IL CONGEDO – Jacopo Guarino

Di Seguito il racconto di un ottimo neo-Psicologo di Torino, musicista e scrittore per passione, Jacopo Guarino.


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IL CONGEDO

Non ricordo bene i particolari. Ho davanti agli occhi una spiaggia e dei grandi aquiloni. Il sole scotta e le labbra sono secche per il vento mentre, poco più in là, altri bambini urlano accanto a castelli di sabbia ormai in rovina. In preda all’euforia, si passano una palla aizzando, al contempo, uno scodinzolante barboncino. Il cane si da un gran da fare nel tentativo di acchiapparla. Fremevo per raggiungerli, ma non ero ancora interamente cosparso di protezione solare. Durante le prime settimane di bagni si doveva subire quotidianamente questo trattamento. Dopo questo periodo, la pelle ormai dorata non necessitava più di alcunché e soltanto gli adulti avrebbero continuato quel rito quotidiano utilizzando oli abbronzanti. Mamma smise di sfregarmi la schiena e, con una lieve pacca sul didietro, mi lanciò a giocare con gli altri bambini. La sabbia scottava ed iniziai quindi a soffiare con la bocca, come se in qualche modo, così facendo, potessi alleviare il bruciore. Diedi un forte calcio al pallone, inserendomi in tal modo nel gioco. Spesso andavamo avanti per ore, quando non rincorrevamo una palla sguazzavamo allegri sul bagnasciuga. Alle volte inciampavo nella sabbia, impanandomi a mo’ di cotoletta. Caduto diverse volte, mia madre mi ripescava dall’acqua, dove andavo a sciacquarmi, e, asciugatomi, impomatava nuovamente tutto il mio corpo inerme. La spiaggia dell’Espiguette è enorme, non soltanto per un bambino. Una mezzaluna di fine grana argillosa che si espande a perdita d’occhio. Ricorda un po’ lo scenario del D-Day. Ogni tanto vi giocammo alla guerra, soprattutto quando smerciarono quei nuovi, giganteschi, fucili ad acqua. L’Espiguette sta nel sud della Francia e, che io sappia, non vide mai battaglie più cruente delle nostre. Giocando, prendevamo d’assalto una collina e, poco per volta, facevamo capitolare le torrette di difesa tedesche, spalleggiati dal supporto aereo. Ad aiutare la fantasia c’erano gli aquiloni che piroettavano sullo sfondo, dipingendo la loro ombra sul campo di battaglia. Che poi di aquiloni non si trattava. Mamma scoppiò a ridere quando li confusi la prima volta, ma solo dopo aver promesso che un giorno ci avrei potuto giocare anch’io. In realtà stavano facendo provare a dei ragazzi un nuovo tipo di sport estremo.

Dall’ultima volta che vi mettemmo piede sono passati vent’anni, non ho mai usato un’aquilone, in compenso ho imparato ad odiare mia madre, a volte tanto da rifiutarne la vista. Chissà se sta bene. Non la vedo da mesi né mi sono mai preoccupato di sentirla. Ho ancora in grembo una lettera arrivata ieri, non è sua ma dell’esercito. Da qualche mese è tornata in auge la legge marziale. Io, come molti altri, non ho mai fatto la leva, ma questo pare non sia importante. Poche settimane di addestramento, un fucile in mano e per loro sei pronto, le tue opinioni non contano. Ho solo mezz’ora prima che arrivino, minuto più minuto meno. Preparo un caffè. Ascolto in silenzio l’acqua bollente accompagnare l’aroma che man mano sale dalla moka. Lo bevo amaro, poi cerco una sigaretta dappertutto, nella speranza di averla persa da qualche parte mesi prima. Da un po’ di tempo mi sono tolto il vizio di fumare, quindi in casa scarseggia il tabacco, ma a questo punto non mi importa. Niente naturalmente, trovo solo dei mozziconi vuoti sotto il letto. Me ne vergogno anche un po’, nonostante sia completamente solo. Rassegnato, torno in cucina e riempio un bicchiere d’acqua. Non ho nient’altro in casa. Soltanto acqua e caffè. Ne ho ancora perché non ne bevo tanto, mi innervosisce. Poche sere prima avevo fatto una zuppa con delle bucce di patate e c’è ancora la pentola con il fondo avanzato. È stata mia nonna a parlarmi di questo piatto. Mi raccontò di come lo mangiassero spesso durante la grande guerra. La seconda, non la prima. Non che non si riducessero a magiare bucce durante la prima, solo che mia nonna non era ancora nata. Grande guerra. A questa ancora non hanno dato un nome. Non riesco a non pensare ad un gruppo di uomini riuniti attorno un tavolo, riga in una mano e cazzo nell’altra, che stanno li a contendersi paesi stabilendo chi tra di loro ce l’ha più lungo. L’immagine mi piace, peccato che avrà vita breve. Guardo l’orologio, mancano dieci minuti all’orario previsto. Non ci si stanca mai di guardare l’ora quando non si sa che fare e dieci minuti arrivano così ad assomigliare ad un’eternità. Mentre sono fermo a crogiolarmi in questi pensieri, bussano alla porta. Deglutisco e mi avvio verso l’entrata, alzandomi con uno scatto.
Quando apro, un giovane ufficiale inebetito mi inonda col suo sorriso perlaceo. Ha in mano una cartellina, attaccati su di essa una serie di fogli riportano, in due colonne, nomi ed indirizzi dei fortunati. Scorre l’elenco con una penna e, fermatosi, legge ad alta voce il mio:

-Giordan Blind?

(…)

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IL CONGEDO

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