IN UNA BUCA C’ERA IL CADAVERE DI DIO – Antonio Gavino Sanna



Io povero derelitto,
barbone, indio, affamato
di qualunque latitudine,riflesso d'uomo
esuberato cassato integrato
nella fiaba di povertà,
rimosso dal moi sportello
d’elemosina sul marciapiedi –
nemmeno quello mi è concesso,
quel recupero credito
di pochi spiccioli – rimosso
dalla coscienza di chi mangia,
di chi ha messo capannelli
di divise e manganelli
sullo stesso marciapiedi
a guardia di un convegno
e camionette e transenne
e cavalli di frisa e mine
antiuomo e zanzare di ferro
e mezza città impazzita
perché si è riunita
la comunità dei grandi
a parlare di fame ;
io sono lontano, da voi ;
bruco avanzi di un mercato
in un altro quartiere
e ho rimediato una birra
e spero davvero, a volte,
che parliate di me, di noi,
quando vi incontrate,
non di cifre, proiezioni,
ipotesi finanziarie tese
a darvi l’aria dei buoni,
che vi chiediate come faccio
a dormire all’addiaccio
e come abbraccio ogni notte
il moi stomaco per dargli
la speranza di domani.
L’arte del crocefisso
appeso per le mani
che spera nei suoi arti
e in giunture tanto forti
da non farlo soffocare.
Ma tutti soffocheremo
un giorno per il peso
della carne, anche voi ;
voi riuniti che si sappia,
travestiti da samaritani,
voi per la fame nel mondo,
mentre mangiate il mondo.
Come la calcolate ?
in polli andati a male ?
Ma voi parlate di come
accontentarci un poco
senza cedere un uovo
del vostro buon caviale,
parlate di cose che
non conoscete affatto
o che avete dimenticato,
parlate come le cravatte
che vi stringono il collo,
sono loro a discettare
di tessuti e colori
e stili e accostamenti
e al contadino non far sapere
mentre spingete più giù
per il gozzo le pere
con una fetta di brie
peoccupati che forse
finirà domani o dopo
la maionese di colibrì.

Avete mai provato
a non saper che mangiare
non per troppa scelta
ma per niente con cui pagare ?
Avete mai sentito
quel vuoto nei polmoni
dell’aria e della terra
che non ci sono più
per voi ? Tutto è già occupato,
non c’è patria, né mammella
che vi possa allattare,
né fatica che vi possa sfamare,
né terreno dove ai piedi
non serva il lasciapassare,
solo esiste una guerra
all’ultimo boccone,
al coltello, alla mutilazione
vera o finta – esibita per strappare
qualche moneta al cuore –
alla preghiera, all’aggressione,
all’imbarco fuoribordo
per morire al largo
o sulle zolle di una terra
promessa che non c’è.

Avete mai provato
quel che prova chi
ci passa davanti ?
Chi è costretto a vederci
e a non guardarci
per non sapere che dire
né che fare ? Perché siamo
un ingombro sulla strada
e nella vita ? Negli occhi loro
l’ingombro dell’anima,
noi lo vediamo bene,
quel tanto che ogni giorno
ci si porta appresso,
oltre la fame fisica :
una fame diversa
che rende insopportabile
la nostra indecenza,
il nostro scandaloso
bisogno insaziabile.

Avete mai provato
a stare per tre mesi
con una paga da fame
e poi di nuovo il nulla ?
E poi di nuovo cercare.
E poi di nuovo chiedere,
implorare che la chiave
per entrare nella vita vi sia data
per un’altra manciata di giorni ?
Perché neanche un filo d’erba
appartiene più all’uomo
ma allo stomaco d’acciaio
del coccodrillo economico.
Ah, meraviglioso il giorno
in cui un machete aprirà
quello stomaco avaro
e spargerà chiavi e cibo
e parole e pensieri
e speranze e entusiasmo
e libertà, non più prigionieri !

Ma voi che ne sapete ?
Voi non siete poeti,
non conoscete l’attimo
che conosce l’universo,
siete slot machine
in un salone blindato,
siete culi di gallina
che non danno uovo,
dovreste andare in silenzio
su un’isola deserta,
in mezzo al mare,
farvi lasciare lì
senza pane né sale
né salame né telecamere
né soldati, solo acqua
di sorgente a risciacquare
i vostri denti uncinati
e lì parlare di fame !
Lì parlare di fame !
Della nostra fame.
Finché il digiuno non possa
quel che il vostro cuore rancido
si rifiuta di confessare.

Noi morti per fame,
sotterrati nelle savane,
nei cassonetti, nei fiumi,
nelle discariche abusive,
noi brindiamo con l’acqua
di questo temporale
alla vostra morte per cibo
in cliniche esclusive.
Questo temporale
che ci disseta le ossa
senza chiederci niente
ci fa capire che tutto
quel che possedete
è la paura della gente,
il resto vi sfugge e vive
nonostante voi, il resto
è il vulcano, la primavera,
il vento, i profumi,
il sangue che vi si rizza
o si bagna come di mare,
il mare che da annegato
rivomita i cadaveri,
l’aria disobbediente,
la vostra stessa mente,
gli occhi, le mani, la pelle,
l’acqua che scorre cieli
e corpi e argille e bottiglie
di proprietà e se ne frega
delle vostre nobiltà,
il resto è tutto il resto,
ciò che i vostri cancelli
non potranno mai ingabbiare,
ciò che le vostre banche
pagano con denaro e tuttavia
non potranno mai comprare.
Il resto son le parole
di un uomo come voi.
E così sia.

*Da IL VUOTO E IL SOLE – Antonio Gavino Sanna


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