IL PERSONAGGIO “IO”: Lo scrivere in prima persona – Guido Piovene

Il personaggio “io”, il personaggio che si chiama “je” come fu definito a proposito di Proust, ancora oggi predomina in buona parte dei libri contemporanei, e non c’è segno che abbia a lasciare presto il suo posto di privilegio.

Tanto che ancora si discute sulla qualità dei rapporti, così oscuri e segreti, tra l’arte e l’autobiografia, e se l’arte sia, o possa essere, la relazione dei nostri fatti privati. Disputa piuttosto vana, giacché è fin troppo evidente che né un vero romanzo, né una vera poesia possano essere autobiografici, anzi che l’arte non è mai autobiografica, e che lo scrivere per parlare di sé non può sortire effetto degno di nota, essendo lo scopo e il movente troppo meschini per raggiungere una risonanza ampia e generale negli animi.

Tra i libri dunque, che sono così numerosi, nei quali il personaggio “io” ha la prima parte, uno solo può essere il criterio di scelta, per vedere se essi appartengano all’arte o siano invece autobiografici e nulli. Bisogna vedere se l’io è veramente un persoanggio, un’invenzione della fantasia che coaguli alcune importanti esperienze di fantasia e di morale. Nessuna obiezione può esistere contro il personaggio “io”, quand’esso è svolto e raccontato con lo stesso distacco, la stessa obiettività di un personaggio che prenda il nome di Giulio o Mario. I maestri moderni della narrazione in prima persona, da Rousseau a Gide, i grandi lirici compreso Leopardi, non riferiscono se stessi, ma quasi inventano inesauribilmente se stessi: creando un personaggio io che in alcuni è costante, in alcuni mutevole, secondo gli estri e le segrete ispirazioni della vita: ma tali sempre che solo, per leggerezza si potrebbe accostarli agli scrittori gretti o egoisti, il cui scrivere è solo un modo di più di ammirarsi e che ritengono di beneficare la gente pubblicando una specie di quotidiano bollettino dei loro umori, ricordi e pettegolezzi.

L’arte che per errore si chiama spesso autobiografica è un’arte che consiste nell’invenzione di se stessi, ed èdominata anch’essa dalla fantasia: non è autobiografia vera ma autobiografia falsa, autobiografia apparente. Si distingue dall’altra, dall’autobiografia vera, perché interessa e parla a tutti, mentre quella vera è noiosa, arida e senza scopo. La predilezione di alcuni grandi scrittori moderni per il personaggio io, che essi trattano e muovono come un personaggio qulasiasi, dopo queste premesse può essere giustificata.

L’arte contemporanea, sopratutto la narrativa, è un’arte di sondaggi nella coscienza e di supreme compromissioni morali; e questo è vero anche se quella italiana, tenacemente affezzionata al suo estetismo e al suo accademismo, erige teorie su teorie che le permettano di rifiutarsi d’accogliere l’insegnamento dei grandi maestri d’Europa. Le prove più interessanti della letteratura moderna richiedono un contatto coraggioso e continuo coi movimenti oscuri e minuti dell’animo, che devono essere chiariti, perché solo da essi verranno la nostra vita e la nostra morale. È un lavoro di sonda che avviene dappertutto in Europa, poco in Itlia, dove gli scrittori sembrano tenere sopratutto a essere artisti, e dove si potrà vivere di vita artistica piena solo quando, secondo l’esempio manzoniano, si smetterà di aabbarbicarsi a tradizioni ipotetiche e dubbie.

Ora il personaggio io, lo scrivere in persona, è uno strumento infinitamente più duttile nel seguire ogni moto, ogni ombra della coscienza; molte cose essenziali non potrebbero dirsi se non mediante invenzioni fantastiche che abbiano in sé qualche cosa della confessione e dell’esame di coscienza. L’artista moderno inoltre mira assai poco alla bellezza, che non può essere per lui uno scopo immediato, ma tutt’al più un termine quasi gratuito della sua fatica; e mira piuttosto a dire quello che più gli preme, mediante uno scrivere inteso come un modo alto e interiore di vivere, strumento di chiarezza, di coraggioso giudizio su se medesimo, e infine d’intima conoscenza e salvezza. La plastica dei personaggi, che certo si ottiene meglio con personaggi interamente staccati e allontanati da chi narra, gli sembra meno interessante di un certo esame di coscienza indefesso, nel quale la persona altrui perde i confini e quasi si mischia e si confonde con la sua. L’arte moderna non crede nel personaggio chiuso e netto, e preferisce rivolgere la propria luce su un personaggio sotterraneo e impreciso, quel flusso d’anima indistinto, che insieme è “io” e non lo è. Per queste ragioni, e molte altre, il personaggio io, o i personaggi che parlando in erza persona sono un “io” travestito, hanno e avranno necessaria e giustificata fortuna.

Ma, proprio perché questo è vero, occorre ripudiare con nettezza e rigore gli scrittori, o falsi scrittori, che narrano insipidamente i loro casi personali ed esterni e che, vivendo sull’equivoco, profittano di quelle giuste necessità per offrire le loro esibizioni autobiografiche alla gente noiata. L’arte, in qualunque tempo, in terza perosna o in prima, col personaggio “io” o senza di esso, vuole rinuncia, coraggio, neto giudizio, distacco da se medesimo: non sarà mai per gli egoisti e gli invasati di sé stessi. E in verita negli ultimi anni in Italia si è assistito a un profluvio, nei libri e nei giornali, di prose autobiografiche.

Sembrava che l’aver avuto un’infanzia, una zia stramba, un compagno di scuola morto, un padre prfoessore fossero fatti unici, così importanti che urgesse darne ragguaglio, sufficienti perché ci si reputasse scrittori.

*Da Spettacolo di Mezzanotte di Guido Piovene


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