ORIGINE DEL ROMANZO – D.A.F. De Sade (da Considerazioni sui romanzi, 1800)

Si chiama romanzo l’opera fantastica che si compone attingendo alle più singolari avventure della vita degli uomini.
Ma perché si dà a questo genere d composizione il nome di romanzo? Presso quale popolo dobbiamo cercarne l’origine?
Poiché nulla sappiamo della definizione data dai popoli dell’antichità a questo genere di composizione, dobbiamo, mi sembra, applicarci esclusivamente alla scoperta del motivo per il quale esso ha recato fra noi il nome che ancora porta.
La lingua romanza era, come è noto, una mescolanza dell’idioma celtico e latino, in uso al tempo delle prime stirpi dei nostri re; è dunque abbastanza logico supporre che le opere del genere a noi care, composte in quella lingua, dovettero portarne il nome, e si dové quindi di re un romanzo (roman) per indicare l’opera in cui si narrava di avventure amorose, come si è detto una romanza (romance) per parlare delle cantate sul medesimo tema. Invano cercheremmo per questa parola etimologia diversa; e poiché il buon senso non può offrircene alcun’altra versione, il meglio da fare è di accettare la suddetta.
Passiamo al secondo quesito. Presso quale popolo dobbiamo cercare la fonte di questo tipo di opere, e quali sono le più famose?
L’opinione comune ha creduto di scoprirla presso i greci, dai quali passò fra i mori, dove gli spagnoli la raccolsero per trasmetterla poi ai nostri trovatori, dai quali infine la ricevettero i nostri novellatori della cavalleria.
Benché io rispetti questa derivazione e talvolta anche mi ci rassegni, sono tuttavia ben lontano dall’adottarla rigorosamente; in effetti, non è essa assai improbabile in secoli in cui i viaggi erano tanto poco diffusi e le comunicazioni oltremodo difficili? Vi sono costumi, usi, gusti, che non si trasmettono affatto; inerenti a tutti gli uomini, nascono naturalmente con essi; dovunque esistano uomini si trovano inevitabilmente tracce di questi gusti, usanze e costumi. Non è da dubitarsi: fu da quelle contrade che per prime riconobbero le divinità che i romanzi trassero origine; e di conseguenza in Egitto, sicuro grembo di tutti i culti. Non appena gli uomini furono in grado di supporre degli esseri immortali, li fecero agire e parlare; e da ciò ecco le metamorfosi, le favole, le parabole, i romanzi; in una parola, allorché l’immaginazione s’impadronisce dello spirito umano, eccoci alle opere di invenzione favolosa. Eccoci, non appena c’è da trattare di chimere, ai libri di fantasia. Allorquando i popoli, dapprima guidati dai preti, dopo essersi sgozzato l’uno con l’altro per le loro fantastiche divinità si armano finalmente per il loro re o per la loro patria, l’omaggio offerto all’eroismo controbilanciando questo fatto alla conversione, non solo gli eroi vengono messi, molto saggiamente, al posto degli dei, ma vengono cantati i terrestri figli di Marte come si era prima inneggiato a quelli del cielo; si amplificano le grandi azioni della vita dei guerrieri o, se si è stanchi di occuparsi di essi, si creano personaggi che loro assomiglino… che li superino, e ben presto sbocceranno nuovi romanzi, senza dubbio più verosimili e meglio fatti per l’uomo di quelli che celebravano soltanto fantasmi. (…)
Ogni popolo ebbe dunque i suoi dei, i suoi semidei, i suoi eroi, le sue storie vere e le sue favole. Qualcosa, abbiamo visto, poté corrispondere a verità per ciò che concerneva gli eroi; per il resto, tutto fu travisamento, opera della fantasia, invenzione; tutto fu romanzo perché gli dèi non parlarono che per mezzo degli uomini; i quali, più o meno interessati a questo ridicolo artificio, non mancarono di comporre il linguaggio dei fantasmi della loro mente con quanto essi immaginarono di più adatto a incantare e a suscitare terrore; e di conseguenza, di più favoloso.
È opinione corrente, dice il dotto Huet, che il suo nome di romanzo fu dato anticamente al racconto degli avvenimenti e che poi si applicò alle opere di fantasia; ciò testimonia in maniera inoppugnabile che le une sono derivate dagli altri.
Vi furono dunque romanzi scritti in ogni lingua, in tutte le nazioni, lo stile e i fatti dei quali furono ricalcati e sui costumi nazionali e sulle credenze acquisite dalle singole nazioni.
L’uomo è soggetto a due debolezze che sono connesse alla sua natura e la caratterizzano. Ovunque è indispensabile che egli preghi e sempre che egli ami; ed ecco in ciò la base di tutti i romanzi. Ne sono stati fatti allo scopo di illustrare gli esseri che egli implorava e di celebrare quelli che amava.
I primi, dettati dal terrore o dalla speranza, dovettero essere cupi, giganteschi, pieni di menzogne e di finzioni; così sono quelli che Esdra compose durante la schiavitù di babilonia. I secondi furono colmi di delicatezza e di sentimento; come ne è esempio la storia di Teagene e di Cariclo, di Eliodoro. Ma siccome l’uomo pregò e amò in ogni punto del globo gli fosse dato di abitare, vi furono i romanzi; vale a dire opere di creazione favolosa che ora dipingevano gli oggetti mitici del suo culto, ora quelli più reali del suo amore.
Vano è dunque accanirsi a ricercare presso questa o quella nazione preferita, la sorgente di un siffatto genere di scritti. Quanto è stato esposto deve persuaderci che esso è stato più o meno usato da ogni popolo, in ragione della propria maggiore o minore inclinazione, vuoi verso l’amore, vuoi verso la superstizione. (…)
Aristide di Mileto è il primo romanziere di cui dia notizia l’antichità; ma le sue opere non esistono più. Sappiamo soltanto che i suoi racconti venivano chiamati Milesie.

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