LE BALLON ROUGE (Il palloncino rosso) – Albert Lamorisse (1956) – Recensione Film

Palma d’oro a Cannes nel 1956 per il miglior cortometraggio. Premio Oscar nel 1957 per la migliore sceneggiatura originale. Ed una storia minima, costruita intorno ad un’idea quasi banale.

Pascal, il figlio del regista, porta in giro per le strade parigine un palloncino rosso, attaccato ad una cordicella; e quel globo colorato diventa subito il segnavia di un sogno. Un’enorme ciliegia che si sovrappone al grigiore della città, come un’illusione surreale, eppure imprescindibile, legata a doppio filo all’intramontabile anima dell’infanzia. Il suo movimento risponde solo a quello del bambino, e a quello dell’aria, del vapore, della pioggia, degli animali, mentre rimane indifferente a tutto il resto, soprattutto all’incomprensione degli adulti. La sua semplice leggerezza è un’innocente espressione di libertà in un mondo faticoso e complicato; è un’eterea manifestazione della fantasia che obbedisce solo a colui che che, trovandolo per caso sopra ad un lampione, l’ha subito amato e l’ha voluto fare suo. Come un genio della lampada, è un fiore che sboccia dal nulla, per diventare il fedele servitore di un solo privilegiato padroncino. Quando il bimbo molla la presa, per restituirlo al cielo, quella creatura magica continua a seguirlo, e diventa la sua ombra: è come un fumetto vivente, un pensiero animato, un’emanazione figurata dello spirito infantile, di cui interpreta l’intelligenza birichina e la voglia di giocare. Il suo aspetto anonimo e stilizzato ne fa la proiezione ideale di un cartoon: un pupazzo perfetto ed astratto che, non avendo corpo né volto,  li rappresenta tutti. È il prodotto dell’immaginazione dei piccoli che appare con un fantasma nell’universo dei grandi, e così diventa visibile, pur restando tenacemente inafferrabile. Come un vero spettro, si burla degli uomini e delle donne, di cui, all’occorrenza, può diventare un dispettoso persecutore. Dentro di sé racchiude un animo curioso e burlone, a tratti persino appassionato, in grado di (farsi) notare e di (farsi) desiderare. La sua capacità di catturare lo sguardo e dominare la scena – in quanto unico dettaglio acceso su uno sfondo sbiadito – è una proprietà fotografica, che sottolinea simbolicamente il suo valore come gioiello della creatività, della spontanea gioia di vivere che si sottrae alle regole vigenti. In questo senso, il palloncino è il protagonista, eroico e indipendente, di una favola avventurosa, una di quelle che fanno turbinare la mente e battere il cuore, perché sono fatte di viaggi, di voli, di danze, di fughe e di battaglie. E, come nel più classico dei romanzi, nell’ultima parte della storia il dramma raggiunge il suo culmine, per poi cedere il passo alla rivelazione conclusiva: in questo caso, il discorso si chiude con la trionfale scoperta di una vita nascosta, che esce allo scoperto in pompa magna, imitando le festose coreografie dei gran finali hollywoodiani. Per fortuna, nel sontuoso movimento d’insieme, al ritmo preordinato si sostituisce la vibrazione irregolare, e alla sinfonia un vivace parlottio di tonalità individuali; la folla si disperde e si riunisce, in un caos pulsante che è una splendida forma di approssimazione, e dà subito voce ad un commovente canto poetico.

A questo cortometraggio si è ispirato il regista cinese Hou Hsiao-hsien per il film Le voyage du ballon rouge (2007).

Albert Lamorisse era un fotografo di professione.  Ha diretto quattro cortometraggi e altrettanti lungometraggi. È morto nel 1970, all’età di soli 48 anni, mentre si trovava in Iran per girare il documentario Le vent des amoureux. Il film, rimasto incompiuto, fu completato nel 1978 sulla base delle sue annotazioni, ed ottenne la nomination all’Oscar.




*FONTE: www.filmtv.it

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