Louis-Ferdinand Céline. Due clown per una catastrofe – FILM

La pellicola è ambientata nel 1948, quando Céline, a seguito dell’accusa di aver collaborato con i nazisti durante l’occupazione tedesca, si ritirò in esilio in Danimarca insieme a sua moglie e al suo famoso gatto Bébert. Qui un giovane studente americano, di religione ebraica, Milton Hindus, riuscì a incontrare lo scrittore con l’obiettivo di scrivere un libro di memorie. I rapporti tra i due diverranno preso tesi e difficili, e la permanenza durò tre settimane anziché i due mesi previsti. E lo stesso Hindus avrebbe, in seguito, parlato dello shock e del disappunto causatigli dall’incontro con Céline e dal vedere lo scrittore tanto ammirato «sbavare da entrambi i lati della bocca».

Il regista Emmanuel Bourdieu ha dichiarato che l’obiettivo del film è di mostrare proprio questa contraddizione tra il genio letterario e il mostro in un solo uomo:

«Questa coesistenza è ciò che affascina, disturba e causa problemi a tutti. Noi conosciamo la sua singolarità come scrittore che ha completamente rivoluzionato il romanzo del tempo e lo ha fatto da solo. Allo stesso tempo è caduto in questa strana ed estrema violenza. Contrariamente al suo genio, è diventato ordinario, triviale, volgare… il suo antisemitismo, il suo razzismo, tutte le sue riflessioni reazionarie ed estreme lo hanno letteralmente invaso».

Il medico Louis Ferdinand Auguste Destouches entra nel mondo della letteratura con lo pseudonimo di Céline nel 1924 con Il dottor Semmelweis. È con opere come Morte a credito (1936), Pantomima per un’altra volta (1952) e Trilogia del Nord (1960) che, però, si consacrerà nell’Olimpo delle lettere, arrivando a giocare un’influenza fondamentale su scrittori del calibro di Samuel Beckett, Henry Miller e Charles Bukowski.

È Viaggio al termine della notte (1932), però, il suo vero capolavoro, a detta di molti critici. Lo stile dell’opera, il ritmo, l’uso di un linguaggio colloquiale rappresentarono delle vere e proprie sfide alle convenzioni letterarie dell’epoca, facendone uno dei romanzi francesi più importanti del XX secolo.
L’ostetrico Céline, il vincitore di una medaglia al valor militare durante la prima guerra mondiale per aver sfidato le armi nemiche pur di consegnare un messaggio di vitale importanza, tra il 1937 e il 1941 sorprese tutti, pubblicando tre pamphlet antisemiti.

Bagatelle per un massacro è il primo della serie. Pubblicato nel 1937, ottenne un enorme successo di vendite, raggiungendo le 75 mila copie. Nell’opera Céline sostiene alcune posizioni tipiche dell’antisemitismo: il lento processo di «giudaizzamento» a danno dell’autentico gusto ariano e la tesi del complotto giudaico mondiale ai danni della razza ariana.

Seguirà, l’anno successivo, La scuola dei cadaveri, dove Céline ritorna con maggiore durezza sull’argomento:

«La giudeologia è una scienza, lo studio della malattia giudea nel mondo, del meticciamento ariano-giudeo, del mosaico mandeleiano, del cancro mandeleiano nel mondo attuale. Scemenze? Giochi di parole? Anatemi deliranti? No. Autentico cancro creato, provocato da eccessive ibridazioni, incroci forzati, da disastrose anarchie cellulari, innescate da fecondazioni degradanti, assurde, mostruose» (traduzione di Gianpaolo Rizzo, Edizioni Soleil).

Nel 1939, però, entrambe le opere saranno ritirate dal commercio a seguito del decreto Marchandeau.

È del 1941, invece, il terzo pamphlet di Céline che appartiene alla serie antisemita, La bella rogna, nel quale lo scrittore francese lamenta:

«Più ebrei che mai nelle strade, più ebrei che mai nella stampa, più ebrei che mai al Foro, più ebrei che mai alla Sorbona, più ebrei che mai a Medicina, più ebrei che mai al Teatro, Opera, ai Francesi, nell’industria, nelle Banche. Parigi, la Francia più che mai consegnate ai massoni e agli ebrei più insolenti che mai».

«La Francia è ebrea e massonica, una volta per tutte. Ecco quel che bisogna mettersi nella zucca, cari diplomatici!» (traduzione di Daniele Gorret, Guanda).

Come si può facilmente immaginare, i tre pamphlet aprirono un enorme dibattito tra due fazioni: quella che giudica Céline un assoluto maestro e l’altra che lo ritiene un mostro razzista; scontro acuito ancora di più dal fatto che Céline, anche dopo il suo ritorno in Francia, si è rifiutato di ritrattare le sue posizioni, anzi le ha ulteriormente confermate in più occasioni.

È stato Philip Roth a sintetizzare bene quest’atteggiamento verso l’autore:

«Anche se il suo antisemitismo lo ha reso una persona abietta e intollerabile – per leggerlo, devo sospendere la mia coscienza ebraica, ma lo faccio perché l’antisemitismo non è il cuore dei suoi libri».

*FONTE: http://www.sulromanzo.it


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