HAIKU: Cos’è e come comporlo (Poesia Giapponese)

L’haiku non è una poesia qualsiasi. La sua metrica è fissa ma breve, e racconta solo in superficie quello che volete esprimere. Il resto è lasciato soprattutto all’interpretazione del lettore.
Chiunque può comporre unhaiku, anche se per crearne una meritevole serve essere ispirati o avere un pensiero elastico. A ogni modo, una poesia pessima per qualcuno potrebbe essere un capolavoro per altri.

L’haiku ha origini molto antiche. È nato in Giappone poco dopo il 1600 ma fonda le sue origini dal tanka, un altro tipo di poesia breve che si usava già nel 400-500 d.C. L’haiku, infatti, può essere considerato una sottobranca del tanka, visto che da questo prende i primi 3 versi.
Dalla cultura giapponese ha preso la sua filosofia e il suo essere “sfuggevole”, il raccontare molto in poco spazio. In seguito, a ogni modo, si è diffuso anche nei paesi occidentali: la prima di cui si abbia notizia fu scritta dall’olandese Hendrik Doeff agli inizio del 1800.

COME COMPORRE UN HAIKU

Armatevi di immaginazione e di sentimento, poi buttate giù delle frasi brevi che cerchino di chiarirlo. Infine, se è troppo lunga, cercate di accorciarla togliendo articoli, sostituendo parole o usando termini diversi. Siate concisi e diretti.
Il risultato deve essere di 17 sillabe, suddivise in 3 versi. La regola giapponese impone un numero esatto di sillabe per verso: il primo verso di 5 sillabe, il secondo di 7 e il terzo ancora di 5. In realtà, nei paesi esteri (come da noi) la lunghezza del singolo verso non ha una vera importanza e la scelta è piuttosto elastica – purché si raggiungano le 17 sillabe totali. Questa regola viene infranta, naturalmente, in caso di traduzione da una lingua straniera, perché è difficile mantenere lo stesso numero di sillabe.

Facciamo un esempio, attraverso una poesia originale (giapponese) scritta da Matsuo Bashō, che dividiamo nelle sue sillabe:

fu-ru-i-ke ya (5)
ka-wa-zu to-bi-ko-mu (7)
mi-zu no o-to (5)

Tradotta in italiano:

Nel vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d’acqua.

Esiste un’altra regola, che spesso gli occidentali tendono a omettere: l’inclusione del kigo. Si tratta in pratica di inserire un termine che indichi la stagione in cui è “ambientata” l’haiku. Se per esempio parlate dell’inverno, potete comporre la poesia con la parola “neve”. Vi riferite alla primavera? Niente di meglio che parlare di fiori che sbocciano.

IL CONTENUTO DELLA POESIA

È libero, a discrezione dell’autore (che in giapponese è chiamato haijin). Potete fissarvi su un oggetto, sul nome di una persona, su una situazione o su un sentimento – non per niente è spesso usata per esprimere un proprio vuoto o l’amore che si sente: se, rileggendola in futuro, rievocherete ancora quei sentimenti, allora avrete scritto un buon haiku; se li rievocherete in altri lettori, allora sarete stati degli ottimi haijin.

Il vostro scopo deve essere quello di lasciare il segno nell’animo di chi legge. Non di stupire: tra le due espressioni esiste una sottile differenza. Matsuo Bashō riprese il suo allievo dichiarando: «Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine».

Se cercate degli esempi, la cosa migliore che potete fare è recuperare i versi scritti dai più antichi autori giapponesi. Su Wikipedia vengono citati Matsuo Bashō, Yosa Buson, Kobayashi Issa, Masaoka Shiki, Chiyo (qui sotto riporto alcune delle loro migliori poesie).
In mancanza di tempo, o per cercare opere più “moderne” a cui ispirarvi, una ricerca in rete vi può bastare. In fondo all’articolo troverete dei link a siti esterni che vi possono dare un’idea di come si crea un haiku.

La prima neve!
appena da piegare
le foglie dell’asfodelo

di Matsuo Bashō

Una lieve pioggia cade,
senza rumore, sul muschio –
quanti ricordi del passato!

di Yosa Buson



*FONTE: http://www.manuelmarangoni.it

Lascia un commento