L’Occitania e le sue tradizioni e balli popolari


Si tratta della civiltà della lingua d’Oc, nata intorno all’anno 1000 d.C., estesa su un’ampia area dell’Europa occidentale, mai costituitasi come stato unitario. E’ la prima civiltà importante sorta dopo la caduta dell’Impero Romano.

L’Occitania si estende dal Mediterraneo all’Atlantico, dai Pirenei alle Alpi, comprendendo tutto il centro-sud della Francia (Provenza, Delfinato, Alvernia, Limosino, Guiana, Linguadoca e Guascogna), la Val d’Aran in Spagna e sedici valli in Italia, nelle province di Torino e Cuneo, oltre una piccola parte della provincia di Imperia. E’ curiosamente occitana anche Guardia Piemontese, in Calabria, in seguito ad una emigrazione di alcuni secoli fa.

Il termine “Occitania, che sembrava sconosciuto fino a qualche decennio fa, era già stato scritto fin dal 1290” (da “Occitania, un’idea senza confini” di Enrico Lantelme, Alberto Gedda e Gianni Galli), indica un’area geografica di 190.000 Kmq, abitata da 13 milioni di persone.

Nel ‘700 e ‘800, con la nascita degli stati unitari l’Occitania, a causa dell’assenza di un potere militare forte, è stata suddivisa tra Italia, Francia e Spagna. L’affermarsi delle lingue ufficiali delle tre nazioni ha ridotto l’unitarietà dell’area nel suo legante principale, la lingua, che va scomparendo, ma non ha interrotto altre tradizioni, come quelle della musica e del ballo, che negli ultimi decenni stanno conoscendo una straordinaria vitalità.

Lingua e letteratura occitana

Dante Alighieri nella Divina Commedia inserì frasi in tre lingue: l’italiano, la lingua d’oil – il francese, e la lingua d’oc – l’occitano.

“La lingua d’oc è la prima lingua romanza per la quale sono state allestite grammatiche: si pensi che mentre per avere delle grammatiche dell’italiano e del francese bisogna arrivare all’età moderna, al Cinque- Seicento, già nella prima metà del Duecento circolavano delle grammatiche nella lingua d’oc perché gli stranieri volevano impararla, per poter comprendere la lirica trobadorica o per poterla produrre in proprio.”(da “Occitania, un’idea senza confini” di Enrico Lantelme, Alberto Gedda e Gianni Galli).

Grazie ad autonomia politica e prosperità economica, nelle corti feudali del sud della Francia, a partire dall’anno 1000 circa, si sviluppa la tradizione trobadorica, in lingua d’oc, fiorita per circa due secoli fino alle crociate contro i Catari, uno dei tanti popoli occitani perseguitati con accuse di eresia. I trovatori, poeti occitani, cantavano il fin’amor, l’amore raffinato e perfetto e scrivevano tenzoni, dialoghi e dibattiti, a tema giocoso o erotico. Un esempio di tenzone: “preferiresti avere la dama tutta la notte nuda nel letto ma poterla solo vedere e non toccare, o preferiresti non poterla vedere, ma fare con lei al buio tutto quel che vuoi?”.

Grazie ai trovatori si assiste al riscatto morale della donna, a quel tempo ritenuta dalla chiesa ufficiale un essere peccaminoso. Con il fin’amor i trovatori si spinsero fino alla riabilitazione dell’adulterio.

La lingua occitana, nelle sue varianti locali, è parlata ancor oggi, anche se è sempre meno diffusa perché sostituita dalle lingue ufficiali degli stati cui appartengono le singole regioni. L’opera di “colonizzazione” di Francia e Italia è stata così forte che fino a pochi decenni fa la gente comune parlava occitano credendo di esprimersi in un dialetto locale, derivante dal francese o dall’italiano.

La vitalità della lingua è testimoniata dal Premio Nobel per la letteratura assegnato nel 1904 a Frédérìc Mistral, poeta occitano nato in Provenza nel 1830, uno dei poeti provenzali del gruppo “Félibrige”, di fama mondiale, con opere tradotte dall’occitano in 25 lingue. Poeta noto a tal punto che perfino Buffalo Bill si recò in Provenza per fargli visita!

Breve storia dell’Occitania

Tutta la zona occitana ha goduto di una relativa autonomia, che ha significato prosperità economica, per tutto il Medio-Evo fino alla nascita degli stati nazionali. Un’autonomia relativa, poiché i signorotti locali dovevano sempre rispondere del proprio operato ai più potenti stati del nord della Francia, spagnoli e italiani, compreso lo Stato Pontificio. Un’autonomia spesso annullata da repressioni di massa e da crociate inviate per motivi politico-religiosi.

La cultura tollerante dell’area occitana, la gioia di vivere e il “paratge” concepiti dai trovatori, cioè l’egualitarismo tra le persone, posero le basi per l’affermarsi di nuove concezioni religiose sempre più distanti dalla corrotta chiesa ufficiale, sfociate nelle eresie. I Catari o Albigesi, in Linguadoca, nel 1200 costituirono il movimento eretico più noto, perseguitato fino all’annientamento. Anche nelle altre terre d’Occitania, comprese le valli italiane, si diffusero movimenti eretici che subirono repressioni e stermini di massa ordinati dalla chiesa romana. I Catari, ritenendo che in ogni corpo vi fosse un’anima, erano vegetariani e nonviolenti. Non fu difficile per i Crociati sconfiggere il debole esercito che i Catari riuscirono a formare unendo le forze del Re d’Aragona e del Conte di Tolosa, ed espugnare in assedio Béziers, Carcassonne, Tolosa, Avignon e Montségur, sterminando e bruciando sul rogo migliaia di persone. Stessa sorte subirono i poeti trovatori, il cui movimento venne definitivamente stroncato, poiché ritenuti una sorta di giornalisti dell’epoca.

Stermini e persecuzioni contro i movimenti protestanti che si sviluppavano periodicamente nelle terre occitane proseguirono fino al ‘700, come ad esempio la nota persecuzione dei Valdesi.

Le Valli occitane italiane

L’alta Val Susa, le Valli Chisone, Germanasca, Pellice in provincia di Torino, e le Valli Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso, Vermenagna, Ellero, Pesio e Corsagia in provincia di Cuneo, Olivetta San Michele e parte di Triora in provincia di Imperia, costituiscono il territorio delle Valli occitane italiane. Un territorio montuoso, paesaggisticamente di pregio, in cui vivono 180.000 persone. Un territorio storicamente legato ai territori d’oltralpe ancor più che con il resto d’Italia, per cultura, tradizioni e scambi economici favoriti

dai tanti valichi alpini. Con la Legge 482 del 1999 lo stato italiano ha riconosciuto la minoranza etnico- linguistica occitana. Lo stato centralista francese ancora non ha accettato il suo riconoscimento.

page2image18048  Carta geografica dell’Occitania

Il territorio alpino delle Valli occitane italiane e parte di quelle francesi, difficilmente governabile dai lontani poteri centrali, dal 1300 alla fine del 1700 godette di una certa autonomia amministrativa chiamata“Repubblica” degli Escartons. Gli Escarton erano cinque, con capoluoghi a Casteldelfino in Val Varaita, Oulx in Val Susa, Pragelato in Val Chisone e Briançon e Queyras in Francia. Grazie al pagamento di periodichegabelle al Delfino di Francia, che risiedeva a 200 km, potevano amministrare la gestione del territorio, delle imposte e della giustizia. I deputati, che si ritrovavano periodicamente a Briançon, rappresentavano 50 Comuni che dal 1300 si resero indipendenti dal potere feudale. Per il resto d’Italia e Francia occorrerà attendere la Rivoluzione Francese, 4 secoli più tardi!

Questa autonomia significò ovviamente benessere, giustizia sociale, scambi commerciali floridi ed un’architettura straordinariamente ricca, nonostante la rigidità del clima e l’asprezza del territorio. Grande attenzione era rivolta al diritto all’istruzione: il 90% della popolazione era alfabetizzata.

La croce occitana

Tanto diffusa oggi nelle manifestazioni e nei luoghi di riferimento della cultura occitana, ha circa mille anni di storia. Dall’anno mille circa la sua storia s’intreccia con quella dei potentati locali della Linguadoca e dei cavalieri crociati. Una sicura testimonianza viene dal sigillo della Contea di Tolosa, in cui la croce occitana, detta anche croce Catara o croce di Tolosa, appare nel 1211. Nello stesso anno venne scolpita in una chiave di volta della cattedrale di Saint Etienne di Tolosa.

Le sue quattro braccia e i cerchi simboleggiano numeri presenti sia alla tradizione cristiana che pagana.

La bandiera occitana

Contiene la croce occitana e la stella a sette punte, introdotta negli anni ’70 dallo studioso francese François Fontan per rappresentare le sette storiche regioni dell’area occitana: Provenza, Delfinato, Linguadoca, Limousin, Guihana, Guascogna e Auvergne.

L’inno occitano

Se chanto, attribuito a Gaston Phoebus, conte di Foix, una canzone d’amore dedicata alla propria donna lontana. Dalla Linguadoca si diffuse in tutte le terre occitane riadattata con testi e parlate locali, cosicchè oggi ne esistono molte versioni con testi che parlano di montagne o di fiumi e testi nelle varianti occitane locali.

Musiche e balli occitani ieri

La musica e i balli occitani appartengono alla grande famiglia delle musiche e dei balli popolari, cioè appartenenti alla tradizione del popolo. Nei secoli passati le musiche e le danze non erano codificate, nè scritte, nè ovviamente filmate o registrate. Quanto è arrivato fino a noi è l’intrecciarsi di contaminazioni di balli popolari e di corte delle varie macroregioni europee e non solo.

page3image29096Le zone meno soggette a migrazioni, scambi commerciali e passaggi d’eserciti hanno conservato meglio le tradizioni, comprese le musiche e i balli più antichi. In queste aree, presenti sia in Francia che nelle valli occitane italiane, nel corso del ‘900 hanno potuto sviluppare la loro opera ricercatori più o meno conosciuti, come ad esempio la famiglia Guilcher in Francia e Gianpiero Boschero in Italia.

Grazie alla loro opera e alla diffusione dei balli occitani nelle aree urbane italiane e francesi, si è assistito ad una loro parziale codificazione, perdendo le peculiari caratteristiche che una stessa danza assumeva da borgata a borgata, e addirittura da famiglia a famiglia.

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Molti balli purtroppo sono andati perduti perché, nel corso del ‘900, in seguito all’abbandono di massa delle zone rurali, ove più forte era la conservazione delle tradizioni, in molte aree è mancato l’anello di congiunzione, costituito in taluni casi anche da un singolo ricercatore, tra il secondo dopoguerra, periodo di forte abbandono delle tradizioni, e gli anni settanta, periodo d’inizio della riscoperta delle tradizioni e del folkrevival. Sappiamo ad esempio che la Val Maira era ricca di danze ormai perdute, come ad esempio il rigudin, ancor oggi ballato nella vicina Val Varaita. In val Maira è rimasta praticamente solo la courento d’la Rocho (di Roccabruna) ed un balet di Acceglio eseguito in rarissime occasioni. Un ruolo importantissimo nella conservazione di musiche e balli occitani hanno avuto le feste popolari, come le baìe, in cui periodicamente si riuniva tutto il paese per alcuni giorni di festa, con un ben preciso canovaccio di rappresentazioni, musiche e balli.

Nonostante oggi ci siano tutti i mezzi per codificare musiche e balli, c’è una giusta ritrosia da parte degli operatori culturali del settore, ricercatori, musicisti ed insegnanti, per timore di far perdere loro la caratteristica di balli popolari, per loro natura non rigidamente codificati ed in continua evoluzione in seguito al mutare dei gusti musicali e delle contaminazioni esterne.

Sono centinaia le musiche e i balli dell’area occitana conservati fino ai giorni nostri. La sola Valle Varaita ha conservato oltre venti balli tradizionali!

Le musiche e i balli arrivati fino ai nostri giorni hanno caratteristiche peculiari della zona di provenienza, spesso simili se geograficamente vicine, e molto diverse se provenienti da zone tra loro distanti decine o centinaia di chilometri. Sono accomunati dall’uso di strumenti musicali simili in tutta l’area occitana, anche se in alcune zone ne prevalgono alcuni sugli altri e dalla lingua occitana usata nei canti. Gli strumenti storicamente più diffusi sono l’organetto (in alcune zone sostituito nel corso del ‘900 dalla fisarmonica), i flauti, la ghironda – strumento con circa mille anni di storia diffuso prima in Francia poi in Italia, particolarmente in Val Maira -, il violino, l’arbebo (lo scacciapensieri), cornamuse, tamburi e tamburelli.

Le musiche e i balli oggi conosciuti hanno molti decenni, spesso vari secoli, di storia. Tra i balli più antichi la farandola provenzale, alcuni rondeau guasconi e le curente delle valli occitane. Molto più recenti sono per esempio una parte delle bourrée francesi, che gli abili insegnanti di ballo del Berry e dell’Auvergne rinnovano in continuazione basandosi sulle bourrée tradizionali, danze e musiche con almeno 4 secoli di storia.

Gli ultimi decenni, caratterizzati dalla riscoperta del valore e dell’importanza delle tradizioni, hanno iniziato a restituire alle musiche ed ai balli occitani parte del ruolo che avevano un tempo. Si sta assistendo ad un fiorire di gruppi musicali e di appassionati di ballo, di feste popolari di piazza in cui la gente si riappropria delle tradizioni secolari, ove il far festa è strettamente legato alla musica ed al ballo popolare. In tutta l’area occitana sono decine di migliaia i giovani e meno giovani che si dedicano alle musiche e ai balli occitani portando una forte carica di energie e di rivitalizzazione delle tradizioni.

In tutta l’area occitana e zone limitrofe, stiamo assistendo al fenomeno dei bal folk, feste di musiche e balli occitani in cui non vengono proposti come un tempo i balli tradizionali locali, bensì quelli di tutta l’area occitana. Una tale vastità di repertorio richiede a ballerini e a musicisti un certo impegno di apprendimento dei balli e soprattutto degli stili peculiari di ogni singola zona.

A conferma del fatto che le musiche e i balli popolari non hanno rigidi confini geografici, nei bal folkvengono proposte musiche e balli non appartenenti strettamente all’area occitana, ma a zone limitrofe: Paesi Baschi, Bretagna, Berry e Poitou.

*Cos’è l’Occitania – L’Occitania e le sue tradizioni – Terra di trovatori e di eresiedi Massimo Cerutti

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