LA DONNA E IL SOCIALISMO – August Bebel

Esiste una «specifica questione femminile» per i marxisti?
La risposta è sempre stata una e secca: No. Confermando i principi del marxismo rivoluzionario, il terzo congresso dell’Internazionale Comunista ribadiva, appunto, che non esistono questioni specificamente femminili, e che l’emancipazione della donna non può essere raggiunta se non attraverso la lotta dell’intero proletariato, femminile e maschile, per la rivoluzione comunista, per la dittatura del proletariato, per l’eliminazione delle basi economiche e sociali della società capitalistica che, attraverso l’oppressione salariale e familiare, dunque con questa doppia oppressione, ha appesantito la schiavitù delle donne in modo ancor più feroce rispetto alle società di classe precedenti.
Per i marxisti non vi sono soluzioni storiche specificamente femminili al problema della donna nella società borghese. La soluzione dell’oppressione della donna non sta in particolari ricette giuridiche (eguaglianza per legge tra maschi e femmine, partecipazione democratica alla vita politica ecc.) come pretendono tutti i partiti e i movimenti democratici, né può essere il risultato di una particolare educazione della donna, e dei maschi, come pretendono i movimenti «femministi». Ciò non toglie che le rivendicazioni di parità salariale, eguaglianza giuridica, eliminazione di ogni discriminazione fra i sessi ecc., e rivendicazioni più specifiche che riguardano le condizioni di esistenza delle donne, riferite alla maternità, all’aborto e simili, facciano parte degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato; ma, per l’appunto, degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato, cioè di una lotta che non si ferma all’involucro giuridico della società borghese, ma punta molto più in alto, alla distruzione della sovastruttura politica e della struttura economica e sociale del capitalismo.
Analizzando gli elementi strutturali e sovrastrutturali della condizione femminile nella realtà sociale del capitalismo e nella storia dello sviluppo delle forze produttive, dunque attraverso il materialismo storico e dialettico, il marxismo ha scoperto le vere cause storiche e materiali dell’oppressione della donna. «Secondo la concezione materialista – sostiene Engels nel suo «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato» – il movente essenziale e decisivo al quale ubbidisce l’umanità consiste nella produzione e riproduzione della vita immediata, la quale, a sua volta, ha un duplice aspetto. Da un lato la produzione dei mezzi di esistenza, di tutto ciò che serve alla nutrizione, all’abbigliamento, all’abitazione, e degli attrezzi di lavoro di cui gli uomini necessitano; dall’altro la procreazione degli uomini stessi, la continuazione della specie. Le istituzioni sociali sotto le quali vivono gli uomini in un’epoca determinata e in un dato paese sono strettamente legate a queste due specie di produzioni, da un lato per il grado di sviluppo del lavoro, dall’altro per quello della famiglia» (1).
Engels dimostra che la nascita della soggezione della donna non sta nel preteso egoismo del maschio o nella perdita di una supposta democrazia primitiva esistente nella società comunista primitiva che precedeva la formazione delle società divise in classi nel corso storico dello sviluppo delle società umane. La soggezione della donna nasce nel corso dello sviluppo delle forze produttive che ad un certo livello comporta il passaggio dal comunismo primitivo alla società classista. Con lo sviluppo della produzione e dei mezzi di produzione (concentrati in mano all’uomo non solo in ragione della forza fisica, ma anche perché non impegnato direttamente nella maternità e nell’allevamento della prole) il lavoro domestico perde gradualmente di importanza. «La stessa causa che, un tempo, aveva assicurato alla donna l’autorità nella famiglia, cioè la sua occupazione esclusiva ai lavori inerenti all’economia domestica, assicurava ora la prevalenza dell’uomo: il lavoro femminile della casa perde, da questo momento, valore in confronto al lavoro produttivo dell’uomo: il secondo è tutto, il primo un accesorio insignificante» (2).
L’inferiorità giuridica venne solo dopo questo grande passaggio, a riprova del fatto che i mezzi giuridici non rivoluzionano nulla, ma si limitano a istituzionalizzare quello che per una data società è già diventato un fatto o un’esigenza. La conseguenza, per i marxisti, è che la soggezione della donna finirà quando crollerà la barriera che la tiene schiava, ovvero la sua separazione dal lavoro produttivo sociale. Questa condizione storica (già sottolineata da Engels nell’opera che abbiamo citato) ha già cominciato a verificarsi sotto il capitalismo, rendendo possibile – ma senza attuarla – l’emancipazione femminile. L’oppressione della donna è iniziata a causa di fattori economico-sociali e terminerà a causa di fattori analoghi; ecco perché la rivoluzione dei costumi, la rivoluzione sociale non potrà mai avvenire attraverso i mezzi giuridici; ecco perché, data la fortissima resistenza dei fattori economico-sociali che garantiscono alla borghesia il predominio generale sulla società, è soltanto con la vittoria su quella fortissima resistenza che potrà aprirsi il corso di una una nuova organizzazione sociale nella quale venga superata la civilizzazione capitalistica, sapendo che «la base della civilizzazione è lo sfruttamento di una classe su di un’altra classe» e che «tutta la sua evoluzione si muove in una contraddizione costante. Ogni progresso della produzione è nel medesimo tempo un regresso della situazione della classe oppressa, vale a dire della maggioranza. Ogni beneficio per gli uni è necessariamente un male per gli altri; ogni grado di emancipazione raggiunto da una classe è un nuovo elemento di oppressione per l’altra. La prova più evidente ci è fornita dall’introduzione del macchinismo, i cui effetti sono oggi conosciuti da tutto il mondo» (3).
La donna, nella società capitalistica, subisce una doppia oppressione, quella salariale (pari a quella che subisce il proletario) e quella domestica (inerente alla cura della casa e dei figli nell’ambito della famiglia). L’oppressione domestica è molto più antica di quella salariale, dato che quest’ultima appare solo con il capitalismo avendo esso costretto, ad un certo punto dello sviluppo della produzione, anche la donna proletaria (ed i suoi figli) ad entrare in concorrenza nella vendita della sua forza lavoro con la forza lavoro rappresentata dal proletario, dal «pater familias», da colui che, nella divisione dei compiti all’interno della famiglia monogamica, provvedeva al sostentamento dell’intera famiglia attraverso il suo salario, mentre la moglie doveva provvedere ai lavori domestici e all’allevamento dei figli. E’ un’altra delle contraddizioni di fondo della civiltà capitalistica: mentre l’inserimento della donna nella produzione sociale, e quindi nella vita sociale, rappresenta un effettivo progresso per il genere femminile rispetto alle società classiste precedenti, rappresenta nello steso tempo un ulteriore aspetto dell’oppressione della donna poiché, invece di liberarla dalle incombenze domestiche, si aggiunge ad esse.
E’ interessante ricordare che la parola famiglia deriva dal latino: «non significa, inizialmente, l’ideale fatto di sentimentalismo e di discordia dell’odierno filisteo, né si applica dapprincipio, tra i Romani, alla coppia coniugale e ai suoi figli, ma ai soli schiavi. Famulus vuol dire schiavo domestico, e familia designa l’assieme degli schiavi appartenenti a uno stesso uomo. Ancora al tempo di Caio, la familia, id est patromonium (vale a dire la parte di eredità), era legata per testamento. L’espressione fu inventata dai Romani per designare un nuovo organismo sociale, il cui capo governava sulla donna, i figli e un certo numero di schiavi, secondo il potere paterno romano e col diritto di vita e di morte su tutti» (Engels, L’origine della famiglia ecc., cit. p.70). Questa forma di famiglia segna il passaggio, sottolinea Engels, dal matrimonio sindiasmico (*) alla monogamia, e la donna è sottomessa senza riserva al potere dell’uomo; ed Engels continua: «L’esistenza della schiavitù a fianco della monogamia, la presenza delle giovani e belle prigioniere appartenenti corpo e anima all’uomo che le ha conquistate, costituiscono fin dall’origine il carattere specifico della monogamia, la quale è monogamia soltanto per la donna e non per l’uomo. Tale carattere permane ancora oggi» (p. 75). E ancora: «La monogamia non compare affatto nella storia come una sorta di riconciliazione tra l’uomo e la donna, e meno ancora come la forma più elevata della famiglia. Fa la sua comparsa in scena sotto la forma dell’assoggettamento di un sesso all’altro, della proclamazione di un conflitto tra i sessi fino a quel momento sconosciuto dalla storia anteriore» (p. 78).
Tornando alla famiglia monogamica, essa, nella società borghese, rappresenta l’unità economica di base, anche al di là delle mille contraddizioni che la caratterizzano sia in termini di adulterio che di prostituzione. E’ d’altra parte un fatto che, in tutte le società divise in classi, il matrimonio è legato alle condizioni di classe degli interessati e quindi è sempre un matrimonio di convenienza, una unione in cui predominano generalmente gli interessi economici della coppia e delle famiglie di provenienza. Le leggi borghesi che governano il «diritto di famiglia» non hanno fatto altro che sistematizzare quanto era già in essere nelle società precedenti rispetto alla proprietà privata e al diritto di eredità. E sebbene le famiglie proletarie non abbiano in genere possedimenti da difendere e da trasmettere in eredità ai figli, ovviamente anch’esse devono rispettare gli ordinamenti giuridici che regolano l’intera società; e, nonostante l’evoluzione dei costumi e dei bisogni sociali abbiano spinto in molti paesi capitalisticamente avanzati i poteri borghesi a promulgare leggi che prevedono una certa «libertà» ed «eguaglianza» giuridica tra uomini e donne, resta estremamente radicata nella società la tradizionale supremazia maschile sul genere femminile. Cosa che si può constatare facilmente in ogni campo di attività economica e sociale, ma che gli stessi media borghesi sono costretti di tanto in tanto a denunciare (lo sfruttamento sistematico della prostituzione, i maltrattamenti delle donne in ambito domestico fino al loro assassinio, la diseguaglianza di trattamento economico nei posti di lavoro ecc.).
Contro tutti gli aspetti che caratterizzano la soggezione della donna all’uomo nella società borghese si sono formati, nel tempo, e in seguito alla partecipazione delle donne alle rivoluzioni e alle lotte per «la libertà, l’eguaglianza e la fraternità», molti movimenti di protesta e di critica politica che hanno avanzato rivendicazioni – ed ancor oggi rivendicano – per la parità giuridica e pratica tra i due sessi in tutti gli ambiti della vita sociale. Ma come il marxismo ha sempre affermato, nella società divisa in classi antagoniste non sarà mai possibile, nemmeno nella repubblica democratica più avanzata, ottenere l’effettiva eliminazione di ogni discriminazione nei confronti della donna e di ogni sua soggezione all’uomo. La grande industria, come dicevamo, ha certamente aperto alle donne la via della produzione sociale e perciò la via alla vita pubblica e alla vita politica, ma questo in realtà vale quasi esclusivamente per le donne del proletariato. Le cose sono però messe in modo tale, come sottolinea Engels, «che la donna, se dà la propria attività al servizio privato della famiglia, rimane esclusa dal lavoro sociale e non può guadagnare; e se, al contrario, vuole prender parte all’industria pubblica e guadagnare per proprio conto, non è in condizioni di poter compiere i suoi doveri in famiglia. Ugual dilemma la donna incontra in tutte le branche del lavoro pubblico: in quello medico, come in quello dell’avvocato o nella fabbrica. La famiglia individuale moderna è basata sulla schiavitù domestica più o meno palese della donna, e la società moderna è una massa le cui molecole sono rappresentate appunto dalle famiglie individuali. L’uomo, ai giorni nostri, deve nella maggior parte dei casi guadagnare la vita per tutta la famiglia, cosa questa che gli concede una situazione preponderante che non ha affatto bisogno di essere convalidata dalle leggi. Egli è, nel corpo della famiglia, il borghese; la donna vi rappresenta il proletario» (L’origine della famiglia ecc., cit., pp. 87-88).
Nei capitoli dedicati alla donna nel passato e nel presente del suo libro su La donna e il socialismo, Bebel non farà che dimostrare, con molteplici dati oggettivi e citazioni dai vari studiosi borghesi, esattamente quanto anticipato da Engels nel 1884, e prima ancora da Marx ed Engels nell’Ideologia tedesca del 1846. Da un vecchio manoscritto elaborato da Marx ed Engels contemporaneo all’Ideologia tedesca, Engels riporta, nell’Origine della famiglia ecc., questa frase: «La prima divisione del lavoro è quella che si compie tra l’uomo e la donna per la procreazione dei figli», ed aggiunge: «il primo antagonismo di classe che fa la sua apparizione nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna in regime monogamico, e la prima oppressione di classe con l’oppressione del sesso femminile da parte di quello maschile. La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente inaugurò, a lato della schiavitù e della proprietà privata, quest’epoca che si prolunga ai giorni nostri, nella quale ciascun progresso è nello stesso tempo un regresso relativo, dove la felicità e lo sviluppo degli uni si attuano a prezzo dell’infelicità e dell’oppressione degli altri. E’ una forma cellulare della società civile, nella quale possiamo studiare già la natura delle contraddizioni e degli antagonismi che si sviluppano pienamente in questa stessa società» (cit., pp.78-79).
E’ lo sviluppo del capitalismo, come dirà Clara Zetkin nel suo discorso al congresso di Gotha, che ha «frantumato l’antica economia familiare che nel periodo pre-capitalista aveva garantito alla grande massa del mondo femminile un mezzo di sostentamento e un senso alla propria vita». Le macchine, il modo di produzione moderno, scavarono «la fossa alla produzione autonoma della famiglia, ponendo milioni, non migliaia, di donne di fronte al problema di trovare un nuovo mezzo di sostentamento, un senso alla propria vita (…) Milioni di donne vennero costrette a cercarselo fuori, nella società» (4).
Ma la «questione femminile» si pone in modo ben diverso per le donne della grande borghesia, per quelle della media e piccola borghesia, e per le donne proletarie. Nella famiglia monogamica della società borghese, la donna è in ogni caso sottomessa all’uomo, poiché l’unione tra uomo e donna è decisa dal denaro, dal patrimonio. Le donne della grande borghesia «grazie al loro patrimonio, possono sviluppare liberamente la propria individualità, seguire le proprie inclinazioni» anche se «come mogli esse dipendono ancora dall’uomo. Lo strascico della tutela sessuale dei tempi antichi si è riversato nel diritto di famiglia (…) Là dove la donna non è più costretta ad assolvere i suoi doveri di moglie, madre e massaia, essa li riversa su personale di servizio stipendiato». La rivendicazione della donna della grande borghesia fa parte della lotta all’interno della stessa classe dominante, ed è una lotta «per l’abolizione di tutte le discriminazioni sociali», certamente, ma «fondate sul patrimonio» (5).
Le donne della media e piccola borghesia, e ovviamente degli intellettuali borghesi, soffrono in modo diverso della disgregazione della famiglia, perché nella misura in cui la produzione capitalistica procede nella sua marcia trionfante, «la media e la piccola borghesia vanno progressivamente incontro alla distruzione». E a proposito degli intellettuali, Clara Zetkin chiarisce un aspetto fondamentale del loro ruolo nella società capitalistica: «il capitale ha bisogno di forze-lavoro intelligenti e scientificamente preparate e, in questo senso, ha favorito una sovrapproduzione di proletari del lavoro mentale determinando in tal modo un mutamento negativo della posizione sociale degli appartenenti alle professioni liberali, che nel passato era stata molto decorosa e redditizia. Nella stessa misura decresce però il numero dei matrimoni, in quanto, se da un lato le premesse materiali sono peggiorate, sono dall’altro accresciute le esigenze vitali del singolo (…) Il limite d’età per la creazione d’una propria famiglia viene vieppiù dilazionato (…) E così il numero delle donne nubili tra gli strati medio-borghesi è in continuo aumento. Le donne e le adolescenti di questa classe vengono ributtate nella società perché possano fondare un’esistenza che non procuri loro solo del pane, ma anche un soddisfacimento morale. In questi strati la donna non è equiparata con l’uomo in qualità di proprietà di beni privati; non è neppure equiparata in qualità di proletaria come avviene negli strati proletari; la donna di quelle classi medie deve innanzi tutto conquistarsi l’eguaglianza economica con l’uomo e lo può fare solo attraverso due rivendicazioni, quella di eguali diritti nella formazione professionale e quella di eguali diritti per i due sessi nella pratica professionale. Da un punto di vista economico, ciò non significa altro che la realizzazione della libertà di professione e della concorrenza tra uomo e donna. Il realizzarsi di questa rivendicazione scatena un contrasto d’interessi tra gli uomini e le donne della media borghesia e dell’intellighentsia. La concorrenza delle donne nelle libere professioni è la causa della resistenza degli uomini contro le rivendicazioni delle femministe borghesi (…) Questa lotta concorrenziale spinge la donna appartenente a questi strati alla richiesta di diritti politici al fine d’abbattere ogni barriera che ostacoli la sua attività economica» (6). Ma, per non far torto al movimento femminile borghese, Clara Zetkin riconosce che i motivi addotti non sono riconducibili soltanto al fattore economico. Sebbene costituisca il perno determinante delle rivendicazioni delle donne borghesi, vanno considerati anche l’aspetto morale e spirituale. «La donna borghese non chiede soltanto di guadagnarsi da vivere, ma anche una vita spirituale, lo sviluppo della propria personalità» e «partecipare allo sviluppo della cultura moderna», e cultura moderna vuol dire cultura borghese, nelle arti, nelle scienze, nell’istruzione attraverso cui la società borghese influenza e plasma le grandi masse a fini di conservazione.
Per quanto riguarda la donna proletaria, la questione «femminile» si pone in modo completamente diverso, perché il capitale, nel suo iperfolle sviluppo, allarga lo sfruttamento della forza lavoro a tutti i componenti della famiglia proletaria, uomo, donna, fanciulli, e in tale processo la donna proletaria viene inserita nella vita economica grazie al fatto di rappresentare (7) «una forza-lavoro volonterosa che solo in rarissimi casi osa opporre resistenza allo sfruttamento capitalista» (e ciò vale ancor più per i fanciulli proletari). La donna proletaria è utilizzata, in tutto un primo periodo, in lavorazioni in cui si rendono necessarie l’abilità manuale e l’attitudine a ripetere senza stancarsi gesti e movimenti semplici ma di grande precisione (attitudine allenata nei lavori domestici, nella cura della casa e della prole); ma l’invenzione di macchinari più complessi che semplificano le mansioni lavorative degli operai ha reso possibile l’impiego di manodopera femminile anche in molte lavorazioni che in precedenza richiedevano l’impiego di forza muscolare e resistenza agli sforzi fisici che solo la manodopera maschile poteva garantire. E’ così che, a grande scala, il capitale ha aperto le fabbriche alle donne proletarie ma a salari più bassi di quelli riconosciuti agli uomini e a condizioni di lavoro spesso più umilianti approfittando della generale soggezione sociale di cui le donne soffrono nella società borghese; per di più le donne proletarie, oltre ad essere pagate peggio degli uomini, nel sistema capitalistico sono sottoposte costantemente a forme di ricatto sia sul piano economico, che morale e personale. E tutto ciò, se dal punto di vista sociale rappresenta un progresso perché le donne vengono in questo modo strappate alle quattro mura di casa e, volenti o nolenti, inserite nella vita economica, sociale e politica che in precedenza vedeva protagonisti soltanto gli uomini, allo stesso tempo rappresenta una concorrenza sleale, dato che la forza-lavoro femminile costa meno, è più flessibile alle molteplici esigenze organizzative delle aziende e, in genere, oppone molto meno resistenza alla pressione del capitale. Certo, inserita nella vita economica della società, la donna proletaria porta a casa un salario contribuendo in questo modo all’economia familiare e, spesso, per periodi più o meno lunghi, rappresenta l’unico salario che entra in famiglia. Ma quello che appare come un modo per migliorare il benessere familiare e il futuro dei propri figli, e quello che appare come una indipendenza economica, in realtà non sono che un processo di asservimento ancor più pesante nei confronti dei capitalisti e della loro società. A differenza delle donne della grande borghesia e della media e piccola borghesia, la donna proletaria non si dibatte nella ricerca di una libertà professionale e nell’affermazione di una sua specifica attività economica, ma, costretta a dare il meglio delle sue forze e la maggior parte del suo tempo al capitalista che la sfrutta, deve arrabattarsi in qualche modo per ottemperare ai bisogni della casa e dei figli, bisogni ai quali non può più dedicarsi completamente; la famiglia, in quanto unità economica della società borghese, si disgrega e si pone storicamente il problema di una emancipazione generale non tanto dalle quattro mura di casa, ma dalla società capitalistica che opprime la donna sia fra le mura di casa che nei posti di lavoro e nella vita sociale.
Le donne proletarie, nelle fabbriche e nei posti di lavoro, vivendo le condizioni di sfruttamento che vivono i proletari maschi, subiscono inevitabilmente anche l’influenza della lotta di resistenza quotidiana che i proletari conducono contro i capitalisti e possono appropriarsi pian piano dei mezzi e dei metodi della lotta proletaria. La lotta delle donne proletarie, proprio per la loro condizione materiale di lavoratrici salariate, «non può essere una lotta simile a quella che conduce la donna borghese contro l’uomo della sua classe; al contrario, la sua è la lotta insieme all’uomo della sua classe contro la classe dei capitalisti» (8), classe quest’ultima che è formata da uomini e donne della borghesia e che ha tutto l’interesse a difendere il modo di produzione capitalistico e la società eretta su di esso, ossia un modo di produzione basato sullo sfruttamento del lavoro salariato grazie al quale mantiene soggetta la grande maggioranza della popolazione costituita dalla massa dei lavoratori da cui estorce il plusvalore. Per la donna borghese, il problema che si pone è di entrare in concorrenza con l’uomo borghese conquistando le stesse prerogative e gli stessi diritti che a lui sono riconosciuti. La sua «emancipazione» consiste nella conquista di questi diritti e nell’affermazione della propria individualità, della propria professionalità. Per la donna proletaria il problema è di superare la condizione di lavoratrice salariata, ossia la condizione che la costringe a subire lo sfruttamento capitalistico per tutta la vita; esattamente lo stesso problema dell’uomo proletario. Perciò l’interesse della donna proletaria è quello di combattere «fianco a fianco con l’uomo della sua classe contro la società capitalistica» e, quindi, «l’obiettivo finale della sua lotta non è la libera concorrenza con l’uomo, ma la conquista del potere politico da parte del proletariato» (9).
L’oppressione della donna nella società borghese è un’oppressione che riguarda tutte le donne, sia borghesi, sia medio e piccolo-borghesi, che proletarie. Ma tale oppressione non fa scomparire la divisione in classi contrapposte che caratterizza la società borghese, semmai ne accresce gli effetti negativi. La rivoluzione borghese ha certamente spazzato via l’impianto economico e politico-sociale delle società precedenti che caratterizzarono il Medio Evo, ma ha ereditato da quelle società due possenti fattori di conservazione: l’oppressione della donna e la religione. E per quanto la società borghese si democratizzi e si riformi, non eliminerà mai questi due grandi fattori di conservazione. Ciò è stato ampiamente dimostrato, d’altra parte, nei due secoli trascorsi dalla grande rivoluzione borghese in Francia. Dal punto di vista della legislazione statale, in molti paesi sono state introdotte delle riforme in favore delle donne, nel diritto pubblico e in quello privato; ma, come la grandissima parte delle leggi borghesi, esse non hanno fatto che istituzionalizzare quel che già nella realtà sociale si era imposto praticamente. I temi, ad esempio, del divorzio e dell’aborto, che riguardano tutte le donne non importa a quale classe sociale appartengano – naturalmente non nelle stesse forme e con la stessa «libertà» e semplicità nei diversi paesi – dopo molte pressioni esercitate dai movimenti di protesta femminili, hanno trovato spazio nelle leggi anche di Stati, come l’Italia, in cui il peso reazionario della Chiesa ha impedito e impedisce ancor oggi la semplice e libera applicazione di quelle riforme. Ciò però dimostra che attraverso la via delle riforme borghesi, mantenendo saldo lo Stato borghese e il modo di produzione capitalistico che lo esprime, l’emancipazione della donna dalla doppia oppressione – quella domestica e quella salariale – non si raggiunge. Allo stesso modo l’emancipazione della donna, e tanto più l’emancipazione del proletariato tutto dall’oppressione salariale, non si raggiungono attraverso la via elettorale e parlamentare.
Lenin, in un discorso del settembre 1919 alle operaie senza partito, sosteneva che: «ove esiste il capitalismo, ove si mantiene la proprietà privata della terra, delle fabbriche e delle officine, ove si mantiene il potere del capitale, resta immutata la posizione di privilegio degli uomini (…) in tutte le repubbliche democratiche si proclama l’uguaglianza, ma nelle leggi civili e nelle leggi che regolano la posizione della donna, cioè la sua posizione nella famiglia, il divorzio, noi scorgiamo a ogni passo lo stato di ineguaglianza e di inferiorità della donna e diciamo che si tratta proprio di una violazione della democrazia nei confronti degli oppressi» (10). La stessa Clara Zetkin, in occasione delle tesi dell’Internazionale Comunista per il movimento comunista femminile, sottolineava che «L’esercizio del diritto di voto in tutte le sue forme, esteso a tutti gli adulti senza distinzione, costituisce la base del modo più perfezionato di dominio della classe dei possidenti, degli sfruttatori, predominio che il voto serve a nascondere alle masse attraverso il velo ingannatore dell’eguaglianza politica» (11), e concludeva, a proposito della necessità di eliminare le basi economiche della società borghese per aprire la via alla reale emancipazione non solo della donna, ma dell’umanità intera dalla società capitalistica: «Con l’abolizione della proprietà privata sui mezzi di produzione, il comunismo sopprime la causa dell’asservimento e dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, l’antagomismo fra il ricco e il povero, lo sfruttatore e lo sfruttato, il padrone e lo schiavo, come anche l’antagomismo sociale fra l’uomo e la donna» (12).
Quanto all’oppressione domestica, Lenin ribadiva che: «Perché la donna sia completamente libera e realmente pari all’uomo, bisogna che i lavori domestici siano un servizio pubblico e che la donna partecipi al lavoro produttivo in generale. Allora essa avrà una posizione eguale a quella dell’uomo. Non si tratta certamente di abolire per le donne tutte le differenze concernenti il rendimento del lavoro, la sua quantità, la sua durata, le condizioni di lavoro, ma piuttosto por fine a quell’oppressione della donna che deriva dalla differente situazione economica dei due sessi. (…) Anche quando esiste una piena eguaglianza di diritti, quest’oppressione della donna continua in effetti a sussistere, perché sulla donna cade tutto il peso del lavoro domestico, che, nella maggior parte dei casi, è il lavoro meno produttivo, più pesante, più barbaro. E’ un lavoro estremamente meschino che non può, neanche in minima misura, contribuire allo sviluppo della donna» (13).
In verità, per i comunisti rivoluzionari, la «questione femminile» si poneva oggettivamente non solo per le rivendicazioni specifiche che riguardavano il riconoscimento da parte dello Stato di eguali diritti delle donne rispetto agli uomini sia nel pubblico che nel privato, ma in particolare rispetto all’obiettivo finale della lotta del proletariato per la propria emancipazione dal lavoro salariato. In questa prospettiva sia Lenin che l’Internazionale Comunista, come abbiamo ricordato all’inizio di questa introduzione, sottolineavano il rapporto intercorrente fra la posizione sociale e la condizione «umana» della donna, inserendo la questione femminile all’interno della questione sociale generale. Nelle Tesi sulla propaganda tra le donne, al terzo congresso dell’I.C. del 1921, ai punti 5 e 6 si legge:
«5. Il 3° congresso dell’Internazionale Comunista conferma i principi fondamentali del marxismo rivoluzionario secondo i quali non esistono questioni ‘specifiche femminili’; qualsiasi rapporto dell’operaia col femminismo borghese, come qualsiasi appoggio che essa apportasse alla tattica delle mezze misure e dell’aperto tradimento dei socialcoalizionisti e degli opportunisti non farebbe che indebolire le forze del proletariato e, ritardando la rivoluzione sociale, impedirebbe allo stesso tempo la realizzazione del comunismo, cioè l’affrancamento della donna. Noi non perverremo al comunismo che attraverso l’unione nella lotta tra tutti gli sfruttati e non attraverso l’unione tra le donne delle due classi antagoniste.
«Le masse proletarie femminili devono, nel loro stesso interesse, sostenere la tattica rivoluzionaria del Partito Comunista e prender parte il più attivamente e il più direttamente possibile alle azioni di massa e alla guerra civile in tutte le sue forme e in tutti i suoi aspetti, sia nel quadro nazionale che su quello internazionale.
«6. La lotta della donna contro la sua doppia oppressione: il capitalismo e la dipendenza familiare e domestica, deve assumere, nella prossima fase del suo sviluppo, un carattere internazionale e trasformarsi in lotta del proletariato dei due sessi per la dittatura e il regime soviettisti, sotto le bandiere della Terza Internazionale» (14).
Molti critici di Lenin e della Terza Internazionale sostengono che, data la sconfitta della rivoluzione comunista e della dittatura proletaria in Russia, e la sconfitta di tutto il movimento rivoluzionario del proletariato europeo e internazionale avvenuta nel periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale; data la conversione a «U» che, attraverso lo stalinismo, si impresse all’economia russa e di tutti i paesi del cosiddetto «campo socialista», costruito nel secondo dopoguerra, verso il pieno capitalismo e, soprattutto, dato il crollo dell’URSS e il riposizionamento dei paesi dell’Europa dell’Est nell’area di influenza del capitalismo occidentale, le grandi prospettive rivoluzionarie declamate negli anni della vittoria bolscevica dal 1917 in poi crollarono finendo nel campo delle utopie irrealizzabili. Dissero: il «comunismo» fallì e l’unica via realmente percorribile rimane quella di sempre, quella delle riforme democratiche, delle conquiste passo passo, della propaganda di obiettivi effettivamente raggiungibili nei limiti della società esistente; ciò varrebbe per qualsiasi tipo di problema e, naturalmente, anche per quanto concerne la condizione di soggezione della donna. E’ verità storica, ineccepibile: il movimento rivoluzionario comunista è stato sconfitto, e il suo primo bastione eretto in Russia è stato distrutto e smantellato, accelerando in questo modo il processo di sviluppo del capitalismo nella vastissima area euroasiatica nella quale si era imposta la vittoria bolscevica. E’ un fatto, peraltro, che negli anni dell’ascesa rivoluzionaria e della gestione della dittatura proletaria da parte del partito bolscevico di Lenin, non ancora corrotto dall’opportunismo e dal nazionalismo grande-russo, tutta una serie di interventi del potere comunista in Russia ha sopravanzato di gran lunga quanto, a quell’epoca, in centrovent’anni, è stato fatto nei paesi anche i più democratici del mondo.
Lenin , nel 1919, scriveva: «A parole, la democrazia borghese promette l’eguaglianza e la libertà, ma di fatto persino la repubblica borghese più avanzata non ha dato alla metà del genere umano, quella costituita dalle donne, la piena eguaglianza giuridica con l’uomo, né l’ha liberata dalla tutela e dall’oppressione dell’uomo. La democrazia borghese è una democrazia fatta di frasi pompose, di espressioni altisonanti, di promesse magniloquenti, di belle parole d’ordine di libertà e di eguaglianza, ma tutto ciò, in effetti, dissimula la mancanza di libertà e di eguaglianza per i lavoratori e gli sfruttati (…). Non vi può essere e non vi sarà vera ‘libertà’ finché la donna non sarà liberata dai privilegi che le leggi hanno riconosciuto all’uomo, finché l’operaio non sarà liberato dal giogo del capitale, finché il contadino lavoratore non sarà liberato dal giogo del capitalista, del grande proprietario fondiario, del commerciante» (15). E, passando all’attacco, affermava: «In due anni, in uno dei paesi più arretrati dell’Europa, il potere sovietico ha fatto per l’emancipazione della donna, per la sua eguaglianza con il sesso ‘forte’, più di quanto abbiano fatto tutte le repubbliche avanzate, colte, ‘democratiche’ del mondo intero in centrotrent’anni. Educazione, cultura, civiltà, libertà: a tutte queste parole altisonanti, in ogni repubblica borghese capitalistica del mondo corrispondono leggi inverosimilmente infami, disgustose, bestialmente brutali che consacrano l’ineguaglianza giuridica della donna per quanto riguarda il matrimonio e il divorzio, sanzionano l’ineguaglianza tra figli naturali e ‘legittimi’ e, attribuendo privilegi agli uomini, umiliano e offendono la donna. Il giogo del capitale, l’oppresione della ‘sacra proprietà privata’, il dispotismo dell’ottusità piccolo-borghese, la cupidigia del piccolo padrone hanno impedito alle repubbliche borghesi più democratiche di toccare queste leggi vili e abiette. La repubblica sovietica, la repubblica degli operai e dei contadini ha spazzato via di colpo queste leggi, non ha lasciato pietra su pietra degli edifici costruiti dalla menzogna e dall’ipocrisia borghese» (16). E non si trattò soltanto di spazzar via le leggi; iniziò nel contempo l’organizzazione delle mense e delle lavanderie pubbliche, degli asili e delle scuole in un paese che aveva un’altissima percentuale di analfabetismo, e la partecipazione attiva delle donne proletarie e contadine alla vita politica pubblica e all’economia, in particolare nella produzione e nella distribuzione agricola e nel controllo dei rifornimenti alle città e all’esercito rosso impegnato nella lunga guerra contro le guardie bianche sostenute da tutti i paesi capitalisti occidentali allo scopo di distruggere e seppellire la prima grande vittoria del proletariato rivoluzionario. «Noi creiamo istituzioni, mense, nidi d’infanzia modello per liberare le donne dai lavori domestici. E il lavoro per organizzare tutte queste istituzioni toccherà innanzitutto alle donne» insiste Lenin (17), e nonostante le enormi difficoltà in cui versava la Repubblica dei soviet a causa delle distruzioni della guerra, e della guerra civile ancora in corso, le carestie e la generale arretratezza economica del paese, l’attitudine della dittatura proletaria è stata quella «che dovunque si presenta la benché minima possibilità, sorgono le istituzioni che liberano le donne dalla condizione di schiave domestiche».
E’ certo che le prossime rivoluzioni proletarie, soprattutto se avverranno inizialmente in paesi capitalisticamente avanzati, non potranno che ampliare enormemente questo tipo di interventi attraverso i quali la partecipazione delle donne proletarie alla gestione sociale diretta dalla dittatura proletaria avverrà nella piena eguaglianza di quella maschile.

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*FONTE: https://www.pcint.org

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