FEMMINISMO E CULTURA: Simone de Beauvoir

Femminismo: definizione e periodizzazione

Nato dalla presa di coscienza di una forte asimmetria sociale tra donne e uomini il femminismo è, innanzitutto, una denuncia di tale situazione. Esso si configura quindi come un movimento che propone sia azioni e iniziative sul piano pratico-politico, sia discorsi che mirano a dare un fondamento teorico a quella denuncia.
Se il femminismo può essere definito come lavoro di riflessione e insieme azione di trasformazione delle donne sulla propria esperienza nel mondo, le diverse interpretazioni di quell’asimmetria, le
diverse soluzioni teorizzate e le diverse pratiche attuate per realizzarle danno vita ai vari femminismi presenti sulla scena storico-sociale e nella riflessione teorica.
Il femminismo si è manifestato con scopi e forme alquanto diversi nei differenti momenti storici proprio perché ha attraversato varie generazioni di donne e di uomini. Si possono individuare, almeno per il caso italiano, tre femminismi (tre “ondate”) che si sono susseguiti dalla fine dell’Ottocento sino alla fine del Novecento.
1) La prima ondata femminista, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, aveva come obiettivo il raggiungimento della parità giuridica fra uomo e donna: diritto all’istruzione, diritto di voto, di partecipazione alla vita pubblica, diritto al lavoro
2) La seconda ondata femminista (il cosiddetto “neofemminismo”) nasce alla fine degli anni Sessanta del XX secolo e si diffonde in Italia a partire dal 1968. Si parla di “seconda ondata” perché l’attenzione non viene posta sulla richiesta di uguaglianza rispetto al mondo maschile, come è avvenuto per le prime rivendicazioni femministe, ma, sposta l’attenzione anche sulle differenze tra donne e uomini e sulla diversità del pensiero femminile rispetto al maschile. Si vuole, in altre parole, tenere conto delle peculiarità femminili, valorizzando le donne e garantendo l’uguaglianza di genere. Anche per questo motivo, si discutono ed approfondiscono argomenti “estranei” alla concezione tradizionale della politica come, ad esempio, le esperienze di vita quotidiana, le relazioni, i sentimenti. Si inizia poi a porre l’attenzione su temi assolutamente nuovi: il corpo, la sessualità, il desiderio e le scelte (o non scelte) di maternità.
3) La “terza ondata” del movimento, che ha preso avvio negli anni Novanta del secolo scorso, cambia di segno: se, nei decenni precedenti, le donne tendevano a ricercare e sottolineare ciò che le accomunava − la specificità femminile, la differenza del femminile dal maschile, anche l’inconciliabilità tra maschile e femminile − ora emergono le differenze interne
all’universo femminile: di condizione sociale, di cultura, di età, di generazione, di etnia, di orientamento sessuale, di posizione rispetto al mondo maschile. L’agenda politica comprende tematiche molto varie e che sintetizzano la crescente complessità del sociale: le violenze sessuali e domestiche, la segregazione occupazionale, il divario salariale, la fecondazione artificiale, l’HIV, la globalizzazione, le tecnologie, ecc.

Il neofemminismo degli anni Sessanta e Settanta

Il movimento femminista degli anni Settanta, che prende nettamente le distanze da quello ottocentesco, nasce da una profonda delusione: l’acquisizione dei diritti politici e civili non ha portato l’auspicato mutamento della società; i modelli culturali maschili continuano a essere dominanti, e le donne restano una “maggioranza oppressa”. Le libertà acquisite sono puramente formali: si afferma dunque la convinzione che occorra passare dalla semplice emancipazione alla liberazione delle donne andando alle radici della differenza di potere tra i due sessi. Dall’esigenza di capire l’origine e la perpetuazione di questa asimmetria nasce tutta una serie di feconde riletture in chiave femminista dell’antropologia, della storia, del diritto, persino della teologia.
I primi movimenti femministi della seconda ondata nascono negli anni Sessanta: nel 1966 negli Stati Uniti viene fondato il NOW (National Organization for Women) mentre, proprio in seguito alla diffusione dei testi fondanti del femminismo americano, in Italia nel 1966 nasce a Milano il primo collettivo, il gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo).
In Europa e negli Stati Uniti il neofemminismo si svilupperà in contemporanea con il movimento studentesco, che nel ’68 e negli anni immediatamente successivi attraversa, nel tentativo di sovvertirne gli equilibri, le società occidentali.
Del movimento studentesco il nuovo movimento femminista, a parte la tendenza internazionalista, condivide la carica antiautoritaria e antistituzionale, il muoversi attraverso azioni collettive, il rifiuto delle ideologie del passato.
Negli Usa, e ancora di più in Europa e in Italia, la famiglia è in entrambi i casi l’obiettivo primario della critica irriducibile dei due movimenti: essa è il luogo in cui si determinano i ruoli fissi della gerarchia sociale (per il movimento studentesco) e sessuale (per quello femminista), secondo lo schema uomo-padre-patriarca-padrone e donna-madre-moglie-regina della casa. Le donne che partecipano al movimento pongono in evidenza che il sistema contro cui gli studenti protestano è un sistema organizzato e composto soprattutto da uomini. I principi e le norme che regolano la società sono scelti più dagli uomini che dalle donne: il movimento femminile pone in evidenza l’intreccio tra dominio sociale e sessualità maschile. La famiglia è il luogo in cui si sviluppa la personalità autoritaria del capofamiglia, messa in discussione dal movimento studentesco; mentre il femminismo mette in discussione il modello della madre passiva, muta, perbenista, conformista.

Quando la donna si presenta sul mercato della forza lavoro è forza lavoro di tipo particolare: sottopagata nel posti dequalificati, «esercito di riserva» al servizio delle varie fasi capitalistiche, lavorante a domicilio. Inoltre la partecipazione della donna alla produzione non mette in discussione il suo ruolo sociale «femminile».
Tutta la legislazione che tende a proteggere la donna sul posto di lavoro ha in effetti lo scopo di non mettere in discussione il suo ruolo all’interno della famiglia. Di fatto il matrimonio è l’unica via per la sua sopravvivenza: legarsi a un uomo che la mantenga dando in cambio il proprio corpo, i figli e le cure domestiche è l’unica possibilità che le è aperta. Il sistema capitalistico copre la costrizione al matrimonio con l’ideologia del ruolo di madre, angelo del focolare, educatrice di bambini.

Ma è proprio durante l’esperienza del ’68, durante la comune battaglia antiautoritaria combattuta fianco a fianco tra ragazzi e ragazze (studenti ma, soprattutto in Italia, anche operai), che le donne però sperimentano l’esistenza di nuovi steccati e di nuove contrapposizioni. In particolare si rendono conto che certe dinamiche maschiliste vengono replicate anche all’interno dei movimenti; una fortunata formula sostiene che all’angelo del focolare si era sostituito l’angelo del ciclostile. Proprio negli anni in cui la legislazione sta andando sempre più verso un riconoscimento di alcuni diritti politici e civili delle donne (sempre per restare in Italia, nel 1961 veniva sancito il diritto alla parità di stipendio nel settore industriale: fino ad allora l’essere uomo garantiva la percezione di una busta paga più generosa. La sperequazione salariale su base sessuale viene vietata anche nel campo commerciale e in agricoltura. Nel 1963 vengono invece istituiti il divieto di licenziamento per matrimonio e il riconoscimento del diritto della donna ad accedere a tutte le cariche, compresa la magistratura) diventa sempre più chiaro che c’è nuova frontiera da abbattere: è quella della della discriminazione che trasforma differenze sessuali e biologiche in differenze sociali e culturali, relegando la donna a un ruolo subalterno. È nel privato di ciascuna donna, nella relazione di coppia, nel rapporto sessuale, nella famiglia, nel cerchio delle amicizie e infine anche in quello della militanza politica che si esercita e si perpetua il dominio e il controllo sessuale e sociale sul sesso femminile.
Se prima la parola chiave era emancipazione, a questo punto diventa liberazione: l’obiettivo diventa l’affermazione della differenza della donna, intesa come assunzione storica da parte delle donne della propria identità di genere e come ricerca di valori nuovi per una totale trasformazione della società. L’obiettivo del neofemmismo è una società (e quindi una cultura) che tenga conto delle peculiarità femminili garantendo allo stesso tempo l’uguaglianza dei diritti.
Sulla base di questo nuovo modo di pensare nascono diversi gruppi e movimenti che saranno fondamentali per le battaglie che si sviluppano negli anni Settanta a favore della liberazione della donna da alcuni gioghi sociali. In particolare occorre ricordare la battaglie per la legalizzazione dell’aborto, che costituiva non solo una questione di tutela sanitaria della donna (non più costretta a ricorrere al pericoloso aborto clandestino, che ogni anno causava decine di migliaia di morti in ogni paese europeo), ma anche e soprattutto il diritto per le donne di gestire il proprio corpo. La battaglia per la legalizzazione dell’aborto era accompagnata per lo stesso motivo da una campagna a favore della contraccezione. L’aborto divenne legale in tutti i paesi Europei nel corso degli anni Settanta, in Italia nel 1978.

I gruppi e movimenti femministi erano però anche molto diversi e divisi al loro interno. Elda Guerra, in un volume dedicato all’argomento parla infatti di femminismi, al plurale appunto, «per tentare di dare conto della pluralità delle forme, della molteplicità delle voci e dei gesti in cui si è incarnata l’espressione della soggettività femminile, in termini di soggettività politica».
In particolare vanno formandosi due correnti del femminismo: una pone l’accento sulla differenza e una che insiste sull’eguaglianza tra i due generi. Secondo la prima, esiste una irriducibile diversità tra donne e uomini; rivendicare l’eguaglianza significa costringere le donne ad adottare modi di essere e di pensare maschili e quindi estranei e ostili, mentre la vera emancipazione consisterebbe nella creazione di una nuova cultura improntata ai valori e ai principi femminili. Lo slogan “Donna è bello”, riutilizza, rovesciandola, l’idea della differenza un po’ come avevano fatto i neri col “Black is beautiful” che abbiamo già visto nel discorso sulla decolonizzazione.
Secondo le sostenitrici dell’eguaglianza, invece, i generi maschile e femminile ‒ a differenza del sesso, che è un fatto biologico ‒ non sono realtà date dalla natura; si tratta di ruoli, modelli di comportamento e di pensiero frutto della storia e della cultura.
In questa sede ci soffermiamo soprattutto su questa seconda posizione; e per farlo facciamo un passo indietro, ai margini della “prima ondata” del femminismo, e al dopoguerra, quando vengono elaborati e poi diffusi alcuni nuclei teorici che rovesciano i termini della questione femminile rispetto ai momenti precedenti: innanzitutto la lettura della condizione femminile in termini di sfruttamento e poi la radice culturale, e non biologica, dell’asimmetria dei rapporti tra i sessi. Ad elaborarli è Simone de Beauvoir.
“Nessuno nasce donna”: Simone De Beauvoir e la condizione femminile
La vita e l’impegno femminista: Simone de Beauvoir (1908-1986) è stata filosofa, insegnante, scrittrice, romanziera e femminista francese di grande fama. Alla Sorbona dove studiava filosofia, conobbe colui che sarebbe diventato il compagno di una vita, il filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre.
L’opera di Simone de Beauvoir abbraccia un lungo e significativo periodo di tempo: a partire dalla prima presa di coscienza politica negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, in cui impegnarsi concretamente diventa una necessaria assunzione di responsabilità da parte degli intellettuali del tempo, libertà e giustizia sono il comune denominatore della sua duplice e instancabile attività. L’impegno civile, attraverso i suoi libri, i suoi innumerevoli articoli ed interventi in giro per il mondo, diviene attività costante e necessaria per dare voce agli oppressi del mondo: la tortura nella guerra d’Algeria, le violazioni della guerra in Vietnam, la repressione della polizia nei confronti degli studenti protagonisti del maggio francese, sono solo alcuni dei fronti caldi in cui si trovò a combattere. A partire dal 1958 inizia a scrivere la autobiografia, uscita in quattro volumi: Memorie di una ragazza perbene (1958), L’età forte (1960), La forza delle cose – che abbraccia il periodo dalla Liberazione all’indipendenza algerina (1963), A conti fatti (1972). Oltre alla storia personale della scrittrice, i volumi rappresentano la diretta testimonianza sull’atmosfera e sul grande dibattito culturale svoltosi in Francia tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta.
Saranno però le battaglie femministe intraprese a partire dai primi anni ’70 che la consegneranno alla Storia come l’emblema assoluto del femminismo impegnato.
Sul fronte delle battaglie a favore delle donne, una fra tante merita di essere ricordata: la sua adesione a Les manifestes des 343. Il 5 aprile 1971, la rivista Le Nouvelle Observateur, pubblica un manifesto in cui 343 dinne dichiarano di avere abortito. La loro richiesta riguarda la possibilità di abortire liberamente e il libero accesso ai metodi anticoncezionali. Tra i nomi delle 343 firmatarie, oltre a quelli di molte donne note (M. Duras, C. Deneuve ecc.) compare anche quello di Simone de Beauvoir. Il gesto dichiaratamente provocatorio, fu seguito da immediate reazioni da parte del mondo politico e dell’opinione pubblica. In Francia fin dal 1920 l’aborto era considerato reato, e proibita ogni tipo di propaganda in favore della contraccezione. Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale fu abolita la pena di morte per tale reato e istituiti i tribunali speciali per far fronte ai molti casi che si verificavano. Ma i tassi di aborti illegali continuavano a rimanere molto alti, e dopo la legalizzazione dell’aborto in Inghilterra, erano molte le donne francesi a recarsi oltremanica. L’azione promossa in Francia dalle firmatarie del manifesto presto fu imitata in altri paesi e la confessione di un reato punibile con anni di carcere non poté più essere ignorata, tanto da riuscire a sollecitare il cambiamento della legge. Sempre negli anni Settanta Simone de Beauvoir presiederà La lega dei diritti delle donne, organismo preposto a vigilare e intervenire su ogni atto discriminatorio nei confronti delle donne, oltre che a voler informare le donne dei loro diritti. La più importante delle creazioni della Lega, sarà nel 1975 l’istituzione di un Tribunale Internazionale dei crimini contro le donne.
La sua diretta azione politica in questo campo segue di oltre venti anni il suo impegno intellettuale sui temi della condizione e dei diritti delle donne.

Il secondo sesso (1949)
Era l’immediato dopoguerra, infatti, quando SdB, abbandonato l’insegnamento per dedicarsi alla scrittura, si accorse che, pur essendo in una posizione privilegiata in quanto intellettuale e appartenente ad una classe sociale agiata, e pur essendosi sempre considerata parte di quell’universalità chiamata umanità, la sua situazione era quella di un essere visto sempre nella sua parzialità, in quanto donna, cosa che non accadeva ai suoi corrispettivi amici maschi.
La volontà di scrivere il saggio “Il secondo sesso” (pubblicato poi nel 1949) nacque dopo aver compiuto un viaggio in America, ed essersi resa conto, nel confronto con altre donne intellettuali, che a prescindere dalle individuali capacità, tutte soffrivano di una penalizzante esiguità che proveniva dalla loro appartenenza al genere femminile.
Questa constatazione la spinse a riflettere su se stessa e a scrivere un saggio sull’essere donna, tra passato e presente, in un momento in cui la coscienza delle donne stava effettivamente cambiando, per ragionare sulle cause della condizione di inferiorità in cui si trova la donna e sulle sue possibili vie di uscita.
La condizione femminile del presente è, per la de Beauvoir, quella di una astratta eguaglianza contrapposta ad una concreta ineguaglianza. Le donne avevano di fatto raggiunto il pieno inserimento nella società: non era quindi più il momento delle rivendicazioni generali o delle battaglie di principio, ma bisognava che la donna scendesse nell’individuale e approfondisse la conoscenza di se stessa.
“Il secondo sesso” uscì con questi presupposti, preceduta dalla pubblicazione di alcuni brani in

“Les Temps Modernes”, la rivista da lei stessa fondata con Sartre (quella in cui lui pubblicò i suoi famosi articoli sull’Algeria). L’opera completa uscì in due volumi: la prima parte del libro (I fatti e i miti) cercava di dare una risposta al problema delle cause della subordinazione; nella seconda analizzava le varie fasi che ciascuna donna può attraversare, e indicava percorsi collettivi di liberazione. Il libro fu allo stesso tempo un successo (vendette 20mila copie nella prima settimana) e uno scandalo. Suscitarono scandalo in particolare le pagine che parlavano di maternità, di prostituzione e di controllo delle nascite (per questa questione il Vaticano inserì il testo nell’indice dei libri proibiti).
Ne “Il secondo sesso” Simone de Beauvoir collocava la problematica della donna, della sua condizione di subordinazione e oppressione, all’interno della prospettiva esistenzialistica che condivideva con Sartre, secondo cui ogni essere umano è libero e costretto ad essere libero. Ognuno può scegliere la via della trascendenza, cioè della progettualità e trasformazione del mondo che lo circonda, o la via dell’immanenza, cioè dell’accettazione delle cose così come sono. Questa condizione è comune sia agli uomini che alle donne. Come si spiega, allora, che le donne si trovino, nella loro totalità, da un tempo immemorabile, in una condizione di subordinazione e inferiorità, e gli uomini nella condizione opposta? Quello su cui ragiona de Beauvoir, come lei stessa spiega, non è la felicità della donna ma la sua libertà, la sua possibilità di percorrere la via della trascendenza.

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