LA CELEBRITÀ È UN PLEBEISMO (Cronaca della vita che passa) – Fernando Pessoa

A volte, quando penso agli uomini celebri, sento per loro tutta la tristezza della celebrità.
La celebrità è un plebeismo. Perciò deve ferire un’anima delicata. È un plebeismo perché lo stare in evidenza, l’essere guardato da tutti infligge, a una creatura delicata, una sensazione di consanguineità esteriore con quelli che provocano scandalo nelle strade, che gesticolano e parlano a voce alta nelle piazze. L’uomo che diventa celebre perde la sua vita intima: le pareti della sua vita domestica diventano di vetro; è sempre come se il suo abbigliamento fosse eccessivo; e quelle sue minime azioni – stupidamente umane a volte – che egli avrebbe voluto invisibili, sono filtrate dalla lente della celebrità che ne fa delle spettacolari piccolezze, con la cui evidenza la sua anima si corrompe o si infastidisce. Bisogna essere molto grossolani per potersi tranquillamente permettere di essere celebri.
E poi, oltre che un plebeismo, la celebrità è una contraddizione. Mentre sembra che dia valore e forza alle persone, le svalorizza invece e le indebolisce. Un uomo di genio sconosciuto può godere della voluttà soave del contrasto tra la propria oscurità e il proprio genio e, pensando che sarebbe celebre se lo volesse, può usare come metro del proprio valore la migliore misura: se stesso. Ma, una volta noto, non è più in suo potere il ritornare nell’oscurità. La celebrità è irreparabile. Da essa, come dal tempo, nessuno torna indietro o si accomiata.
Ed è per questo che la celebrità è anche una debolezza. Ogni uomo che meriti di essere celebre sa che non ne vale la pena. Permettersi di diventare celebri è una debolezza, una concessione al basso istinto, femminile e selvaggio, di volersi mettere in mostra ed essere chiacchierato.
C penso, alle volte, in modo colorito. E quel detto, che l’uomo di genio sconosciuto è il più bello di tutti i destini mi diventa innegabile; mi sembra che sia non solo il più bello, ma anche il più grande di tutti i destini.
Si dice che gli ermetici Rosacroce, setta esoterica e magista, abbiano scoperto, fin dall’inizio dei tempi, il segreto della vita eterna, l’elisir della vita; si dice che passino, senza mai morire, di epoca in epoca, attraverso i cicli e le civiltà, inosservati, sconosciuti e tuttavia, per ciò che di grande trascendentalmente hanno creato, ben più grandi di tutti i geni della evidenza umana. La regola della loro setta, sempre attuata, è di no farsi mai conoscere. La loro presenza esterna, che vive sul margine della nostra transitorietà, vive anche al di fuori della nostra piccolezza.
Gli occhi dell’anima mi si fissano su queste figure immaginate – chissà fino a qual punto reali? -, che realizzano veramente il supremo destino dell’uomo: il massimo di potere nel minimo dell’esibizione; il minimo dell’esibizione, sicuramente, perché hanno il massimo di potere.
Il senso della loro vita è divino e remoto. Mi piace credere che esistano per poter pensare nobilmente all’umanità.

*Fernando Pessoa, UNA MOLTITUDINE

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