I TIVUSIANI – da FIORI GIAPPONESI di Raffaele La Capria

Vivevano da anni muti e passivi in quella stanza, mangiavano e dormivano lì, tutto ciò che accadeva nel mondo di fuori arrivava loro attraverso le immagini dell’Apparecchio. E così un cavallo era per loro solo l’immagine di un cavallo, una casa solo l’immagine di una casa, e qualsiasi fatto o avvenimento solo l’immagine di un fatto o di un avvenimento.

Ciò che loro sfuggiva era l’immediatezza e l’imprevidibilità dell’esperienza diretta. L’avevano perduta da quando si erano rinchiusi nella stanza con l’Apparecchio. Perché il cavallo o la casa che essi vedevano non avevano vibrazioni spessori e consistenza percepibili dalla combinazione dei cinque sensi. E i fatti e gli avvenimenti cui assistevano si svolgevano sempre altrove, in un tempo diverso, seguendo una logica diversa da quella scandita dalle immagini che si succedevano sullo schermo dell’Apparecchio. E non li coinvolgevano mai, né con la sensazione della vicinanza né con quella del pericolo, né con una qualsiasi di quelle emozioni, per lo più inattese, che ci arrivano quando ci troviamo spettatori e attori nel flusso perenne della vita, immersi nella corrente.

La rappresentazione del mondo essendosi per loro sostituita alla realtà del mondo, in questa seconda o secondaria realtà, così somigliante ma lontana da quella vera, essi passavano tutte le ore. La sensibilità, pronta ad adattarsi, si era attutita in loro, le reazioni uniformate. Avendo per essi il mondo un’unica faccia, quella che proponeva l’Apparecchio, anche le loro opinioni avevano un’unica dimensione.

A volte la famiglia usciva, col padre in testa, e andava fuori in macchina a vedere il mondo. Vedevano dal finestrino i cavalli che erano cavalli trottare nelle strade, le case che erano case stagliarsi contro il cielo della città in mille prospettive, e osservavano un’infinità di piccoli fatti e avvenimenti accadere tra le persone che erano persone. Questo spettacolo durava due ore circa, quanto durava a loro passeggiata, ma avrebbero voluto che durasse sempre, perché li rianimava.

Arrivati a casa ne parlavano eccitati, e poi ne discutevano con gli amici di altre famiglie uguali alla loro, quando si riunivano intorno all’Apparecchio. Ognuno allora, prima che le immagini spegnessero qualsiasi possibilità di conversazione, raccontava ciò che aveva visto in quelle due ore, e come lo aveva visto, descrivendo episodi e incidenti e impressioni anche minime. Certo non potevano permettersi troppo di frequente queste uscite, anche perché per vedere il mondo si pagava un biglietto, e i biglietti erano piuttosto rincarati negli ultimi tempi.

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