LA LEZIONE DI VINCENZO CONSOLO – Nicola Izzo

vncenzo consolo

Proprio nella stessa settimana in cui Sant’Agata di Militello dedicava una piazza a Vincenzo Consolo, si è svolto, presso l’Università di Strasburgo, il 16 e il 17 febbraio, il convegno internazionale dal titolo “Vincenzo Consolo: l’homme, l’écrivain, l’intellectuel”; doverosi omaggi, della Sicilia e dell’Europa tutta, all’autore e saggista scomparso nel 2012, e che Cesare Segre aveva indicato come «il maggiore scrittore italiano della sua generazione».

Intellettuale dal carattere indipendente, Consolo ha sempre preferito una personale sperimentazione alle mode ed avanguardie letterarie che, a partire dalla seconda metà del Novecento, hanno animato il dibattito culturale italiano e europeo.

Sin dall’ esordio, avvenuto nel ’63 con La Ferita dell’aprile, l’autore è rimasto costante nel suo proposito giovanile di descrivere la realtà della Sicilia attraverso «scritti sociologici dalla comunicazione estrema», laddove tuttavia l’ inconsuetudine dell’espressione non deve indicare una particolare veste narrativa, «realistico-testimoniale» o «logico, referenziale», né altresì una mera pretenziosa e ormai abusata pratica di pastiche novecentistico, ma suggerire un percorso stilistico agitato da profonde convinzioni, oltre che estetiche, ideologiche. La ricerca ed elaborazione stilistica della prosa consoliana diviene forma tesa all’affermazione della propria identità storico-sociale ed allo stesso tempo rifiuto dell’omologazione operata dalle civiltà industriali egemoni che oggigiorno sempre più tendono ad una standardizzazione linguistica incentrata sul paradigma comunicazionale-massmediatico. In Fuga dall’Etna scrive

«Questa credo sia la funzione della letteratura, quella di memorare. È una lotta, quella della letteratura, contro il potere, che cerca sempre di cancellare la nostra memoria per non farci avere consapevolezza del presente e non farci immaginare il futuro»

Le odierne dinamiche capitalistiche, servendosi infatti del sempre più fitto e pervasivo reticolo mediatico, volgono i loro interessi a quella che è una costante opera di depauperamento della coscienza individuale; coscienza che da sempre si nutre della memoria come affermazione e legittimazione di sé stessa e infine come scaturigine di ogni forma di libertà. Il progressivo indebolimento della memoria individuale con la conseguente opera di rafforzamento di un surrogato di memoria collettiva, di massa, mediaticamente plasmata, hanno portato a quello che è la svalutazione del ruolo antropologico del soggetto pensante in favore del più strumentalizzabile ruolo di fruitore od utente, mosso soltanto dal mero istinto di consumo.

Come nota Norma Bouchard, le immagini del passato che agitano la prosa di Consolo rendono leggibili quelle che sono «le ferite aperte e le lacerazioni della Storia recente ed antica».

Queste rovine sono il prodotto di una scrittura «malinconica» e hanno la «forza dialettica di scuotere le nostre convinzioni» e minare le capziose certezze su cui si è edificata e stabilizzata l’odierna realtà tardo-capitalistica. Ed è tale proficuo dialogo con il passato ad essere al centro di quello che è considerato il capolavoro di Consolo e che lo fece conoscere al grande pubblico, ovvero quel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) che rivisita i fatti di Alcara di Fusi all’arrivo delle truppe di Garibaldi e Nottetempo, casa per casa, ambientato in epoca fascista (Premio Strega 1992).

Il personalissimo e composito stile consoliano – abile e ricercata commistione di lirismo e prosa d’arte, oscillante tra l’italiano aulico e il dialetto siciliano, impreziosita da un colto gioco di citazioni e rimandi ed una vivace tessitura ritmica e fonetica – è l’elemento portante di un metodo che ambisce a ricodificare il linguaggio del racconto.

Il dialetto siciliano da tale ottica è visto come veicolo di valori, contrariamente a Vittorini che lo identificava invece come ricettacolo di una morale tipicamente contadina o mercantile, segnata dall’inerzia, dall’indolente rassegnazione, dalla tacita apertura al compromesso e all’opportunismo, anti-valori descritti in altri termini anche da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo.

L’attingere, dalla parte di Consolo, alla lingua dei luoghi della memoria non si risolve in riproduzione neo-realista, documentaria, o in operazione di mimesi e riproduzione positivistica come in Verga e nemmeno in un sicilianeggiante argot alla Camilleri, le cui scelte e varietà linguistiche sono volte alla registrazione fedele del reale; ma agita la sua prosa che diviene esperienza, orgoglioso recupero culturale e infine libertà. Così nelle parole dell’autore è espressa la differenza tra lo scrivere e il narrare. Ovvero,

«E allora è questo il dilemma, se bisogna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un altro sulla carta».

I testi consoliani acquistano così una ulteriore dimensione, discostandosi dalla piatta orizzontalità degli odierni prodotti editoriali. Si adombra così, nella stessa pratica della scrittura, l’implicita denuncia dell’autore siciliano, che non può fare a meno di riconoscere come la stessa pratica letteraria sembra non aver più forza di persuasione ideologica od eversiva, non riesce più a scuotere la coscienza individuale in quanto adopera quello stesso gergo del potere che la ottunde.

«Gli scrittori oggi vengono allevati in serra, nascono e crescono nel terreno dell’Azienda, dell’Accademia, del Salotto, del clan, della confraternita, sono curati e assistiti fin dalla nascita, sono docili e bravi, non si sorprendono e non danno sorprese».

Infatti la macchina editoriale e i meccanismi mass-mediali, ben oliati dagli interessi economici e politici, stanno stritolando la vita culturale ed artistica italiana ed europea, un tempo vivace, favorendo opere di «estrema comunicazione e fruizione … scritti nella nuova lingua tecnologico-aziendale», «romanzi d’intrattenimento, didascalici, ludici e di gratificazione mondana».

Vincenzo Consolo, per concludere, con fermezza e lucidità attraverso il suo stile si pone in contrasto estetico ed ideologico con questa potenza produttiva che ha surrogato la forza creativa, tant’è che per ogni suo libro potrebbero adattarsi quelle stesse parole che, al principio del proprio viaggio settecentesco, il milanese Fabrizio Clerici, protagonista del suggestivo Retablo, rivolge alla propria lettrice prediletta:

«Per voi, solo per voi farà questa fatica, e mai si pensa a divulgarlo a stampa, acciocché resto un dono singolare e ancora che non venga sopraffatto nella valanga di libri e di libresse privi d’animo, costrutto, lepre e ragione ch’oggidì invadono biblioteche, botteghe di librai, si spargon pel mondo, siccome lamenta il nostro Muratori».



 *Nicola Izzo

*FONTE: http://www.ferrobattuto.info

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