Goethe sta alla fine di qualcosa, Whitman al principio. Henry Miller (da Tropico del Cancro)

Spesso ce ne stavamo seduti al fuoco a bere punch e a discutere di com’era la vita in America. Ne parlavamo come se non dovessimo mai più ritornarci. Fillmore aveva attaccato alla parete una carta di New York City; passavamo serate intere a fare confronti fra Parigi e New York.
E inevitabilmente nel discorso si insinuava Whitman, l’unica vera personalità che l’America ha espresso nella sua breve esistenza. In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte. Tutto quel che c’è di valido in America, l’ha espresso Whitman, e non c’è altro da dire. Il futuro appartiene alla macchina, ai robot,. Egli, Whitman, fu il Poeta del Corpo e dell’Anima. Il primo e l’ultimo poeta.
Oggi è quasi indecifrabile, un monumento coperto di rozzi geroglifici, per i quali non c’è chiave. Quasi par strano dire il suo nome, qua.
Non c’è equivalente nelle lingue europee per lo spirito che egli immortalò. L’Europa è satura d’arte e la sua terra è piena di morte ossa e i suoi musei stracolmi di tesori saccheggiati, ma quel che l’Europa non ha mai avuto è uno spirito libero, sano, quel che si dice un UOMO.
Goethe ci si avvicina di più, ma Goethe era un trombone al confronto. Goethe era un rispettabile cittadino, un pedante, un noioso, uno spirito universale, ma segnato col marchio di fabbrica tedesco, l’aquila bicipite.
La serenità di Goethe, la sua tranquilla olimpica disposizione, non è altro che il sonnolento stupore di una divinità borghese tedesca, Goethe sta alla fine di qualcosa, Whitman al principio.

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