Max Stirner e l’Anarco-individualismo

«Io rifiuto un potere conferitomi sotto la speciosa forma di “diritti dell’uomo”. Il mio potere è la mia proprietà, il mio potere mi dà la proprietà. Io stesso sono il mio potere […] e per esso sono la mia proprietà. […] Non cerchiamo la comunità più estesa, la “società umana”, ma vediamo negli altri unicamente mezzi e strumenti da adoperare come nostra proprietà.»
(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà)

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Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (Bayreuth, 25 ottobre 1806 – Berlino, 26 giugno 1856), è stato un filosofo tedesco fautore di posizioni radicalmente anti-stataliste improntate sull’individualismo, l’egoismo etico e su di una primordiale concettualizzazione di anarchia. Giovane esponente della sinistra hegeliana, poi distaccatosene a causa del loro imperante idealismo, Stirner viene generalmente ritenuto un precursore del nichilismo, dell’esistenzialismo ateo e dell’anarco-individualismo, sebbene il suo anarchismo in senso stretto non sia propriamente da intendersi come una qualche ideologia a sbocco movimentista in quanto le sue idee furono prettamente individualiste, né fondò o partecipò mai infatti ad alcun gruppo politico, così come non lasciò ai posteri alcun tipo d’indicazione su un progetto socio-politico da attuare. L’Unico stirneriano è semplicemente l’individuo che agisce per sé, anarchico o meno che sia. Difatti in vita non adoperò mai il termine anarchico per autodefinirsi o per designare il suo pensiero e più che chiedere o impegnarsi attivamente per l’abolizione dello Stato, come fece Pierre-Joseph Proudhon prima e Michail Bakunin poi, egli semplicemente ne rifiuta filosoficamente la pretesa legittimità.

Stirner nega esplicitamente di sostenere una posizione filosofica assoluta, aderendo dunque al relativismo, aggiungendo inoltre che dovendosi necessariamente assegnare a un qualche -ismo preferirebbe che sia l’egoismo, parola che dal punto di vista filosofico non porta il significato negativo di colui che fa solo il suo interesse danneggiando gli altri. L’Unico di Stirner infatti agisce per sé, ma non crea apparati di governo o forme di sopraffazione. Il suo pensiero esercitò una certa influenza sul movimento anarchico organizzato a partire dal secolo successivo, in particolar modo su quella corrente denominata poi anarco-individualismo. Stirner viene qualche volta associato all’egoismo psicologico (ossia l’idea secondo cui ogni individuo faccia qualsiasi azione, anche altruistica, per un mero fine egoistico), ma questa ipotesi fu rigettata dallo stesso Stirner.

Principalmente nel suo opus magnum, intitolato L’Unico e la sua proprietà, Stirner sostiene come le religioni e le ideologie siano sostanzialmente fondate su superstizioni, denunciando dunque come tali il nazionalismo, lo statalismo, il liberalismo, il socialismo, il comunismo e l’umanesimo. In realtà non si esprime in totale contrasto con le lotte portate avanti da alcune ideologie, come il socialismo, l’umanesimo o la propugnazione di diritti umani, ma piuttosto si oppone all’astrattezza giuridica e ideale, mantenendo comunque una minima parte di etica e altruismo, se l’egoista ritiene giusto associarsi con altri. Lo Stato, come ogni organismo autoritario, è invece il nemico naturale dell’individuo, tuttavia nell’ideologia stirneriana egli può servirsene e sfruttarlo, aggirandone le regole fino a che ne ha bisogno, cosa che separa Stirner dalle concezioni liberali, proprio come il suo anticapitalismo, alternativo a ogni concezione socioeconomica borghese, come afferma infatti ne L’Unico e la sua proprietà: «Io aggiro l’ostacolo di una roccia finché non ho abbastanza polvere per farla saltare in aria e aggiro l’ostacolo delle leggi di un popolo finché non ho raccolto l’energia sufficiente per rovesciarle».
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Johann Kaspar Schmidt nacque il 25 ottobre del 1806 a Bayreuth, nella Baviera settentrionale, figlio di Albert Christian Heinrich Schmidt (1769–1807), un intagliatore di flauti e di altri strumenti musicali; e di Sophia Eleonora Reinlein, entrambi luterani. Circa sei mesi dopo la sua nascita il padre morì di emorragia seguita a eccessivo sforzo fisico all’età di trentasette anni e dopo due anni la moglie si risposò con un aiuto-farmacista, Heinrich Ballerstedt. La madre e il patrigno si trasferirono a Kulm, allora sotto controllo prussiano. Il bambino all’inizio rimase con una zia, ma li raggiunse più tardi.

Nel 1818 a dodici anni tornò a Bayreuth e fu accolto dalla famiglia del padrino. Nel 1819 intraprese gli studi classici al Gymnasium locale. Nel 1826 si iscrisse all’Università di Berlino, dal 1828 al 1829 frequentò l’Università di Erlangen e nel 1829 quella di Königsberg. Il tutto durò cinque semestri di studio, seguiti poi da un lungo viaggio per la Germania, dove riuscì a seguire qualche lezione di Friedrich Schleiermacher e Georg Wilhelm Friedrich Hegel, di quest’ultimo in particolare quelle sulla filosofia delle religioni, sulla storia della filosofia e sulla filosofia dello spirito soggettivo. Nel 1833 si trasferì a Berlino, dove studiò per due semestri a cui seguirono ulteriori interruzioni, dovute forse ai problemi mentali che afflissero la madre, che lo portò con sé nella capitale.

Nell’aprile 1835 Stirner fu candidato all’insegnamento di cinque materie (filosofia, storia, lingue antiche, tedesco e istruzione religiosa), ma non accettò e si limitò a fare lezioni di latino gratis per diciotto mesi. Nel 1837 sposò la figlia di ventidue anni della sua padrona di casa, Agnes Klara Kunigunde Burtz, che morì di parto un anno dopo dando alla luce un figlio, nato prematuro e di cui non si sa nulla. Da una nota dello stato civile di divorziato di Stirner, al momento della morte («non madre, non moglie, non figli») si può dedurre che il figlio di Stirner non sia vissuto a lungo. Il suo patrigno morì nel 1835 e nel 1837 sua madre fu ricoverata in un manicomio di Berlino, dove secondo Mackay morì nel 1859.

I Liberi: la sinistra hegeliana
Nel 1839 ottenne la cattedra di insegnante di storia e letteratura alla Lehr- und Erziehungsanstalt di Mme. Gropius, una scuola per ragazze dell’alta borghesia, situata al numero 4 del Köllnischer Fischmarkt, Berlino. Nello stesso anno frequentava un gruppo di giovani Hegeliani chiamati Die Freien (i Liberi), tra cui figurano tanti nomi che avrebbero poi composto parte della filosofia tedesca del XIX secolo: Bruno Bauer, Arnold Ruge, Ludwig Feuerbach, Friedrich Engels e in seguito anche Karl Marx. Engels e Stirner erano molto amici, ma non è chiaro se egli frequentò mai di persona Marx. I Liberi erano soliti riunirsi da Hippel’s, una birreria sulla Friedrichstraße.

In questo gruppo conobbe anche Marie Wilhelmine Dähnhardt (1818–1902), che poi nel 1843 divenne la sua seconda moglie. Ernst Dronke nella sua opera Berlin in cui descrive il clima berlinese della metà degli anni quaranta del XIX secolo rievoca la scandalosa scena del matrimonio, con gli amici che incuranti giocano a carte, gli sposi che si sono dimenticati gli anelli e Bruno Bauer che per rimediare ne toglie due di ottone dal suo borsellino.

Le sue prime stesure avvennero nel 1842, quando pubblicò due corti articoli sulla Rheinische Zeitung, testata giornalistica fondata da Karl Marx nello stesso anno: Das unwahre Prinzip unserer Erziehung oder der Humanismus und Realismus (Il falso principio della nostra educazione o dell’umanesimo e realismo) e Kunst und Religion (Arte e religione). Il primo è un articolo pedagogico che propone il contrasto verso l’educazione dei bambini secondo norme esterne e una maggiore coltivazione delle loro predisposizioni con lo scopo di renderli caratteri sovrani, il secondo la recensione dell’opera di Bruno Bauer La tromba dell’ultimo giudizio contro Hegel ateo ed anticristo. Contribuì anche al Leipziger Allgemeine Zeitung.

La stesura della sua opera maggiore, L’Unico e la sua proprietà, avvenne tra il 1843 e la metà del 1844. Venne stampata alla fine del 1844, essendo già disponibile a novembre, ma l’edizione è comunque postdatata al 1845. L’Unico viene sequestrato dalla censura, ma subito dissequestrato poiché ritenuto dalle autorità così incomprensibile e assurdo da essere poco pericoloso. L’opera ebbe un discreto successo critico, attaccò ed ebbe risposta da Bruno Bauer, Ludwig Feuerbach, Moses Hess e Arnold Ruge. Attrasse anche l’attenzione di letterati quali Bettina von Arnim e Kuno Fischer.

Tomba di Stirner al cimitero protestante di Santa Sofia nel quartiere Mitte di Berlino
Subito prima della pubblicazione del libro Stirner lasciò il suo lavoro e visse per due anni sperperando l’eredità della moglie, che lo lasciò alla fine del 1846. Essa con un altro uomo era partita per l’Inghilterra e poi per l’Australia; scriverà poi a Mackay che non aveva mai amato né rispettato il marito (essendo lei divenuta poi una fervente credente cattolica e andando a vivere in una comune) ed era perciò abbastanza riluttante a parlarne. Disse che Stirner era un uomo astuto e che la loro unione fu principalmente una coabitazione più che un matrimonio. Morì a Londra nel 1902 dopo avere cambiato nome in Mary Smith. Nonostante questo, Stirner la dedica de L’Unico è proprio a Marie, sebbene qualcuno abbia sottolineato un certo sarcasmo in questa azione.

Successivamente Stirner, che aveva investito (in gran parte finanziato dalla moglie stessa) con scarso successo in un’impresa di trasporto e vendita del latte, finì due volte arrestato per debiti (dal 5 al 26 marzo 1853 e dal 1º gennaio al 4 febbraio 1854) e nemmeno il denaro della madre (peraltro scarso), entrato in suo possesso a causa dell’infermità mentale e fisica della donna, bastò a coprirli. Si mise allora a lavorare come traduttore,[40] traducendo in tedesco Jean-Baptiste Say e Adam Smith e forse scrivendo qualcosa per il Journal des österreichischen Lloyd. Compilò anche una Storia della reazione, un insieme di citazioni altrui.

Stirner morì in povertà a quarantanove anni il 26 giugno 1856 a causa di un’infezione non curata degenerata in setticemia e febbre acuta; la patologia fu causata da un carbonchio (lieve infezione cutanea da Staphylococcus aureus) sul collo, che era probabilmente a sua volta la complicanza del morso di un insetto velenoso. Pochi amici presenziarono al funerale e tra i giovani hegeliani solo Bruno Bauer. Poco tempo dopo l’amico Ludwig Bühl organizzò una colletta e fece erigere una modesta lapide. Nel 1892 fu sostituita dalla lapide odierna.

Il primo famoso discepolo postumo di Stirner nonché suo biografo fu appunto il citato John Henry Mackay, che oltre a diffonderne l’opera (fu il primo traduttore in inglese), la biografia e l’immagine e modificarne la sepoltura, pagandone una nuova lapide, dettò un’iscrizione apposta sulla casa in cui Stirner morì e una dove nacque.
Una leggenda vuole che il teschio di Stirner fosse stato esumato e finito in casa di Mackay assieme alle carte dell’archivio, ma non è mai stato confermato o ritrovato nelle proprietà di Mackay.
L’Unico ebbe pubblicazioni postume in lingua non tedesca solo parecchi anni dopo, tra cui l’Italia nel 1902 per una casa editrice di ispirazione anarchica e con prefazione del traduttore Ettore Zoccoli, che prendeva però le distanze dalle idee strettamente individualiste che venivano esposte nel volume. Stirner rimane tuttora al centro di un dibattito diffuso e animato: un’ampia letteratura secondaria compare in tedesco, italiano, francese e spagnolo mentre in inglese vi sono solo interventi che sottolineano le interpretazioni anarchica ed esistenzialista del suo pensiero. Infatti il pensiero di Stirner ha cominciato ad avere effetto sulla filosofia politica solo a partire dagli inizi del XX secolo sia nell’anarchismo sia altrove, come nel fascismo o talvolta anche nell’anarco-capitalismo di matrice libertariana, sul miniarchismo liberale e nell’individualismo senza ulteriori aggettivi, sottolineando spesso l’enfasi posta dallo stesso Stirner sull’importanza della proprietà e dell’individuo, ma secondo molti erroneamente.

Pensiero politico e filosofico: l’Unico
«Io ho fondato la mia causa su nulla.»
(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, frase che apre e chiude l’opera)
Se Ludwig Feuerbach prima di lui aveva criticato Georg Wilhelm Friedrich Hegel e la religione poiché sottraevano all’uomo il suo primato di essere sensibile e sociale, Stirner va oltre, utilizzando la stessa dialettica hegeliana, contendendo il campo al materialismo dialettico e storico di Karl Marx e Friedrich Engels. A suo avviso Feuerbach cerca ancora l’essenza dell’uomo, così come Hegel, innalzando al posto del divino la natura umana come essere supremo, rendendo la tirannia divina ancora più potente, essendo questa immanente e non trascendente come la divinità cristiana.

Questa critica è estesa a vari membri della sinistra hegeliana che avevano concezioni differenti del concetto di natura umana (dal concetto di cittadinanza a quello di lavoro umano), ma che tutti vedevano come qualcosa di superiore. L’io però non è l’uomo e secondo Stirner si deve superare l’uomo in generale poiché l’io è un Unico, un essere irripetibile e irriducibile che non si deve lasciare sottomettere o strumentalizzare da scopi o fini che non siano i propri e a causa dei quali non sarebbe più padrone di sé stesso. Stirner pone l’individuo (né buono né cattivo, ma semplicemente sé stesso, spogliato di ogni struttura) al centro del mondo di ognuno e questo individuo si assoggetta a regole altrui solo se lo ritenga conveniente per sé, se può avere dei vantaggi o evitare degli svantaggi (come rischiare la vendetta di altri individui), altrimenti è soggetto solo alle proprie leggi personali. La libertà per essere veramente tale non può derivare da una concessione altrui, ma essere il frutto di una propria conquista: «Si può perdere la libertà, ma la libertà spetta solo a noi». Questa è una scelta revocabile che si presenta all’individuo in ogni momento della sua vita e questi deve avere la proprietà della libertà perché non basta dirsi liberi, l’io deve poter fare o non fare ciò che desidera. A Stirner non interessa realizzare l’ideale della libertà, quello a cui punta è di avere la libertà, l’uomo diventa libero se riesce a sottoporre la libertà al proprio volere; e non basta l’ideale e in questa concezione l’altruismo risulta essere solo un egoismo mascherato, come nella natura stessa.Tuttavia egli non accetta pienamente l’egoismo psicologico.

Se Stirner viene universalmente (a torto o a ragione) indicato come il vero precursore di Friedrich Nietzsche e di tutti coloro che a Nietzsche si sono ispirati, dell’anarco-individualismo e anche di gran parte del moderno esistenzialismo ateo, i precursori del pensiero stirneriano sono considerati alcuni pensatori libertini e altri legati al movimento culturale tra l’ultimo illuminismo radicale e l’individualismo sfrenato di alcuni romantici, tra cui il Marchese de Sade, Vittorio Alfieri e William Godwin. Volendo guardare indietro nel tempo c’è anche qualche somiglianza col cinico Diogene di Sinope. Sebbene come Nietzsche sia stato erroneamente identificato come esponente del nichilismo e dell’irrazionalismo, molte delle sue pagine sono animate da un estremo razionalismo che rifiuta ogni metafisica e ogni fede. A conferma di ciò Stirner è stato inoltre avvicinato alle dottrine del positivismo, in particolare del positivismo giuridico.



Individualismo, egoismo e anarchia
«Tutto ciò non significa altro che questo: tu hai diritto di essere ciò che hai il potere di essere. Io faccio derivare ogni diritto e ogni legittimità da me stesso; io sono legittimato a fare tutto ciò che ho il potere di fare. Io sono legittimato a rovesciare Zeus, Yahweh, Dio, ecc., se sono capace di farlo; altrimenti, questi dèi avranno sempre più diritto e più potere di me. E allora io temerò il loro diritto e il loro potere con impotente “timor di Dio”.»
(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà)

Un individuo è effettivamente libero solo se spetta a lui decidere se e quando limitare la propria libertà per fini a lui propri. Il fatto stesso di avere interazioni con altri individui rende infatti impraticabile la libertà assoluta perché la libertà di un individuo non può coincidere con quella di un altro. L’importante per Stirner è che l’interazione e il conseguente sacrificio in termini di libertà costituisca una libera scelta da parte dell’individuo, finalizzata a una maggiore utilità per sé medesimo non altrimenti realizzabile. L’egoismo o individualismo di Stirner non coincide infatti né con il solipsismo, né con l’apologia di un’utopica libertà assoluta.

Il rifiuto di Stato, Chiesa, religioni, istituzioni o società non è dovuto al fatto che tali entità limitano la libertà, quanto al fatto che la limitano per fini che non appartengono all’Unico (se egli è in disaccordo con essi). Di fronte al singolo tutto ciò che è in suo potere si connota come proprietà di esso, una proprietà estendibile tanto quanto è il potere in possesso dell’Unico.

Per sfruttare il proprio potere l’Unico può utilizzare ogni mezzo desideri, non esclusi l’ipocrisia e l’inganno, salvo che altri Unici non riescano a impedirglielo Dal punto di vista delle istituzioni politiche non vi può essere alcun rapporto tra istituzioni e libertà dell’individuo. Il diritto, non essendo frutto della mia volontà, si pone al di fuori della mia individualità (in quanto è stato elaborato con strumenti che esulano dalla mia individualità).

I diritti mi sono stati concessi e non sono atto della mia libertà, basta ciò a Stirner per considerarli un qualcosa che la imbriglia in quanto non è l’Unico che si appropria dei diritti perché questi sono qualcosa che gli altri concedono, importa poco se questa concessione avvenga a opera di pochi, uno o molti.

Si tagliano così i ponti anche con una concezione politica ultrademocratica in quanto la società democratica pretende anch’essa di annettere automaticamente tutti gli individui a prescindere dalla loro volontà. Un Unico può accettare anche la democrazia, ma solo se gli conviene farlo e se ne ha la volontà. L’unica forma di collettività accettabile per Stirner è difatti un’associazione di egoisti nella quale ciascun Unico entra solo per il proprio tornaconto. Un’associazione di tale tipo sarebbe basata sulla convergenza revocabile di più egoismi per scopi ben precisi.

L’egoismo etico stirneriano
«Se voi sapete procacciarvi un godimento, esso diviene un vostro diritto; se lo desiderate solamente senza osare appagarlo, esso resterà sempre uno dei diritti acquisiti di coloro che sono privilegiati a fruirne. Esso è il loro diritto, come diventerebbe il vostro se sapeste appagarlo. (…) Chi ha la forza, ha il diritto: se non avete quella, non avrete neppure questo.»
(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà)

Bandiera talvolta associata alla corrente individualista dell’anarchismo egoista stirneriano
L’egoismo etico stirneriano è più di tutto un individualismo caratterizzato dall’amore per sé stessi, non dalla volontà di danneggiare altri. Stirner è stato ritenuto da alcuni per le sue provocatorie e paradossali prese di posizione un asociale-solipsista che esalta la figura dell’individuo in lotta contro tutto e tutti, ad esempio da George Woodcock, anarchico canadese del XX secolo. In realtà Stirner riconosce la socialità innata nell’uomo e il bisogno dell’uomo di vivere con gli altri: «lo stato primitivo dell’uomo non è l’isolamento o la solitudine, ma la società».

Stirner considera positivo l’associarsi per libera scelta (associazionismo) mentre considera in modo negativo quelle società basate sulla costrizione, l’abitudine, la gerarchia e l’autoritarismo in quanto (in polemica con Hegel) società da disprezzare poiché rigide, collettive e sacrali. Per Stirner è normale e legittimo che nell’atto di associarsi si rinunci ad alcune libertà; ciò che Stirner non accetta è la limitazione della propria individualità che si ritrova nello Stato e nella società rigida in nome di un patto sociale eterno e sottoscritto da altri. La differenza tra Stato e associazione non sta quindi nella limitazione della libertà, ma nel differente rapporto che si instaura tra l’individuo e le suddette forme sociali:  «Lo Stato è sacro di fronte a me, all’individuo singolo, rappresenta il vero uomo, lo spirito, il fantasma. L’associazione invece è creazione mia, non è sacra, non rappresenta un sacro potere al di sopra di me».

Stirner respinse anche la presunta vicinanza (fatta propria da alcuni teorici o ispiratori dell’anarco-capitalismo) delle sue teorie con il liberismo sia ne L’Unico e la sua proprietà (seppur considerando la concorrenza come un accordo legittimo fra Unici) sia nel testo successivo La società degli straccioni. Critica del liberalismo, del comunismo, dello Stato e di Dio.

Una parte importante de L’Unico e la sua proprietà dimostra come non esiste una vera e assoluta libera concorrenza in presenza di uno Stato, seppur minimo, in questo avvicinabile alle teorie citate. La libera concorrenza significa uguaglianza davanti allo Stato, ma l’uguaglianza di fronte al fantasma di uno Stato dissolve quella che è la concezione stirneriana dell’Unico come differenza assoluta e non differenza da. Si concorre sempre e solo con la grazia dello Stato, che in altre parole concede diritti (tra i quali quello di potere essere in concorrenza) solo per formarsi dei servi. Infatti buona parte del suo pensiero sottintende un pensiero anti-capitalista di matrice individualista e titanico-romantica.

Secondo Stirner colui che non pensa ad altro che a sé è «un uomo che non conosce e non sa apprezzare nessuna delle gioie provenienti dall’interesse e dalla stima che si ha per gli altri». Evidenziando inoltre quell’aspetto dell’uguaglianza nella diversità in un pensiero che il filosofo rivolge a tutti: «Sono forse realmente degli egoisti coloro che sono associati in un organismo in cui uno è schiavo o servo di un altro? […] Gli schiavi non hanno ricercato questa società per egoismo, ma essi sono nel loro cuore egoista contro queste belle associazioni. Queste non sono “associazioni di egoisti”, ma società religiose, comunità tenute in sano rispetto del diritto e della legge».

Differenze sostanziali con la concezione fascista e collettivista
«Lo Stato è fondato sulla schiavitù del lavoro. Quando il lavoro sarà libero, lo Stato sarà perduto.»

Stirner teorizza una sorta di libera cooperazione e libera associazione tra egoisti, senza teorizzare come vorrebbero alcune riletture di estrema destra, quale fu (distorcendo secondo i critici sia Stirner sia Nietzsche) l’interpretazione fascista mussoliniana, il conseguente ineluttabile innalzamento di un io più forte che estende il proprio dominio su tutti gli altri.

Per il fascismo l’io innalzato, cioè il duce o condottiero, diventa intoccabile in quanto guida spirituale protetta dallo Stato in maniera sacrale quasi gentiliana e per gli stirneriani tale condottiero può salire al comando elevandosi sui borghesi, ma non ne ha il diritto eterno (autoritarismo o Führerprinzip che sia), ossia chiunque può scalzarlo o disobbedirgli se ritiene di farlo in quanto ogni potere imposto sull’unico è un abuso.

L’unica forma possibile per la liberazione dell’io dalle autorità e dalle istituzioni che cercano di renderlo schiavo e di limitarlo è la rivolta individuale, non una rivoluzione.

Rivoluzione e rivolta
Stirner differenzia la rivoluzione dalla ribellione (Empörung), asserendo che la prima serve a eliminare delle istituzioni e ricrearne altre mentre la seconda deriva dall’insoddisfazione dell’individuo per un impeto egoistico e non sociale e politico che porta al sottrarsi da ogni istituzione possibile.

Stirner e l’anarco-capitalismo
C’è anche chi ha avvicinato Stirner alle ispirazioni di certi libertariani o anarco-capitalisti sulla scia di pensatori statunitensi quali Benjamin Tucker e Lysander Spooner come Ayn Rand, Murray Rothbard e Robert Nozick, ma spesso questa derivazione, seppur le idee di Stirner siano state anche interpretate come individualiste in questo preciso senso, è negata sia dagli anarchici (ribadendo l’avversione di Stirner al capitalismo borghese) sia dai liberali, evidenziando la mancanza di rispetto tributata da Stirner ai diritti naturali, specie alla proprietà privata altrui che non è proprietà dell’Unico, nonché la sua indifferenza beffarda verso il principio di non aggressione, a cui non riconosce cogenza morale per l’Unico, scrivendo:

«Si dice che la punizione è il diritto del delinquente. Ma anche l’impunità è suo diritto. Se l’impresa non gli riesce, è giusto che gli vada così e, se gli riesce, è giusto lo stesso. Ognuno ha quel che si merita. Se uno si getta a capofitto nei pericoli e ne resta vittima, noi diremo di certo che è giusto che sia finito così, che se l’è voluto. Ma se supera i pericoli, cioè se la sua potenza è vittoriosa, allora ha ragione, è nel suo diritto. Se un bambino gioca con un coltello e si taglia, è giusto che gli vada così; ma se non si taglia, è giusto lo stesso. Se ciò che il delinquente rischia gli capita davvero e lo fa star male, è giusto che gli vada così: perché ha rischiato, se conosceva le possibili conseguenze?! Ma la punizione che noi gli infliggiamo è solo un nostro diritto, non il suo. Il nostro diritto reagisce contro il suo ed egli ne “riceve un torto”, perché – noi abbiamo il sopravvento.»
(L’Unico e la sua proprietà, p. 145)


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