LA ROCCA DEL PENITENZIARIO – Elsa Morante (da L’Isola di Arturo)

I soli abitanti dell’isola che non sembrassero suscitare il disprezzo e l’antipatia di mio padre erano gli invisibili, innominati reclusi del Penitenziario. Anzi, certi suoi modi romantici e maledetti potevano lasciarmi supporre che una specie di fratellanza, o di omertà, lo legasse non soltanto a costoro, ma a tuti gli ergastolani e carcerati della terra. E anch’io, si capisce, parteggiavo per loro, non soltanto per imitazione di mio padre, ma per una mia naturale inclinazione, che mi faceva apparire la prigione una mostruosità ingiusta, assurda, come la morte.
La cittadella del Penitenziario mi sembrava una specie di feudo lugubre e sacro: dunque vietato; e non ricordo mai, per tutta la mia infanzia e fanciullezza, di esservi entrato da solo. Certe volte, quasi affascinato, iniziavo la salita che conduce lassù, e poi, appena vedevo apparire quelle porte fuggivo.
Durante le passeggiate con mio padre, ricordo di avere, in quei tempi, forse una volta o due, oltrepassato insieme a lui le porte della cittadella, e percorso i suoi quartieri solitari. E nel ricordo della mia infanzia, queste rare escursioni sono rimaste come le traversate d’una regione assai lontana dalla mia isola. Al seguito di mio padre, io sogguardavo, dal largo stradale deserto, verso quelle finestre a bocca di lupo, intravvedevo, dietro una grata dell’infermeria, il luttuoso colore bianco d’una divisa d’un condannato… e subito ne ritorcevo lo sguardo. La curiosità, o anche solo l’interesse, delle persone libere e felici mi pareva insultante per i prigionieri. Il sole, su quelle strade, mi pareva un’offesa, e i galletti che cantavano sui terrazzi delle casupole, le palombe che tubavano lungo i cornicioni, mi irritavano, lassù, per la loro indiscreta petulanza. Solo la libertà di mio padre non mi sembrava offensiva, ma, al contrario, rassicurante, come una certezza di felicità, l’unica, su quella altura triste. Col suo grazioso passo rapido, un poco oscillante come il passo dei marinai, nella sua camicia celeste che si gonfiava al vento, egli mi pareva il messaggero d’una avventura vittoriosa, d’un incantevole potere. Nel profondo dei miei sentimenti, ero quasi convinto che solo per un misterioso disdegno, o spensieratezza, egli non si risolvesse a esercitare tutta la sua volontà eroica, abbattendo le porte del Penitenziario e liberando i carcerati. Veramente, io non potevo immaginare limiti al suo dominio. Se avessi creduto ai miracoli, certo lo avrei stimato capace di farne. Ma, secondo quanto ho già fatto sapere, non credevo ai miracoli né alle potenze occulte, alle quali certuni affidano il proprio destino, come le pastorelle lo affidano alle streghe, o alle fate!

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