Nessuno, come il malato di mente, sa cogliere veramente l’essenza del Natale. ALDA MERINI (da L’altra verità. Diario di una diversa)

I nostri Natali erano molto poveri. Ma forse nessuno, come il malato di mente, sa cogliere veramente l’essenza del dolce Natale, la natività, l’avvento di questo Agnello che si sacrifica per l’uomo. Il nostro Natale consisteva in un umile presepe con delle figurine ritagliate e incollate sui vetri della saletta da pranzo. Niente più. Qualche fiocco di bambagia compiva il miracolo. Ma il giorno di Natale c’erano il budino, una piccola fetta di torta e facevano venire gli uomini nel nostro reparto in modo che le donne potessero scambiare una parola. Quel giorno qualche parente faceva timidamente capolino da dietro le sbarre, con in mano un timidissimo panettone. Anche il panettone, strano, si vergogna delle malattie mentali. E mai come in quell’occasione perdonavamo di cuore ai nostri parenti per averci trascurati per lunghi, lunghissimi anni.
(…)
Si parla spesso di solitudine, fuori, perché si conosce solo un nostro tipo di solitudine. Ma nulla è così feroce come la solitudine del manicomio. In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico, l’acquiscenza di un pagliericcio su cui sbava l’altra malata vicina, che sta più su. Una solitudine da dimenticati, da colpevoli. E la tua vestaglia di diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perché solo loro conoscono la tua vera esistenza, il tuo vero modo di vivere.
In manicomio ero sola; per un lungo tempo non parlai, convinta della mia innocenza. Ma poi scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili. E tutti dividevamo il nostro pane l’una con l’altra, con affettuosa condiscendenza, e il nostro divenne un desco familiare. E qualcuna, la sera, arrivava a rimboccarmi le coperte e mi baciava sui corti capelli. E poi, fuori, questo bacio non l’ho più preso da nessuno, perché ero guarita. Ma con il marchio manicomiale.
(…)
Credo che contro la pazzia niente e nulla possano valere. Oggi sto male. Ho lontanissima la percezione degli altri, come se mi giungessero da un’altra dimensione. In questo stato, nulla potrebbe entrare nel mio cerchio magico. Niente e nessuno. Eppure, è proprio adesso che ho bisogno di aiuto. È come se fossi diventata angelo e volassi verso cieli più azzurri. Ma questi cieli soffocano il corpo, lo uccidono. E, allora, a chi dobbiamo dare ragione, all’anima o al corpo? O corpo che duoli, che sostanzialmente solo pur circondandoti di molte amicizie! Sei forse tu che mi porti a vaneggiare? O, forse, la forza segreta dei miei impulsi spirituali? Oh, sì. Contro la pazzia, nemmeno Dio può nulla.
Qual è la morale di questo piccolo libro?
Molte, moltissime potrebbero essere le morali. Ma, forse, una sola è valida.
L’uomo è socialmente cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.

*da “L’altra verità. Diario di una diversa” – #AldaMerini

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