LA SCHIAVITÙ, PRIMA ANCORA CHE UN FATTO ECONOMICO, È UN FATTO UMANO CIOÈ PSICOLOGICO – Alberto Moravia (#Immigrazione oggi)

Eppure questo paradiso un tempo era un inferno, nel senso più letterale della parola; e i mercanti della città araba che, dopo aver visitato il loro quartiere così bello e così umano, con lunghe barbe bianche, panni immacolati e un linguaggio tutto fiorito di versetti del Corano, questi mercanti vivevano e prosperavano del traffico più orrendo che ci sia mai stato al mondo:la tratta degli schiavi. Zanzibar per secoli è stato il massimo mercato di schiavi di questa parte del mondo. La malinconia così seducente, la decadenza così civile di Zanzibar sono la malinconia e la decadenza prodotte dall’abolizione del commercio degli schiavi, nel 1897. così la bellezza poetica e stagionata del quartiere arabo era, per dirla con terminologia marxista, la sovrastruttura di una struttura economica fondata sul commercio della carne umana. Dispiace dirlo, ma questo è uno di quei casi nei quali il denaro guadagnato con crudeltà e insensibilità disumane non sembra aver prodotto, come si dice oggi, alcuna alienazione cioè alcuna irrealtà di specie corrotta e volgare.
Il commercio degli schiavi si svolgeva in modi crudeli che forse gioverà ricordare. I negri, razziati da quei mercanti arabi di cui s’è detto nei loro pacifici villaggi del centro dell’Africa, venivano fatti marciare a piedi, incatenati come bestie per le piste micidiali. Ma una volta arrivati a Zanzibar erano lavati, ripuliti, unti di olio profumato e adornati, secondo il sesso e l’età, di stoffe, di monili d’oro e d’argento, di piume, di turbanti. Così abbelliti e acconciati venivano incolonnati e il marcante si metteva alla testa della colonna che sfilava per le vie di Zanzibar dirigendosi verso il mercato. Strada facendo, il mercante esaltava a gran voce la qualità della sua merce umana; e la piccola processione si fermava ogni volta che n compratore chiedeva di esaminare parte a parte uno degli schiavi. L’esame era in tutto simile a quello cui si sottopone un cavallo o un mulo prima di comprarlo: si palpavano i muscoli delle gambe e delle braccia, si scrutavano senza alcun pudore le parti più intime, si guardava nella bocca per vedere se i denti erano sani, si faceva correre, saltare e ballare lo schiavo, ci si informava se aveva malattie o se nel sonno russava. Appena il compratore si decideva, lo schiavo veniva immediatamente spogliato di tutti i suoi ornamenti e consegnato al nuovo padrone che se lo tirava via con una corda, come un animale da soma. Gli altri schiavi, una volta giunti sul mercato, venivano esposti su un palco e, uno dopo l’altro, via via venduti. Naturalmente lo schiavo era un oggetto di proprietà; e non si teneva alcun conto né dell’età, né dei vincoli familiari, né del sesso, né di alcun elemento che non fosse quello del suo valore commerciale. Una volta venduto, era trattato come un animale domestico, cioè bene o male ma pur sempre senza riguardo umano, secondo l’animo del padrone.
La schiavitù è uno dei misteri dell’Africa, tanto più oscuro quanto più noto nei suoi aspetti storici. Il motivo economico, al solito, non spiega niente: la schiavitù prim’ancora che un fatto economico è un fatto umano cioè psicologico e, in senso lato, religioso e di cultura. Il mistero della schiavitù è doppio: dalla parte degli schiavisti e dalla parte degli schiavi. Per gli schiavisti ci limiteremo ad osservare che essi erano così crudeli, insensibili e avidi perché, in buona fede, credevano che la loro cultura fosse la sola cultura possibile e vedendo che la cultura dei negri era diversa dalla loro ne inferivano che i negri non erano uomini ma bestie. In altri termini lo schiavista era un razzista di specie molto moderna; in nome della cultura, negava agli schiavi l’umanità ossia la fratellanza; da questo a trattare il negro come merce non c’era che un passo. Ma che altro hanno fato in anni recenti i nazisti con le popolazioni dell’Europa orientale?
Dalla parte degli schiavi, viene invece fatto di domandarsi quanta parte di responsabilità avessero in questa tragedia della schiavitù gli africani stessi.
Siamo costretti a rispondere che alcuni caratteri storici della cultura africana certamente hanno favorito la schiavitù. Per prima cosa è noto che i mercanti di schiavi arabi ed europei trovavano un’attiva collaborazione nei re e capi tribù di tutta l’Africa nera. Questi monarchi consideravano i loro sudditi non come cittadini sia pure limitati nelle loro libertà individuali ma come oggetti di proprietà, né più né meno. Così gli pareva del tutto normale barattarli con le conterie, i fili di rame e di ottone, le stoffe e le armi da fuoco dei negrieri. In principio a quanto sembra, i re negri consegnavano agli schiavisti soltanto i sudditi che avevano commesso qualche delitto; ma in seguito si propagò l’usanza di razziare intere popolazioni innocenti. In altri termini i negrieri facevano un po’ come i cacciatori di safari di oggi; pagavano un prezzo per il diritto di rapire tante giovinette, tante donne con bambini, tanti ragazzi, tanti uomini adulti. È comprensibile che vedendo il re accettare questa metamorfosi dei propri sudditi in merce, essi non provassero scrupoli più tardi a vendere o lasciare deperire o addirittura distruggere quella stessa merce.
(…)
Ma quando tutto è stato detto, la schiavitù sembra un mistero, come è un mistero il male assoluto, lo scacco totale. Questo mistero sordido e sinistro proietta la sua ombra gelida sulle calde e languide bellezze di Zanzibar e ce la fa sentire come altrettanti schermi forniti da una natura fin troppo compiacente per nascondere un’atroce realtà. Oggi sul luogo dove un tempo si trovava il mercato degli schiavi sorge una brutta chiesa protestante e verdeggia un rigoglioso giardino pubblico. Ma chi si aggira per le navate della chiesa oppure indugia all’ombra die grandi alberi fiammeggianti di fiori rossi, non può fare a meno di pensare che un brutto tempio cristiano e un bel giardino tropicale bastano forse ad abolire il ricordo della schiavitù passata ma non ad impedire la possibilità della schiavitù nell’avvenire. La schiavitù non va ignorata mettendovi sopra un’etichetta storica; va invece considerata come una tentazione permanente e insidiosa di tutte le culture, anche delle più alte e progredite, come si è visto, purtroppo, in tempi recenti, col nazismo tedesco e lo stalinismo russo.
E come una tentazione, essa va spiegata e chiarita fino in fondo e non soltanto repressa senza curarsi di rintracciarne le cause profonde.

*Alberto Moravia, A quale tribù appartieni ?

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