muscosità, di buio muffito e umido.
Ho finito caro Andrea. Certo dovresti vedere il film prima di decidere qualcosa. Potremmo parlare di tutto in modo un po’ meno febbricitante e più preciso.
Questa lettera non vuole affatto sollecitare una tua adesione immediata, ciò che ti ho detto era piuttosto il tentativo di chiarire a me stesso quello che ho in testa di fare e d confidarlo ad un amico poeta che per sensibilità e fantasia linguistica mi sembra l’interlocutore più autorevole e più congeniale all’operazione che voglio fare…

* Federico Fellini – Da Filò – TUTTE LE POESIE DI Andrea Zanzotto –

*IMAGE: Uno dei disegni originali fatti da Federico Fellini, che potete trovare all’interno della raccolta di tutte le poesie di Andrea Zanzotto

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