PAOLO SCHICCHI descritto da Vincenzo Consolo (da Nottetempo, casa per casa)

Paolo Schicchi,detto ‘il leone di Collesano’, (Collesano, Palermo, 31 agosto 1865 – Palermo, 12 dicembre 1950) è stato un anarchico italiano fautore della corrente antiorganizzatrice.

Scendeva da Collesano Paolo Schicchi in groppa al suo asino Chiachieppe, nome ch’egli dava al re Vittorio Emanuele, per incontrar don ‘Nzolo, gli altri compagni. Portava i suoi libri appena pubblicati, Il contadino e la questione sociale, Fra la putredine borghese, portava i giornali La zappa, Il piccone, La zolfara, L’Etna, Vespro anarchico, tuonava contro i Savoia, serpenti coronati, contro tutti gli aguzzini e tiranni, contro Mussolini e i suoi fascisti imbelli, contro Bonomi e Orlando loro manutengoli, contro il Pipì, i seguaci di Don Sturzo, contro i socialisti che stanno in parlamento. Diceva della propaganda del fatto, dell’atto individuale. Diceva di Ravachol Vaillant Emilio Henry, di Bresci, di Caserio, il ‘benefattore’ di Carnot – “… on l’avait bombardé president à cause de son imbecillité; le plus bete semblait le nec plus ultra des presidents. Grace à Caserio, on lui a decouvert une foultitude de qualité et de vertus…” citava ridendo da un libello scritto nel linguaggio basso di Parigi, nell’argot. Diceva di tutti i compagni sepolti in quel momento nei bagni di Sicilia, colonie confinare di Lipari Ustica Favignana Pantelleria. Sedeva sullo sgabello torno al desco e narrava pezzo a pezzo la sua vita eroica e tremenda come fosse una parte dell’opra, del cuntu o una puntata della Storia dei paladini di Francia di don Giusto Lodico. Era partito dal tempo dell’infanzia in seminario già sotto il vescovo di qua Ruggero Blundo, dalla fuga e dal passagio nel ginnasio pubblico, dagli studi in diritto prima in Parlamento e quindi nell’ateneo di Bologna. Ove era attratto dalle belle lettere e frequentava le lezioni del Carducci, il vate della terza italietta, ‘l’umil regal lecchino’ che poi sarà, ed ebbe per compagno il piagnone, la femminuccia Pascoli… Ah la viltà di celebrati poetastri, ah la gaglioffaggine proterva del grande dissoluto, del trombone prezzolato, del Rapagnetta, del paranoico D’Annunzio!… A fronte a questi egli opponeva la maschia forza, il verso acceso, la parola di rivolta, contro la ‘repubblicana borghesia bastarda’, del grande poeta catanese Rapisardi, l’autore del Lucifero, del Giobbe, del Canto dei mietitori… E recitava:

O benigni signori, o pingui eroi,
vengano un po’ dove falciamo noi:
balleremo il trescon, la ridda e poi…
Poi falcerem le teste a lor signori.

A Palermo, un giorno, aveva avuto il privilegio di portare in trionfo sulle spalle, insieme a un gruppo di studenti, il Vate altissimo (scarnito, lieve, baffi spioventi, cappellaccio, fiocco nero, palandrana e ombrello), “Professore, l’avvenire è nostro: pensiero e dinamite!
Narrava poi della diserzione dall’esercito, della fuga in Francia. Ove incontrò, in quell’anno a Parigi della Grande Esposizione, i compagni Cipriani Merlino Galleani, conobbe Faure Grave i fratelli Reclus Luisa Michel, lesse La revolte che l’illuminò. E della fuga a Malta con Merlino, poi in Sicilia. Per l’attentanto a Palermo alla caserma di cavalleria, con sola polvere, senza dinamite, è costretto a riparare in Svizzera e in Spagna. A Barcellona fonda El Provenir Anarchista e viene coi compagni incarcerato, dopo il sollevamento dei contadini di Xeres e la bomba provocatoria della polizia assassina nella processione – Extrania devocion! – bestilmente torturato e messo nella cella dei condannati alla garrotta. A Marsiglia, a Genova, a Pisa, dove è arrestato. Popolo,popolo!viva l’Anarchia! Grida alla stazione mentre lo portavan via. Al processo di viterbo, difeso da Gori Molinari Castelli Grignani, viene condannato a undici anni. Siete dei pecorai, viva l’Anarchia! Urla dalla gabbia ai giurati. Passa per carceri, per terribili torture, violenze, passa per Oneglia Alessandria Pallanza Orebetello. Torna dopo la pena a Collesano a fare il contadino. E ancora a Milano, a Pisa, a scrivere su La protesta umana, su l’Avvenire Anarchico. Quindi nella sua terra a far comizi contro gli interventisti, contro la guerra bella e igenica. Il giorno dell’armistizio, in piazza Pretorio a Palermo, dice con violenza dei responsabili della carneficina dei proletari, incita il popolo a mettere al muro Casa Savoia, i governanti, i fabbricanti d’armi, i generali… Ora stanco, provato dalla galera, dai patimenti, ma pure forte e indomito nei suoi cinquantacinque anni, è ancora a Collesano a fare il contadino, a studiare, a scrivere, a redigere giornali, a partecipare alle lotte, alle occupazioni delle terre sulle Madonie, a tuonare contro gli assassini dei sindacalisti, del suo amato compagno Panepinto…

*PAOLO SCHICCHI descritto da Vincenzo Consolo (da Nottetempo, casa per casa)


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