IL PADRONE – Goffredo Parise (Recensione libro)

Completati gli studi, un ragazzo lascia genitori e fidanzata per trasferirsi in  una grande e imprecisata città, dove si sistema in una camera ammobiliata e trova lavoro presso una ditta commerciale.

Qui il giovane dottor Max, il padrone del titolo, è in conflitto generazionale col vecchio padre, che però non si occupa quasi più della ditta, distratto dalla caccia alla balena. Ed è proprio alle dirette dipendenze del dottor Max che il ragazzo proveniente dalla provincia, nonché voce narrante della vicenda, viene assegnato, con il compito vago e indefinito di addetto ai progetti commerciali. ll clima che si respira in azienda è piuttosto freddo e opprimente. Contrasti tra colleghi, piccole vanità personali e amori furtivi scandiscono la routine quotidiana del neoassunto e dei suoi colleghi: Diabete, il dottor Bombolo, la dolce Selene. E mentre il dottor Saturno, il vecchio padrone, è tutto forza e assenza di dubbi, il dottor Max, invece, si manifesta come persona contraddittoria, nevrotica, dilaniata da”squilibri morali” e da frequenti sbalzi d’umore, collerica e instabile. Insomma, “una persona infelice”.

Il rapporto tra padrone e dipendente all’interno dell’azienda sfiora il sadomasochismo. Il protagonista viene sistemato in uno stanzino che è l’ex gabinetto del padrone, è costretto a farsi praticare, quasi contro la sua volontà, dal tuttofare usciere-scimmia Lotar, delle iniezioni di vitamine, lo stipendio può essergli decurtato in maniera arbitraria in qualsiasi momento.

L’azienda moderna “è un luogo razionale, luminoso, asettico e quasi meccanico, dove tutto funziona regolarmente appunto come un meccanismo e dove anche gli uomini, a lungo andare, si confondono con le cose. […] essa possiede e ha in sé la capacità di contenere un grande numero di persone, una folla anonima e indifferenziata, non controllabile individualmente, ma soltanto a masse, a gruppi”.
Anche l’inserimento di un nuovo manager delle risorse umane, il dottor Rebo, con i suoi metodi innovativi fintamente democratici e antiautoritari, si rivela un cambiamento di facciata. L’organizzazione rimane fortemente gerarchizzata.
Il dipendente ideale dell’azienda, per ammissione dello stesso dottor Max, è Lotar, “un servo nato”, “eterodiretto per obbedienza e autodiretto per fede”.

La vita in azienda determina nei dipendenti una condizione di stress perpetuo, che si somatizza in una “una vaga stanchezza” e in malesseri più o meno immaginari, ma non per questo meno fastidiosi.

Il lavoro in ditta trasforma il protagonista, cannibalizza la sua vita. “[Il dottor Max] è soltanto quello che è: il padrone. Padrone del mio tempo, dei miei atti, dei miei pensieri, dei miei sentimenti e del tempo libero che è interamente occupato dalla sua presenza”.

La ditta finisce col trasformarsi in “una trappola mortuaria”, in un mostro che divora la vita dei dipendenti, ambisce ad occuparsi di ogni aspetto della loro esistenza in funzione della produzione, entra nella loro vita privata, semina incertezze circa il loro futuro, spegne ogni aspirazione alla libertà e all’autonomia nel momento stesso in cui pare sollecitarla.
Ogni ribellione è interpretata come una forma di ingratitudine.
“Finché sarà uomo, così come intende la personalità umana, non ci sarà mai posto per lei in una ditta”, scrive il dottor Max al giovane protagonista in una lettera che gli fa recapitare dall’avvocato.

La ditta si rivela un incubo. Il protagonista sarà alla fine persuaso a sposare, nel suo interesse, una demente, Zilietta e a credersi felice,

Pubblicato nel 1965, appartenente al filone della cosiddetta “letteratura industriale”, Il padrone dello scrittore veneto Goffredo Parise (1929-1986) è un romanzo kafkiano, con personaggi grotteschi, che testimonia l’alienazione che si accompagna all’affermarsi della grande industria nel nostro Paese e alla diffusione dei primi consumi di massa: “casa, mobili, televisore, lavatrice automatica, elettrodomestici, automobile ecc.”, ottenibili con la propagazione tra i lavoratori del pagamento rateale.

La prosa dello scrittore vicentino, “lucida e gelida senza una parola e un aggettivo di troppo, diretta e funzionale”, come la descrisse il critico Mario Spinella,  rende la lettura del suo romanzo una piacevole esperienza estetica.

La società industriale di massa descritta da Parise in questo libro, contraddistinta dal dominio della tecnica, dal produttivismo e dal consumismo, assomiglia a un lager, che incatena vincitori e vinti ad un unico destino di reificazione e di morte.

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*FONTE: http://www.interruzioni.com

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