IL NETTURBINO. Jacopo Guarino

Quel lavoro in realtà lo divertiva.

Non un grande impiego, assolutamente poco retribuito, ma di certo lui lo rendeva più nobile di molti altri. Fin da quando era piccolo aveva deciso che il suo compito sarebbe stato quello di mantenere pulito il mondo, di preservarlo dall’incuranza delle “bestie”. Quando Antoine utilizzava il termine “bestie” ovviamente non si riferiva agli animali ma intendeva taluni esseri umani, anche se ad ascoltarlo pareva non ne salvasse nessuno, gli unici a suo dire degni di tale titolo. Il posto in cui eravamo cresciuti aveva sicuramente incentivato questo suo modo di vedere il mondo ed io in effetti non potevo dargli torto. Le strade esibivano quotidianamente il più barbaro e selvaggio esempio di smaltimento indiscriminato di rifiuti. Oltre ai regolari bidoni, stracolmi di sacchetti tanto che la gente aveva incominciato ad ammassare le buste tutt’attorno, capitava di vedere frigoriferi abbandonati in bella vista pieni di rifiuti, lavatrici o mobilia a cui era toccato il medesimo destino, auto incendiate e chi più ne ha più ne metta. Di cose strane sicuramente se ne vedevano. Ad esempio, tutte le volte che Antoine tornava dal mare, raccontava puntualmente di aver visto volare uno o più sacchetti dell’immondizia da una macchina in corsa. Mi capitò anche di condividere con lui il “piacere” di uno di questi momenti. Eravamo in macchina assieme, ormai già grandicelli, quando due grossi palloni di plastica, uno blu ed uno bianco, sbucarono dal finestrino lato guidatore di quella che ci precedeva, seguiti da una mano maschile parecchio abbronzata. Aveva peli neri sul dorso decisamente folti, tanto che riuscivo a vederli anche in movimento da quella distanza, ed un anello al dito che luccicava alla luce del sole. Arrivati ad una curva rallentò e, con un movimento fluido, tirò fuori anche il braccio, lanciando i sacchetti con gesto meccanico. Mi fece pensare ad una catapulta. Le due buste sorvolarono la vettura di quell’uomo ed andarono a schiantarsi due o tre metri dentro la banchina. Una delle due si squarciò facendo fuoriuscire il contenuto, ma non riuscii a capire cosa fosse. Non scorderò mai lo sguardo che si dipinse sul volto del mio amico, un misto di rabbia feroce e assoluta impotenza. Io non sapevo neanche cosa pensare, tanto mi era sembrato assurdo quell’episodio.

Parecchi anni dopo, finiti gli studi, mi trasferii in un’altra città.
Quando tempo dopo tornai da quelle parti, decisi di incontrarlo. Non ci vedevamo da una vita ed era l’unico a cui fossi rimasto davvero legato. Era una persona brillante, si laureò in antropologia ma, terminato il percorso universitario, decise di non proseguire su quella strada. Mantenne il suo proposito, seppur nel piccolo, trovando impiego come netturbino.
Il giorno in cui andai a trovarlo era una magnifica giornata di sole. Sul lungomare soffiava il vento ed i gabbiani svolazzavano sopra i bar in cerca di cibo facile. Alcuni atterravano e passo dopo passo arrivavano fin sotto i tavolini. Io bevevo una birra aspettando l’autobus e mi godevo l’inizio della primavera. La vuotai poco prima che arrivasse. Il tragitto sarebbe durato almeno mezz’ora ed io non mi ero portato niente da fare, così presi ad osservare i miei compagni di viaggio. Una strana donna sonnecchiava accanto a me. Nonostante la temperatura portava un colbacco di lana. Aveva le braccia incrociate e il volto austero il cui pallore era ancor più messo in risalto incastonato com’era tra il giubbotto ed il cappello, entrambi neri. Gli occhi erano di un bel verde muschio. Il resto del suo vestiario consisteva in pantaloni militari ed anfibi. Avrà avuto circa quarant’anni, o almeno tanti ne dimostrava. Due posti davanti a lei stava seduto un avvocato. Lo avevo capito ascoltando frammenti di una telefonata. Aveva una ampia chierica che si apriva sulla testa e parlottava gesticolando. Probabilmente stava ripassando un’arringa. Aveva un’abito lungo ed ampio tanto da sembrare già togato e pronto per l’aula. Prima di scendere chiese scherzosamente alla donna con il colbacco se provenisse dalla russia. La donna scese un paio di fermate dopo, l’espressione del volto non era cambiata di una virgola. Poco dopo arrivai anche io.
Antoine abitava proprio davanti a quelle che dovevano essere le rovine di un antico mercato pubblico romano, era la prima volta che capitavo da quelle parti. Di quel luogo sapevo che venne erroneamente chiamato tempio a causa del ritrovamento della statuetta di una divinità Egizia
durante gli scavi. Tutti i palazzi nei pressi dei ruderi avevano un ristorante al piano terra con i tavolini all’aperto in modo da godere della vista e dell’aria primaverile. Ai piani superiori si trovavano le abitazioni. Quando uscii dal autobus notai una coppia di gabbiani in cima ad una delle tre colonne del mercato rimaste in piedi. Era stretta da una gabbia metallica, probabilmente qualcosa l’aveva distrutta ed era stata pazientemente ricomposta. Da quella sommità, i due uccelli troneggiavano su una grande piazza rettangolare incassata da spesse mura di mattoni rossi che salivano di tre o quattro metri a seconda dei punti. Al centro c’era un piccolo piazzale circolare, rialzato e delimitato dai monconi di quelli che un tempo dovevano essere i pilastri di un colonnato più basso, lo si poteva dedurre dal loro minor spessore. Sulle tre più alte invece, oltre ai due gabbiani, si vedevano dei segni lasciati dall’acqua che spesso saliva considerevolmente, sommergendo il resto. C’erano altri pennuti, in tutto potevano essere una cinquantina, spuntavano qua e la tra le colonne mozzate, le pareti corrose ed i capitelli spaccati che si trovavano sparsi nella piazza come sassi nell’universo. Tutt’attorno i ristoranti aperti offrivano ai clienti il piacere di quella stessa vista, oltre a cospicui piatti di pesce. Sembrava dicessero di mangiare, e di farlo anche abbondantemente. In effetti venne fame anche a me. Fui tentato di sedermi ad uno di quei tavoli ed ordinare ma ricordai di essere li per Antoine e così iniziai a cercare il suo indirizzo, col proposito di proporgli di tornarvi assieme a lui per cena. L’ingesso dell’abitazione dava direttamente sulla strada. Superata la porta, salii una stretta scalinata, molto ripida, che mi fece pensare al cunicolo di un formicaio. Lì dentro la temperatura era più bassa di almeno tre o quattro gradi. Arrivato in cima trovai un’altra porta, a vederla sembrava molto pesante e robusta. Quando bussai, il contatto delle nocche sulla superficie produsse un tonfo appena percettibile, quindi pigiai il campanello. Mi aprì Antoine, evidentemente invecchiato. Indossava i pantaloni di una tuta ed una maglietta stinta. Non lo abbracciai, nonostante fosse mio desiderio, perché il suo volto sconsigliava di farlo. Limitai il saluto stringendogli calorosamente il braccio con la mano. Poco dopo sedevamo uno di fronte all’altro su di un terrazzino subito sopra i ristoranti, ci si accedeva dalla cucina. Riuscivano a starci due uomini seduti ed un tavolino tondo, lasciando spazio sufficiente per muoversi e transitare comodamente all’interno. Antoine riempì due bicchieri di un fresco e gradevole rosso frizzante. Bevemmo in silenzio i primi due poi, a metà del terzo, sentii nuovamente la sua voce. Dopo tutti quegli anni fu come ascoltare una canzone che rievoca periodi nostalgici.

-È stato facile arrivare?
-Molto! Direi anche piacevole, l’autobus era vuoto.
-Strano.. – fissò per un attimo il suo bicchiere – di solito sembra un carro bestiame.
-Bello qui dove vivi, la vista è magnifica..
-Sì è vero, un panorama di tutto rispetto. Inoltre ho sempre adorato l’antica Roma.
-Anche i gabbiani sono pittoreschi..
-Già, peccato che quei fottuti strillino contemporaneamente tutte le mattine all’alba. Te lo immagini il chiasso? Peggio che avere un gallo sul comodino.
-Non deve essere piacevole..
-No davvero – vuotò in un sorso il bicchiere che teneva in mano – riescono a farti saltare i nervi anche quando sei già sveglio – versò nuovamente del vino, poi si alzò e tornò con una ciotola di olive piccanti e delle patatine.
-Questa città è piena di gatti – esclamai quando fu di ritorno – come fanno quei gabbiani a viversela così serenamente?
-Scherzi? – chiese lui sinceramente stupito – ho visto pochi animali altrettanto aggressivi. Pensa che una volta stavo qui in piedi a fumare quando uno di loro aggredì selvaggiamente un piccione, lo uccise e se lo mangiò. Sono pericolosi e competitivi. I gatti, in particolar modo quelli domestici, si guardano bene dallo stargli vicino.
-Cazzo! Non lo avrei mai detto.
-Io lo sapevo ma non ci ho mai voluto credere. Poi un bel mattino assisto a questa carneficina e non posso far altro che cambiare idea – afferrò un’oliva, lanciandosela poi in bocca con un rapido gesto. Io sgranocchiai qualche patatina. Quando finì la bottiglia, Antoine si alzò per sciacquarla e
recuperarne una piena. Quel vino era davvero buono, volevo sapere il nome ma dimenticai di chiederlo. Portò anche un tagliere con sopra un pezzo di caciotta intero ed un coltello affilato piantato di fianco. Mi è sempre piaciuto mangiare il formaggio in quel modo, così mi rallegrai della sua scelta.

-Sono stato licenziato- affermò lui secco, senza alcuna coloritura emotiva, come se mi avesse appena comunicato il risultato di una partita calcistica di scarso interesse. Non dissi nulla e lui andò avanti.
-La scorsa settimana stavo facendo il solito giro di raccolta serale. Era mercoledì e prendevamo la carte in una piazza a breve distanza da qui, vicino ai resti dell’anfiteatro. Da non credere, ma adesso fanno addirittura la differenziata. Da queste parti non esistono i bidoni e forse non è una cosa così sbagliata, se ci fossero probabilmente ci butterebbero dentro le cose a casaccio. Per ovviare, ogni persona riceve un calendario che differenzia i giorni a seconda del tipo di rifiuto da smaltire. I sacchetti devono essere lasciati ogni sera davanti al portone del palazzo e poi noi passiamo a prelevarli, assicurandoci sempre che nessuno abbia fatto il furbo e ti assicuro che capita ogni notte. – si accese una sigaretta e riprese a parlare mentre la teneva ancora in bocca – Comunque, finite le abitazioni in piazza, girammo in un vicolo da tempo bloccato a causa di alcuni lavori per puntellare un edificio pericolante. Io non guidavo. Arrivammo fino dove potevamo prendendo tutti i sacchi, poi aiutai il mio collega a fare marcia indietro. Poco prima di risalire sul furgone mi resi conto di averne dimenticato uno proprio dove la strada veniva interrotta dai lavori. Probabile che ce lo avessero messo nel frattempo, non stetti a pensarci troppo su e andai di corsa a recuperarlo. Giusto il tempo di caricarmelo sulla spalla e sentii come un borbottio animalesco venire dall’ombra, appena oltre le transenne del cantiere. Mi sono avvicinato scoprendo che si trattava di uno di quei cani ridicoli, molto piccoli e dal pelo lungo. Appena mi vide mostrò i denti, doveva essere spaventato. Mi resi conto che aveva la zampa bloccata da un grosso asse di legno. C’era un punto in cui la recinzione era sollevata, probabilmente anche il cane aveva utilizzato quel passaggio. Provai ad infilarci il braccio per liberarlo, ma era troppo lontano, quindi tornai verso l’inizio della strada dove mi ricordai di aver visto per terra dei tubi di ferro abbandonati sufficientemente lunghi. L’unico modo, pensai, fosse infilarne uno sotto la trave e provare a far leva. Tuttavia, non scoprii mai se avrebbe funzionato perché al mio ritorno il mostriciattolo era sparito. Lì attorno non lo si vedeva, perciò mollai il tubo e recuperai il sacco poi ritornai verso il furgone. Poco prima di svoltare, lo stesso cane spuntò svelto, ben nascosto dall’oscurità, dalla rientranza di un ingresso carraio e mi aggredì ad un piede. Per lo spavento, colpii fortemente una macchina con il ginocchio. Non ho idea di come fosse arrivato fin li, comunque mi colse di sorpresa e riuscì a mordermi, per poi ritrarsi a distanza di sicurezza immediatamente dopo. Convinto si fosse reso conto dell’evidente svantaggio in cui si trovava, mi limitai a guardarlo incredulo qualche secondo per poi voltarmi e proseguire verso il furgone. Non mi diede neanche il tempo di fare tre passi. Lo sentii latrare istericamente mentre nuovamente si avventava su di me mirando ai polpacci. Fui pronto questa volta e, sbattendo un piede a terra, riuscii a farlo indietreggiare prima che riuscisse ad affondare il colpo. Lo affrontai a viso aperto, stavolta deciso a capire che intenzioni avesse. Quello stronzetto ringhiava e faceva le finte. Stetti qualche minuto a guardarlo minaccioso senza fare niente, reggevo ancora in mano il sacco. Gli occhi di quella specie di topo peloso brillavano acuminati nella penombra, riflettendo la luce dei pochi lampioni accesi. Ad un certo punto avvertii un intenso bruciore al collo. Strofinando frettolosamente con la mano feci cadere a terra un mozzicone ancora acceso, probabilmente caduto da uno dei balconi soprastanti ma, quando guardai, non riuscii a vedere nessuno. Quando cercai di incrociare nuovamente lo sguardo del mio avversario, era sparito di nuovo. Tutto in pochi istanti. Mi guardai attorno confuso ma quello sembrava davvero sparito. Dopo dieci minuti che stavo in piedi da solo come uno scemo, tornai finalmente al furgone. Il mio collega mi chiese perché ci avessi messo così tanto e, dopo le dovute spiegazioni, esplose in una grassa risata.

Il mio amico guardò l’ennesima bottiglia vuotata sul tavolo e si alzò per andare a sostituirla, quando tornò aveva con se anche una brocca piena d’acqua. Intanto un gabbiano volò in cerchio un paio di volte sopra gli scavi, poi si allontanò in direzione del mare.
-Scusa, ho finito il rosso. Sciacquiamo bicchieri e palato con un po’ d’acqua fresca e proviamo
questa falanghina.
Facemmo come aveva detto. Mentre versavo il liquido dorato nel bicchiere si sprigionò un profumo che mi ricordò l’estate.
-Scusa – dissi prima di assaggiare il vino – non ho ben capito cosa centri questa storia con il tuo licenziamento.
-Non c’è nessun nesso in effetti – assaporò un po’ di vino e, dall’espressione goduta, capii che era di suo gradimento – il giro si concluse in maniera tranquilla tuttavia, dopo quell’episodio, era come se fossi totalmente inebetito. Quando il mattino dopo mi svegliai stavo allo stesso modo. Stavo seduto sul letto in camera e guardavo le mie cose. Ad ognuna di esse riuscivo a ricondurre un ricordo, un utilizzo, ma in qualche modo le sentivo estranee. Non sapevo bene che farci né perché avevo scelto di possederle. O meglio, ricordavo il motivo, ma anche questo appariva come estraneo alla mia persona. Non riuscivo a riconoscerle come mie scelte, nonostante ricordassi perfettamente ogni momento un cui avevo deciso per una cosa piuttosto che per un’altra. Percorsi il tragitto per andare a lavoro a piedi, non me la sentivo di prendere la macchina, né di salire su un autobus pieno di persone. Mi dovetti fermare in due o tre punti perché non mi rendevo conto di quanto tragitto avessi già percorso e necessitai di tempo per riconoscere strade ed edifici normalmente familiari. Non molto tempo, secondi direi, ma per la familiarità che normalmente ho con quelle strade erano comunque troppi. Mi prese una leggera ansia ed accelerai il passo. Era cominciato tutto nel vicolo, ma non avevo assolutamente idea del perché quella fesseria mi stesse facendo un simile effetto. Quando arrivai a lavoro venni convocato dal capo e dopo pochi minuti ero stato licenziato. Ad essere precisi non mi è stato rinnovato il contratto, ma la sostanza non cambia. Comunque, non appena ricevetti la notizia, fu come quando la professoressa ti becca che sei nel tuo mondo durante la lezione. Magari quella ti ha chiamato due o tre volte prima che tu la sentissi, ti accorgi che una cinquantina di occhi ti stanno perforando nel più assoluto silenzio e inizi a sudare freddo. Totalmente incapace anche solo di proferire parola. La mia reazione al licenziamento fu pressappoco questa. Ero di nuovo me stesso, senza un posto di lavoro certo, ma adesso mi trovavo nuovamente in accordo con il vissuto della mia persona. Quando tornai a casa, libero finalmente di riflettere un po, non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che entrare in quel vicolo la sera prima avesse innescato qualcosa, come una concatenazione di eventi apparentemente slegati che sono culminati nel mio licenziamento. Una parte di me è fortemente convinta che se non fossi andato a recuperare quel sacchetto avrei ancora il mio lavoro. Ed invece sono tornato in quel vicolo, entrando in una sorta di tunnel dimensionale che mi ha transitato in un’altra realtà perfettamente identica dove però sono stato licenziato. Il mio ottundimento probabilmente era dovuto al transito tra le due dimensioni. Il licenziamento era il punto di arrivo nella mia nuova realtà, da quel momento tutto riprese la sua consueta forma.
Restai per un po in silenzio bevendo vino. Non ero sicuro ci fosse davvero una risposta a quello che mi era stato appena raccontato. Sembrava la classica serie di sfortunati eventi culminata nella maniera peggiore, ma dargli una risposta del genera mi sembrò semplicistico ed un po’ irrispettoso. Anche a me erano capitate cose simili senza che poi ci stessi a fare queste elucubrazioni quasi assurde.
-Credi davvero che possa essere successa una cosa del genere?
-Certo che no! Ma, come ti ho già detto, non riesco a non sentire la presenza di un nesso.
-Ti dispiace per il lavoro?
-In realtà non così tanto..
-Allora forse una parte di te non consapevole conosceva già la strada da prendere e non hai fatto altro che percorrere i tuoi passi.
-Anche questa è una teoria assurda.
-Si, lo so. Probabilmente è solo stata una pessima giornata Antoine, senza girarci troppo attorno. -Non credo..
-Ammesso sia vero che esistano realtà parallele, teoricamente non c’è modo di comunicarvi. -Trasmigrazione di coscienza! Così passiamo da un universo all’altro. I corpi nelle due realtà si polarizzano e consentono il passaggio. La coscienza di uno finisce nel corpo dell’altro, che
ovviamente è identico, infatti la maggior parte delle volte non ci si accorge di nulla. L’episodio che ti ho raccontato è stato probabilmente un’eccezione.
-Sei sbronzo vero? – lo guardo negli occhi, lui ride sommesso e mi manda a fanculo – cosa farai adesso?- si alzò in piedi e spense la sigaretta.

-Ora ti porto in un buon ristorante!

Andammo in uno di quelli che dava sulle rovine. Aveva sedie a forma di trono fatte di bambù intrecciati, sopra c’erano cuscini spessi e morbidi. Ci portarono una caraffa di vino bianco con pezzi di pesche gialle e svariati antipasti. Le luci soffuse lasciavano intravedere solo i ruderi, non si riusciva a guardare oltre. Mi sentivo piacevolmente stordito, come un poppante tra le braccia della madre. Non ho idea di quanto restammo seduti, probabilmente ore. Parlammo di tutto. Mi risvegliai il giorno dopo sul suo divano, strappato al sonno dall’aroma di caffè che veniva su. Lo bevemmo assieme in cucina, poi un’altro in un bar poco lontano da casa. Era pieno di dolci meravigliosi, alcuni traboccanti crema pasticciera e adornati di amarene, altri più semplici, ma non avevo molta fame. Nessuno dei due proferì più parola sul licenziamento. Quando mi salutò alla fermata dell’autobus disse che ci saremo rivisti presto e mi strinse in un lungo abbraccio, poi si allontanò e sparì in una via che si apriva tra i ristoranti. Io salii sul pullman ed andai a sedere agli ultimi posti. Appoggiai la testa al finestrino ed iniziai a guardare un punto non meglio definito all’orizzonte. Poco alla volta tutta la realtà attorno a me perse di ogni interesse, poi di consistenza, infine sparì ed io sprofondai dolcemente nei miei pensieri.

.

CLICCA QUI PER SCARICARE IL Pdf GRATUITO DEL RACCONTO !!!

*jacopo Guarino

*FOTO: Rasa Pi Tognella 

Lascia un commento