IL TEDIO – Fernando Pessoa (da Una sola moltitudine)

Nessuno ha ancora definito, con linguaggio da cui lo potesse capire chi non lo ha provato, che cosa sia il tedio. Ciò che alcuni chiamano il tedio non è altro che la noia; per altri non è altro che il malessere; ci sono altri, infine, che chiamano tedio la stanchezza. Ma il tedio, sebbene partecipi della stanchezza e del malessere e della noia, partecipa di essi come l’acqua partecipa dell’idrogeno e dell’ossigeno, dei quali si compone e i quali include, senza che ad essi si assomigli.
Se dunque alcuni danno al tedio un senso ristretto e incompleto, altri gli prestano un significato che in un certo modo lo trascende, come allorché viene chiamata tedio la nausea intima e spirituale della varietà e dell’incertezza del mondo. Ciò che fa sbadigliare (cioè la noia); ciò che fa cambiare posizione (cioè il malessere); ciò che costringe all’immobilità (cioè la stanchezza): niente di tutto questo è il tedio; ma non lo è neppure il senso profondo della vacuità delle cose, attraverso il quale le aspirazioni frustate si liberano, le ansie disilluse lievitano e si forma nell’anima il seme da cui nasce il mistico o il santo.
Il tedio è , piuttosto, la noia del mondo, il male di vivere, la stanchezza di aver vissuto; il tedio è , veramente, la sensazione carnale della vacuità prolissa delle cose. Ma il tedio è, più che questo, la noia di altri mondi, che esistano o o meno; il male di dover vivere, sebbene altro, sebbene il altro modo, sebbene in altro mondo; la stanchezza non solo dell’ieri dell’oggi, ma anche del domani, dell’eternità, se essa esiste, del nulla, se esso è l’eternità. Né è solo la vacuità delle cose e degli esseri che duole nell’anima quando essa è in tedio: è anche la vacuità di un qualcos’altro diverso dalle cose e dagli esseri, la vacuità della stessa anima che sente il vuoto, che sente di essere il vuoto, e che in esso di se stessa si nausea e si ripudia.
Il tedio è la sensazione fisica del caos, che il caos sia tutto. Colui che è stanco, che ha malessere, che è annoiato, si sente prigioniero in un’angusta cella. Colui che è disgustato dalla strettezza della vita si sente ammanettato in una grande cella. Ma colui che ha tedio si sente prigioniero in libertà in una cella infinità. Sopra colui che si annoia o ha malessere, o è affaticato, possono crollare i muri della cella e sotterrarlo. A colui che si affligge della piccolezza del mondo possono cadere le manette, ed egli può fuggire; o addolorarsi senza potersele togliere, egli, sentendo il dolore, può riviversi senza pena. Ma i muri della cella infinita non possono sotterrarci, perché non esistono; né può provarci che siamo vivi il dolore di manette che nessuno ci ha messo ai polsi.
Ed è questo che io sento davanti alla bellezza placida di questa sera che imprescindibilmente muore. Guardo il cielo alto e chiaro, dove cose vaghe, rosee, come ombre di nuvole, sono una peluria impalpabile di una vita alata e remota. Abbasso lo sguardo sul fiume dove l’acqua, appena leggermente increspata, è di un azzurro che pare specchiato in un cielo più profondo. Alzo di nuovo gli occhi al cielo, e c’è già, fra i vaghi colori che si sfilacciano, senza stracciarsi, nell’aria diafana, un tono algido di bianco-opaco, come se qualcosa delle cose, là dove esse sono più alte e incorporee, avesse un proprio tedio materiale, una impossibilità di essere ciò che è, un corpo imponderabile di angustia e desolazione.
Ma che cosa? Che cosa c’è nell’aria se non l’aria alta, che non è niente? Che c’è nel cielo se non un colore che non è suo? Che cosa c’è in quegli stracci men che nuvole, di cui pur dubito, se non l’incisione di riflessi di luce di un sole già tramontato? Che cosa c’è in tutto questo se non io? Ah, ma il tedio è questo, è solo questo. In tutto questo – cielo, terra, mondo -, ciò che c’è in tutto questo non è se non io!

——-> ALTRO DI : Fernando Pessoa


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