LE NOTIZIE. Francesco Leonetti

Il giornale si sfoglia e si spiegazza
nell’estate ’78 del secolo
(come avanti nei mesi, e come oltre)
a cercare: chi s’impiglia, ragazzo;
chi sono quelli presi (innominati ancora);
chi chiuso va, per un dito a parola…
C’è infilzata di visite a imbuto
alle frazioni nuove comuniste;
c’è delazione o sbaglio
degli articolisti di rotocalchi.
Uno ottiene la fama e messo è in mano
alla poliziesca marmaglia…
Campanella! Alfonso, Giovanni!
A Cosenza i migliori compagni!
Quelli dell’azione di banca!
L’Attilio della Marelli!
E tanti! Sono galeotti strani.
Una strettoia al petto,
l’angustia del futuro,
il furore, appena compresso,
fanno uno scuro, attorno al cranio,
a reperire la notizia d’inchiesta,
a sentire la voce diretta…
Ci incalzano come cani, le bestie.
La vita è nera. Certo,
una differenza precipitata valeva,
contro il fascismo secco,
una volta; erano chiari gli eroi,
colla purezza del primo corso;
ora è la verita stravolta,
con lo schema a caselle storte. E allora?
La stronza, la stuprata, la vacca, la vergogna,
la merdosa, dunque, la Storia
diversa non era…
La repressione fascista colpiva le ali.
La purezza non era centrista,
moderna, ragioniera; non era figlia di cera;
era un’ala,
una provocazione estremista,
una punta accellerata, un’insolenza, un fuoco,
nel sovversivo disegno
che solo è razionale (il resto è pula).
Compagni in spoltura.
Una generazione che deve tacere.
Si usa il presidente in persona
con quattordici anni vecchi
di galera e coatto, attraverso gli specchi
del potere legittimato del Quirinale,
a distanziare d’infamia la povera cricca
degli isolani nuovi. E questi confrontati
col partito comunista terzo del mondo,
per la Storia, i numeri e i nomi,
sono pari a briganti silani.
Critichiamo i nostri errori.
Poca opera è uscita
dalla sinistra nuova, che è cresciuta
bécera, oppure giornalista.
Ma con tale disinvoltura,
ma con tale trovata, che unisce
l’ostia consacrata e la pratica cieca,
si adopra il verbale di questura
e si pronuncia la comunicazione di massa,
con tale colleganza,
che ai lazzaroni storici
mischiarsi è bene, per noi…
A quelli che si fidano tutt’insieme
del re, del papa, del parlamento,
del comune, della camorra, del megafono
del morto che parla, del Novecento,
del trombone nella cultura.
E non c’è nessun galeotto
del sessantotto: in quanto,
discutibile strascico, rigurgito, emanazione,
dal novantanove viene, dai primi moti
degli anni venti, eccetera,
del secolo di Buonarroti.
Costui, quel tale, o l’altro:
è un aspirante nobile napoletano; esce
dai commerci borghesi; è un cafone
ma con nome che è scritto per errore
in codice Napoleone;
è delinquente schietto,
mischiato a una campagna per Roma;
è evaso dalla fortezza;
è contadino di Bronte, mi sembra,
almeno ha la stessa bassezza…
Sono dell’altro secolo, che questo
non li conosce, infatti, il nostro,
e come nell’altro fanno cose in dialetto,
non sono filgi di operai del centro.
Senzapartito. Leggono libri
soltanto dentro.
Non amano nemmeno Gramsci. Già
nascono come avanzi; amen.
L’unità non c’è per niente
e in tutto il centro il papa ancora ci pesa,
è colpa dunque dell’assenza
di qualche cambiamento, per quanto
inferiore all’attesa.

*Francesco Leonetti