IL CONTESTO POETICO – Sylvia Plath

I problemi del nostro tempo che più mi coinvolgono al momento sono gli imprevedibili effetti genetici del fall-out radioattivo e il terrificante, folle e onnipotente sposalizio tra affari e apparato militare, documentato in un recente articolo di Fred J. Cook, Juggernaut, the War-fare State, su The nation. Influisce, questo, sul tipo di poesia che scrivo? Sì, ma in maniera obliqua. Io non ho in dono la lingua di Geremia, per quanto la mia visione di apocalisse possa togliermi il sonno. Le mie poesie non parlano di Hiroshima, ma di un bambino che si va formando nel buio, un dito, poi l’altro. Non parlano dell’orrore della distruzione di massa, ma della desolazione della luna sopra un albero di tasso nel cimitero vicino a casa. Non delle ultime parole di algerini torturati, ma dei pensieri notturni di un chirurgo stanco.
In un certo senso, queste poesie rappresentano una diversione. Non direi, però, una fuga dalla realtà. Per me, i veri problemi del nostro tempo sono gli stessi di tutti i tempi: le ferite e la meraviglia dell’amore; il fare in ogni sua forma: fare un figlio, fare il pane, un quadro, una casa; e la conservazione della vita in tutti gli esseri umani del mondo, la cui distruzione nessun astratto discorso biforcuto sulla ‘pace’ e sui ‘nostri implacabili nemici’ potrà mai, in alcun modo, giustificare.
Io non credo che una poesia dettata dall’attualità susciterebbe un interesse più vasto e più profondo di quanto non faccia un articolo di giornale sul medesimo avvenimento. E a meno che non scaturisca da un sentimento molto urgente ed essenziale che non un generico, passeggero amore per l’umanità, a meno che non sia, cioè, quell’oggetto-unicorno, raro e prodigioso – una vera poesia – rischia di essere consumata con la stessa rapidità di un foglio di giornale.
I poeti che amo sono posseduti dai loro versi come dal ritmo stesso del loro respiro. Le loro poesie più belle danno l’impressione di essere nate tutte intere, non messe insieme parola per parola. È il caso di certe poesie dei Life Studies di Robert Lowell, per esempio; o di quelle di Theodore Roethke sulla serra di suo padre; di alcune poesie di Elizabeth Bishop e di moltissime di Stevie Smith (L’arte è selvatica come un gatto e non centra con la civiltà).
La grande funzione della poesia è il piacere che dà, non certo la sua influenza come strumento di propaganda religiosa o politica. A me certe poesie, certi versi, sembrano cose solide e miracolose, come solidi e miracolosi devono sembrare a chi venera immagini di altro genere gli altari delle cattedrali o l’incoronazione di una regina. Non mi preoccupa il fatto che le poesie raggiungano un numero relativamente ristretto di persone. Anzi, è sorprendente come in realtà arrivino lontano: a gente che non conosci, addirittura, in tutto il mondo. Più lontano delle parole di un professore o delle ricette di un medico; se sono molto fortunate, più lontano dell’arco di una vita.

*Il testo, pubblicato nel 1962 in The London Magazine, è la risposta a un questionario inviato dalla rivista a diversi scrittori sul tema della responsabilità morale dello scrittore nei confronti del contesto in cui si trova a vivere.

A proposito di Elizabeth Bishop, nel diario del 1958 scrive: Non c’è ragione perché io non debba superare (…) addirittura la lesbica, fantasiosa, ingioiellata Elizabeth Bishop…

#SylviaPlath

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