LA TEORIA DEL COMPLOTTO COME INGENUA SPEGAZIONE – Da FIGLIOLI MIEI, MARXISTI IMMAGINARI di Vittoria Ronchey

I miei allievi sembrano sempre più delusi. In particolare quando cerco di convincerli che i temi concreti (dalla droga agli incidenti sul lavoro, dall’educazione sessuale al finanziamento dei partiti) possono e devono sostituire quelli più astratti (della duplicità delle sostanze e dell’unità dell’intelletto) non prima e non senza che ne sia stata fatta la storia. Tutti questi problemi non sono moderni, anche se sono attuali; semplicemente perché sono attuali da secoli e in ogni società. L’ingenuità provoca la pericolosa illusione che certi problemi siano rimasti insoluti solo perché nessuno ci ha pensato prima, o peggio perché tutti coloro che ci hanno pensato sono stati vittime di un complotto o di un’interessata reticenza interna o esterna alle loro coscienze, come dice con precisione quella mia allieva intelligente e gentile, una vera eccezione, che contesta sorridendo, chinando la testa di fianco con timidezza, quasi per farsi perdonare.

Aiutata da una pronuncia teneramente infantile e da un’ostinazione di ferro (che rasenta la testardaggine) ottiene ch’io le conceda più tempo di quello che vorrei. Basterebbe, per esempio, che fosse disposta a leggersi john Stuart mill, autore incluso anche nei più vecchi testi scolastici, per scoprire che nulla di sostanziale è stato finora aggiunto, dal punto di vista metodologico, e quanto ha scritto nel 1869 (e ispira oggi Kate Millet e Germaine Greer, cioè il meglio del movimento femminista sotto il profilo filosofico). E che tutta la cultura del suo tempo ne fu informata e coinvolta, senza che tuttavia in un secolo, dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti, alcunché sostanzialmente sia potuto ancora mutare nella condizione della donna.

Bisogna chiedersi perché; solo così si può fare un passo avanti. Ma lei non legge. Insiste su due o tre concetti intercambiabili come le lame del tritatutto. Con lucidità, ma tortuosamente, m’impone chiacchiere interminabili, che si protraggono fino l’uscio dell’aula. Devo dire senza alcun costrutto; perché lei sfugge le spiegazioni, vuole le indignazioni.

La superstizione del complotto è l’ingenua e semplicistica spiegazione del come e perché esistano anche problemi insolubili; insolubilità alla quale, per i motivi che Kant ha ben spiegato, la mente umana istintivamente quanto inutilmente si rifiuta. Avallare, quando non addirittura inventare, la teoria della congiura, significa impedire che i giovani si pongano con realismo di fronte alla dura verità dei nostri tempi, come la scuola imporrebbe che facessero; se devono, secondo l’esigenza del mio allievo Inviamani, imparare qualcosa della vita; se vogliono, come dice Scenié della IV M, cambiare il mondo.

Deviarne l’interesse dalla comprensione dei fatti verso la ricerca giallo-spionistica del complotto non è un gioco scoutistico, ma una pericolosa abitudine mentale di evasione, che talvolta la propaganda politica, ben più sapientemente e ad altri scopi diretta, ha passato alla scuola.


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