LUNARIA: Lucio Piccolo, Pasolini, Vincenzo Consolo …

Credette un giorno il ricchissimo barone Lucio Piccolo di Cala novella d’esser poverissimo – indossò vecchi abiti di squisita ma scaduta eleganza, non si allontanò più dalla sua villa – e pensò allora, per togliersi da quell’ambascia, di fare qualche cosa che gli procurasse un utile, un guadagno. Ma egli non sapeva far altro che scrivere poesie – poesie barocche ma di pietra dura, difficili da penetrare – e alla Poesia quindi si rivolse credendo ingenuamente che quella potesse, almeno per una volta, piegarsi a uno scopo.
Scrisse così L’esequie della Luna, una prosa, un canovaccio da far trasformare poi in musica, balletto, opera da rappresentare su un qualche palcoscenico. Ma nulla accadde, rimase sempre, quella, prosa, parola, poeticissima, luminosa, ma sempre di pasta dura e, come la luna, con zone d’ombre, macchie oscure (gliela pubblicò il sempre attento Pasolini in Nuovi Argomenti, 1967 – compariva anche, in quel numero, il Pilade dello stesso Pasolini e una parte de Il mondo salvato dai ragazzini della Morante)-, dove era chiaro che l’idea prima dell’operetta era stata rubata a Leopardi – la caduta della luna (Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno…) – e trasferita in una Sicilia vagamente settecentesca, ala corte palermitana di un buffo viceré e in una meliana contrada campagnola, ma dove s’anticipava (o l’aveva anticipato Leopardi?) quello che sarebbe accaduto da lì a qualche anno – la caduta del mito della luna, appunto -, che il 21 Luglio del 1969 un’astronave di nome Apollo – il fratello gemello di Diana – approdasse sulla superficie di quell’astro e che degli uomini lo profanassero danzandovi sopra con i loro scarponi di metallo (ah, fu quello un giorno fatale per i poeti, ma Piccolo fece in tempo a non viverlo, era scomparso nel magio di quello stesso anno).
Di quella prosa di Lucio Piccolo, de l’Esequie della luna s’era innamorato un giovane palermitano, Roberto Andò, voleva farne un’opera teatrale e si rivolse a me per lavorare a quel progetto.
Con lui discussi allora impostazione scenica, soluzioni teatrali, consultai libri e mi trovai poi inevitabilmente di fronte alla scrittura, solitaria avventura, alla creazione cioè d’un pianetto indipendente che, come quello di Piccolo, ruotasse attorno a Leopardi.
Il risultato è questo Lunaria, che temo, ahimè, sia lontano dal genere teatrale. Penso che Lunaria sia solo un cuntu, una storia, un racconto dialogato scritto per esser letto (e contemplo nelle immagini che lo accompagnano).
È questa la ragione per cui qui lo pubblico.

——-> ALTRO DI Vincenzo Consolo

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