IL FILOSOFO BERKELEY DESCRITTO DA GIOVANNI PAPINI (da Gli amanti di Sofia)

Giorgio Berkeley apparteneva a quella razza di uomini che non vogliono o non sanno decidersi tra la contemplazione e l’azione. Sono innamorati delle idee, ma vorrebbero vederle trionfare subito nella vita quotidiana e prendere figura di cose; vogliono agire sugli uomini e trasformare il mondo, ma contando solo sulle parole e sul pensiero. Provano anche il piacere del pensare e la gioia della scoperta intellettuale, ma dopo un poco se ne stancano perché non si sentono pienamente soddisfatti dalla meditazione solitaria. Vogliono far del bene agli uomini e immischiarsi negli affari della società a cui appartengono, ma non sanno decidersi a sacrificare le verità all’abilità, le cose dello spirito alle necessità della vita comune, e se riescono a sedurre gli uomini con il loro entusiasmo finisco coll’esser vittime delle loro ingenuità intellettuali.
Così avviene che le loro speculazioni sono turbate dalle finalità pratiche, e non vanno più presso al fondo perché tenute negli argini delle convenienze morali e dei dogmi; e d’altra parte la loro azione viene intralciata e rallentata dai loro pregiudizi ideologici e dall’elemento paradossale che porta con sé ogni pensatore che non si contenti di ripetere le idee altrui.
Restano così a mezz’aria tra la ricerca dei concetti generali e il maneggio delle cose particolari, tra la caverna del filosofo e la bigoncia del predicatore; troppo teorici per suscitare un vero e proprio movimento religioso e sociale: troppo oratori per essere presi sul serio dai professionisti della scienza e della metafisica; un po’ disprezzati dai dotti e un po’ compatiti dal popolo. Amano molte cose, cambiano spesso di occupazioni e qualche volta di opinioni. Non che siano dilettanti – tutt’altro. Prendono anzi molto sul serio quello che stanno facendo; ma sono uomini vivaci e multiformi che non possono rintanarsi in un guscio quaranta o cinquant’anni di seguito. Fra loro s’incontrano gli scopritori di quegli spunti originali che poi vengono svolti e complicati dai pedanti mastodonti che non si decidono a sposare un’idea che non abbia almeno cinquant’anni; si trovano gli agitatori di idee, gli scuotitori di uomini, i propagandistici aristocratici che formano una sfera intermedia tra i metafisici schizzinosi, nemici dichiarati della chiarezza e dell’utilità, e i grandi apostoli semplici, veramente popolari, intuitivi, che muovono le città come per incantamento e traggono le loro parole dal cuore e non dai libri.
Questa classe di uomini non è stata ancora descritta bene né studiata con pazienza, ma è più numerosa che non si creda. I tipi assoluti e puri del filosofo, dell’artista, del pratico, sono rarissimi; sorvegliando davvicino i pratici c’è da trovare fra loro gli utopisti, tra i filosofi gli empirici, tra i poeti gli affaristi.
Tutto ciò che ho detto fin qui corrisponde quasi esattamente a Berkeley. Se in lui grattate il filosofo ci trovate il moralista civile: se grattate il predicatore incontrate l’uomo pratico e accanto all’uomo pratico l’artista, e dopo tutte queste grattature non saprete dire con sicurezza quale sia il vero Berkeley, il Berkeley fondamentale e irriducibile.
(…)

——-> ALTRO DI : Giovanni Papini


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