LA CONSUMATRICE ACCANITA – Da Il Paradiso di Alberto Moravia

Adesso, invece, tutto ad un tratto, spuntata da chissà dove, mi scoprivo una vocazione di consumatrice accanita. Questa vocazione mi è stata rivelata dal mio stesso aspetto fisico. (…)
E gli occhi, addirittura, mi avevano mangiato la faccia. Da grandi si erano fatti enormi, con un’espressione che non ricordavo di avere mai avuto: cupida, avida, vorace.
Con quegli occhi esorbitanti e affascinati ispezionavo minuziosamente la vetrina quindi entravo con decisione nel negozio e compravo. Non compravo un solo oggetto, mettiamo una minigonna, ma cinque, dieci oggetti tutti eguali: cinque, dieci minigonne. Cercavo di darmi un contegno di compratrice normale, dritta sotto il banco, le due mani sulla borsa, gli sguardi alla merce che le commesse via via mi mostravano. Ma tutto ad un tratto qualche cosa come un meccanismo scattava dentro di me.tendevo la mano e dicevo: Compro questo, e questo e questo. Ma di questo ne prendo quattro. E di quest’altro, sei.
La mia voce insieme imperiosa e malsicura risuonava aggressivamente tra il cicaleccio e l’andirivieni dei negozi; più di una volta ho sorpreso le commesse scambiarsi sguardi di furtiva e ironica intesa mentre si affrettavano a servirmi.
In realtà l’acquisto, lo sentivo bene, era il risultato di una specie di esplosione dell’angoscia troppo a lungo compressa e respinta. Ho sentito una volta due commesse, nel momento in cui entravo, dirsi sottovoce, in fretta: Ecco la matta.
Sbagliavano, come spesso avviene in questi casi. Non soltanto non ero matta; ma anche facevo tutti quegli acquisti, in apparenza sregolati e caotici, per non diventare matta sul serio, col preciso e consapevole intento di alleviare la mia quasi insopportabile tensione.
Debbo dire che pur nella indiscriminata voracità del mio affannoso comprare, si poteva distinguere un criterio di scelta: non compravo, a ben guardare, qualsiasi cosa; compravo in molti esemplari esclusivamente dei capi di vestiario. La mia preferenza andava alla roba più personale, cioè agli indumenti che stanno sotto i vestiti e a contatto con la pelle: le calze, i reggiseni, i reggicalze, gli slip, le calzamaglie, i guanti, le sottane. Avevo cassetti pieni traboccanti di calze mai messe chiuse nei loro sacelli di cellophane; di grovigli di giarrettiere di tutti i colori; di mucchi di reggipetti di stoffe dai vari disegni. Ma gli slip neri, rosa, verdini, azzurrognoli, traforati, trasparenti, opachi, rinforzati, ornati di merletti, infiocchettati, semplici o complicati, da educanda o da cortigiana erano di gran lunga l’oggetto più collezionato. Subito dopo venivano per importanza le calzamaglie, le calze, i reggiseni. Immaginate adesso questi indumenti sospesi nel vuoto nell’ordine in cui di solito vengono indossati e avrete l’involucro vuoto del corpo femminile, anzi il corpo stesso come appare agli uomini nel momento breve e, per loro, inebriante, che si frappone tra la conquista già avvenuta e l’amplesso imminente. Ma cosa realmente significavano per me queste compere? Non lo sapevo ancora. Sentivo però oscuramente che trasformavo in rito liberatorio la situazione contingente e casuale che era all’origine della mia angoscia.
Purtroppo c’era un giorno in cui non potevo fare acquisti e così liberarmi dell’angoscia: la domenica.
Ma la roba non mi dava la risposta che cercavo. Mio marito mi tradiva: questo era un fatto; io ero una matta che comprava dieci reggiseni per volta: questo era un altro fatto. Il rapporto tra i due fatti non si svelava ancora. (…)
Questa frase mi ha fatto capire finalmente, come per un’illuminazione repentina, il rapporto che collegava l’infedeltà di mio marito con la mia mania dell’acquisto…. mi sono detta che nel mio rapporto con mio marito, fin da principio, per lui, non ero stata che un oggetto il quale si aspettava di essere di essere adoperato, o se si preferisce consumato. Nel nostro caso, l’uso, il consumo, erano le carezze, i baci, gli amplessi, gli orgasmi. Ma mio marito dopo appena due mesi di matrimonio, aveva quasi cessato del tutto di adoperarmi, di consumarmi, insomma di prendere il suo piacere con me. E allora, dopo essermi illusa di essere stata per lui la moglie che si ama, per la prima volta avevo scoperto che non ero in realtà che un oggetto che si può o non si può adoperare, un bene che si può o non si può consumare e che comunque non ha una sua esistenza autonoma all’infuori dell’uso e del consumo.
Ma degli oggetti ci si stanca e allora vengono riposti e gettati via. Così aveva fatto Siro con me: non mi aveva più adoperata; ed io ero incerta se adesso dovevo considerarmi il vaso rotto che si butta vi nella pattumiera oppure il vaso intatto ma il cui disegno ci ha stancato che si ripone nell’armadio.
Naturalmente tutto era avvenuto fuori della mia consapevolezza, nel mio inconscio. Per liberarmi dell’angoscia, inconsciamente avevo finto con me stessa di essere mio marito; e avevo preso a consumare indumenti che in un certo modo, sia per l’uso ai quali erano destinati sia per la loro forma, potevano simboleggiare il mio corpo disprezzato. Ero diventata insomma consumatrice, in quanto mi ero sentita non consumata.


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