L’albero dei frutti selvatici (Ahlat Agaci) – Nuri Bilge Ceylan – FILM

È nella narrazione delle storie semplici, quasi ordinarie che si rivelano, a volte, i più grandi capolavori della cinematografia. Questo naturalmente accade quando gli autori riescono a descrivere personaggi ed eventi scavando nelle pieghe più intime delle loro anime, dando loro credibilità e consentendo ai fruitori dell’opera un’identificazione personale.
Il regista turco Nuri Bilge Ceylan ci racconta con “L’albero dei Frutti Selvatici” una storia attuale ambientata nella provincia turca, in quell’Anatolia tra Troia e Gallipoli. Il titolo originale, “Ahlat Agaci” ossia, Il pero selvatico, simboleggia una realtà atavica, della natura certamente, ma anche dell’uomo, con le sue imperfezioni evidenti, con la sua forza, il suo rigore, il suo valore autentico.
Il giovane Sinan (Dogu Demirkol), terminato il suo corso di Laurea in Scienze dell’Educazione, torna al paese natale, rientra nella sua famiglia composta dal padre Idris (Murat Cemcir), dalla madre e da una sorella, contrae rapporti con i vecchi compagni, ma anche con gli Imam del villaggio e con una serie di altri personaggi come il famoso scrittore Suleyman (Serkan Keskin).
É pieno di ambizioni e la sua erudizione universitaria sembra metterlo in una posizione dalla quale può criticare aspramente tutto quello che compete alla realtà provinciale del luogo. Vuole diventare scrittore ed ha già un testo il cui titolo è proprio: Ahlat Agaci. Senza troppa convinzione partecipa ad un concorso per diventare insegnante, come il padre, ma fallisce nella prova. Continua per un lungo periodo la sua personale crociata contro tutto e tutti, è presuntuoso, saccente, arrogante, polemico, ma è proprio in questo periodo di ritorno al paese che compie la sua formazione più significativa. Se fino ad allora la sua personalità e gli studi accademici gli avevano fatto ambire un mondo ideale, con il confronto/scontro con quello reale diventa uomo.

Il film dura 188 minuti, tutti indispensabili per entrare nella psicologia del giovane, ma anche delle figure che gli ruotano attorno e soprattutto in quella del padre, un uomo complesso, fallito in parte a causa di una ludopatia, ma anche sognatore, vivo e vivace nonostante l’età, che desidera un ritorno alla campagna, alle origini ai valori autentici. Sinan intrattiene dialoghi lunghi, fitti di parole e significati con le varie persone con le quali si confronta. In lunghi piani sequenza parla con gli Imam, di religione, di metafisica, del ruolo dei religiosi nella società e del ruolo degli uomini nei confronti di Allah, parla con lo scrittore Suleyman di letteratura, di editoria, delle strategie per il successo di un autore, parla con la madre, sorella e amiche del ruolo della donna nella società moderna, parla col padre, ma sempre con incomprensioni, lo giudica severamente, lo condanna, non ne capisce l’anima.
188 minuti sono serviti anche per una narrazione che comprendesse un alternarsi delle stagioni, la mirabile fotografia di Gokhan Tiryaki, incornicia egregiamente la campagna anatolica, dai caldi colori autunnali, ai freddi inverni in cui una neve leggera sembra sospendere il tempo e dare al giovane Sinan il contesto in cui maturare. I fatti commentati sommessamente da arie di Bach assumono connotati epici, anche se ordinari. Non mancano delle scene surreali, poche ma significative. Mirabile quella in cui Sinan rifugge nella pancia di un cavallo di Troia, enorme scultura nella piazza del paese, quasi un ventre materno, funzionale qui più ad una difesa dal mondo esterno che ad un attacco verso nemici immaginari.
La scelta degli attori è stata perfetta, oltre che per le loro interpretazioni per la loro fisicità. Dogu Demirkol interpreta Sinan: prognatismo evidente, labbro inferiore sporgente e occhi piccoli e socchiusi su un fisico un po’ sovrappeso e una testa incassata su un dorso rilassato inquadrano al meglio il giovane, dalla sua cultura poco metabolizzata alla sua incapacità a comprendere il mondo reale degli adulti. Murat Cemcir interpreta il padre Idris, quasi il vero protagonista della vicenda, bello nonostante l’età, incarna i suoi vizi ma esprime al meglio le sue passioni con occhi che sono quasi tizzoni di brace perennemente diretti verso chi lo critica, accompagnando sempre le sue rimostranze con un sorrisetto beffardo.
“L’albero dei frutti selvatici” segue un percorso di formazione di un giovane adulto, sono vicende un po’ minimaliste che gli consentono di avvicinarsi alla realtà e che lo portano alla realizzazione individuale facendogli percepire che è preferibile  identificarsi con un tradizionale, forte e imperfetto pero selvatico piuttosto che con un maestoso ed irreale albero immaginario.



Marco Marchetti

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