L’IMPERO DEI SEGNI – Roland Barthes (Recensione Libro)

Nessun altro Paese al mondo è densamente popolato di oggetti quanto il Giappone; l’ oggetto e la sua autonomia sono ovunque; nessun posto sulla Terra è riuscito a modernizzarsi senza incorrere nell’ insidia dell’ occidentalizzazione.
Ciò che ancora colpisce del Giappone, a distanza di quarant’ anni (quando venne pubblicato il saggio di Roland Barthes,) è la sua alterità, la sua differenza sempre e comunque.
E si cominci pure dalla lingua scritta: caratteri non alfabetici bensì oggetti detti “ideogrammi”, figure che non hanno bisogno di alcun alibi referenziale.

“Come potremo immaginare un verbo che sia ad un tempo senza soggetto, senza complemento e ciononostante transitivo, per esempio un atto di conoscenza senza soggetto conoscente e senza oggetto conosciuto?”

Questa immaginazione è la richiesta che viene fatta dall’ india a l giappone e riesce non traducibile senza interporre la meditazione, il rapporto tra il dio e il soggetto. La nostra lingua è limitata. Come tale , nel momento in cui ce ne rendiamo conto e ne prendiamo atto, ci sentiamo grotteschi: con lo strumento linguistico noi pretendiamo di contrastare e contestare il nostro sociale ma ben presto ci rendiamo conto della gabbia in cui siamo costretti.
Non è vero che la lingua sia comunicazione: il corpo e i suoi segni servono a comunicare:

“Non è la voce (con cui identifichiamo i diritti della persona) che comunica (comunicare che cosa? La nostra anima, per forza bella, la nostra sincerità? Il nostro prestigio?) ; è tutto il corpo che intrattiene con noi una sorta di parlottio a cui il perfetto dominio dei codici toglie ogni carattere regressivo, infantile (…)”

Barthes scrive dei giochi, delle vie, del teatro, delle maschere, dei luoghi in cui si dispiega il movimento di una città molteplice, moltiplicata : ” in quale altro paese al mondo la televisione e la stampa annunciano ogni giorno, in autunno, il progredire dell’ arrossarsi delle foglie (…) scrive Renata Pisu in uno splendido articolo di qualche tempo fa.
E il capitolo sull’ importanza del pacchetto fa emergere ancor più intensamente il rapporto fondante tra ciò che sta dentro e ciò che è fuori, indistinzione tra forma e sostanza ma forma come tutto, come identità non separabile dalla carne dell’ esterno. Il confine tra “dentro” e “fuori” non esiste come nel nostro uso.
L’ involucro vive qui la sua consacrazione a pensiero prezioso e ancor più gratuito. La scatola vale per quello che nasconde, protegge e designa.
La funzione del pacchetto è quella di proteggere, e di rimandare nel tempo. A noi occidentali par quasi allora, che la funzione sia quella di proteggere il contenuto non tanto dallo spazio quanto dal tempo. Nell’ involucro sta la concentrazione di un lavoro, di un fare. L’ oggetto sembra via via perdere la sua consistenza: il significato fugge, è gettato via.
Restano i segni vuoti, rapidamente trasportati.
Il luogo del segno, assoluto.

*FONTE: https://www.qlibri.it

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