IN MORA – Sebastiano Mignosa

Scrivo su un’altalena, faccio avanti e indietro tra il dovrò e l’avrei dovuto e solo nel presente sto tranquillo perché i dovrei durano poco. Trovo la bellezza nella decadenza delle cose che abbandoni. Ammiro il loro rimanere in piedi nonostante tutto e non smetto mai di chiedermi perché questo continuo perdere lasci sempre qualcosa.

Ho 23 anni, sono nato a Siracusa ma vivo a Milano dove frequento l’Università degli studi. L’ascolto di musica rap mi ha portato ad avvicinarmi alla scrittura, alla poesia e successivamente al mondo del Poetry Slam. L’artista che più mi ha influenzato è Alberto Dubito per la sua capacità dissacrante di metterti davanti alla realtà delle cose che per paura nascondi nella coda dell’occhio. Nell’ultimo periodo sto lavorando al mio primo progetto che avrà una forte componente musicale e che coinvolgerà vari esponenti della scena milanese, bolognese (Zoopalco), toscana (Fumofonico) e romana (Wow – incendi spontanei).

“In mora” è un progetto di poesia su musica strutturato come un concept album che si avvicina alla spoken music e al rap pur mantenendo le dovute distanze. Ogni traccia descrive una scena ben precisa che riporta alle tematiche generali e commiste del paradosso della perdita, del debito inteso come senso di colpa e dell’inquinamento ambientale come questione generazionale. A tal proposito, il riciclo delle parole e dei suoni ha un ruolo fondamentale all’interno di ogni traccia in quanto si pone sia come un elemento che mostra l’elasticità del significato che varia al variare del contesto, sia come un elemento di contrapposizione tecnica alla tematica dell’inquinamento. In particolare, “Debito”, che è la traccia zero, non solo si propone come protasi del resto della raccolta ma presta i suoi versi, o parti di questi, affinché diventino titoli delle altre tracce. È, inoltre, forte il parallelismo tra l’aspetto economico dell’essere umano e quello del sentimento che viene contestualizzato all’interno di una società artificiale costruita in modo semplice e circolare. Si nasce in debito, si vive (come “Ego in quarantena”) e si lavora (nei “Sentimentifici”) per estinguerlo (nelle “Banche di sangue) e si muore con la convinzione quasi indotta di esserci riusciti lasciandolo però ai propri figli.

0.Debito (ad Alberto Dubito)

Prendo le redini della storia
degli uomini che nascono indebitati
fino al collo e dei loro colletti bianchi
che s’ingialliscono come le mie dita
di freddo blu Winston. Scrivo di una città
invisibile come la mia faccia e fragile
come noi, come i tuoi occhi presi in prestito
alla solitudine. Dubito e scrivo, incapace.
A mano libera do forma a ciò che mi succede
dentro e ciò che mi succede dentro
va inevitabilmente fuori dalla metrica.
Sapessi come soffoca. Le emozioni giacevano comode
nelle tasche vuote dei sentimenti che vestivano
salopette sporche della paura di non valerne la pena.
Ancora. Tornavano di moda come le ronde
nere nei paesini di provincia e spogliavano
ciò che rimaneva di noi per abbottonarsi sopra
a vestiti paranoie. Tu, come altre, sparivi
tra parole e scuse al miele e rimanevo solo
a sfogliare un altro cielo dépliant di opinioni
su come sarà il tempo domani, tirando
come al solito, il filo della tenda
dalla parte sbagliata. Dalla parte sbagliata
crollavano promontori di promesse artificiali
sui cadaveri delle vostre storie d’amore
marce, sulle bugie di tutte queste banche
di sangue, sui vostri cuori presi a rate
e sui loro vuoti emotivi da riempire il venerdì sera
sulle voragini da lexotan, sui frantoi della sanità
pubblica, crollavano lenti su questi sentimentifici
ai metalli pesanti, a ritmo di minuti di silenzio
nero su un’altra cattedrale sorda, sulle omelie
dal rumore bianco bara, su un’altra infanzia che paga
le vostre rate in mora! Ssshhh!

Scrivo di un silenzio reduce da un senso di colpa
che non lascia perdere, l’ego si lascia vivere
in quarantena appeso al filo della rabbia, macchia
di sete le camicie bianche se non guardi bene
e fa stalattiti satellite delle lacrime di un salice
e pozzanghere calme del mio sguardo incerto bora verde.
Dal mio posto qualunque accarezzo la fronte a un altro
giorno che non mi conosce ancora e se la vita è un debito
la mia poesia è la mora. Vorrei un tramonto
di mercurio, che si schiantasse subito e lucido
grigio e definitivo, anche su di noi
che continuiamo a prenderci in giro.
Quando mi chiedi come faccia tutto questo perdere
a lasciarti sempre qualcosa
io ti rispondo con le mie tasche vuote
so che mi lascerai ancora
e ancora e ancora e ancora

1.Ego in quarantena
A fatica mastico l’ennesima alba
che sa ancora di ieri e affacciato dalle ringhiere
delle coperte del senso affatico gli occhi.
Vedo la pioggia battere il tempo sui raggi
del sole e anche se questo letto non sembra neanche il mio
me ne frego, tanto lì sotto non piove
e non ha mai piovuto. Riflesso sui vetri
del nulla da dire o del dire troppo
presto, rifletto sulla frenesia del ritardo
che veste il mio vestirmi della paranoia che quando arriverò
tutti mi guarderanno e non ci sarà più posto.
All’inizio c’era tanto spazio e un enorme vinile
di Saturno che dava il tempo al battito, in fondo
un silenzio disteso, immenso, disatteso e nero
che diventava azzurro solo quando diventava cielo.
A poco a poco si riempiva la polveriera
dell’evoluzione e l’eccetera del mondo giocava
ancora nel primo ikebana
quando con il peso della prima stella che brillava
brillò pure la mina della storia umana.

Nuvole e rispettivi stati
d’animo si fecero portavoce del sentirsi orfani e specie
specie quando pioveva. Eravamo appena figli
appena svegli e convinti
di avercelo in tasca il filo dei nostri sogni
ricuciti in sorrisi di sutura a labbra conserte
e soffitti interiori crollati come muri e cisterne
come culle e pubblicità come balie.
Quando le città diventavano grandi
e le grandi città diventavano dimenticatoi per periferie
e rimpianti, le fabbriche dell’interesse aprivano
le gambe e gravide di minuti di silenzio
divisi a singhiozzi costruivano futuri deboli
per visi colati a singhiozzi e cattedrali
sorde dietro cellofan inauguravano l’epoca
che non si presta a nessuna metafora.
Quando le città diventavano grandi
e le grandi città diventavano luoghi
comuni della fretta e dell’addormentarsi
soli, solo con la tv accesa
nasceva il primogenito dell’uomo nato in debito
e comunque Dubito tu capisca. Nasceva il figlio di un territorio
sottoterra e della sottostima, dei paradossi
che diventano prassi, di un sottofondo che alza la voce
ma non dice una parola.
Un bimbo si è perso in una favola da favelas
che racconta il girotondo dell’uomo che gira
si morde la coda
poi
insoddisfatto
la sputa.

*Sebastiano Mignosa

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