PENSAVA FOSSE QUELLA LA VECCHIAIA – Vincenzo Consolo (da L’olivo e l’olivastro)

Dopo anni, anni d’assenza, lontananza, dopo sconfitte, perdite, follie, afflizioni, ritornava sovente, rimaneva nel paese. Ritornava e stava chiuso nella casa, seduto a parlare con la madre. Parlare… Era lei, quando non chiudeva gli occhi e s’assopiva. Lui rispondeva alle domande.
Chi sei?
Tuo figlio.
Mah…
Pensava fosse quella la vecchiaia, quello sfilacciarsi, rompersi dei legami, allontanarsi poco a poco, procedere a ritroso.
Non vedo più mia madre. Tu diglielo di venire qui a trovarmi. Lo vedi, io non posso muovermi – e accennava al suo stare sulla poltrona. Poi alzava la mano che teneva il rosario, si segnava e cominciava a mormorare. Il suo piccolo mento si muoveva incontrollato.
La guardava, ne studiava la faccia, la pelle sottile e bianca, le venuzze azzurre, il neo sulla tempia, i capelli fini e lisci fermati dietro la crocchia, la bocca a grinze, le orecchie trasparenti, i buchi allungati dei lobi da cui pendevano gli orecchini. Ma presto provava imbarazzo, distoglieva lo sguardo, gli sembrava di violare l’intimità indifesa di quella donna che era stata sempre candida, innocente, il suo privato e lento allontanarsi. Fuori, di là del balcone, del terrazzo, del giardino – il noce, l’arancio vaniglia, il melograno, il fico bifero e il fico messinese, la palma e il banano… la senia sferragliante, l’asino cieco che gira all’infinito… – fuori è sempre uguale, immobile, le vecchie barde fradice sopra la spiaggia, il mare con le isole lontane, nitide per il maestrale che aveva spazzato la foschia.
La madre s’era addormentata. Si sentiva il suo respiro incerto, i brevi rantoli, vedeva le sue mani immobili sul grembo, il rosario abbandonato che formava un grumo nero. Aveva un viso lungo ora, le palpebre pesanti, la pelle rilassata.
Gli venne in mente una sequenza fotografica stampata in qualche rivista americana, d’un figlio che aveva fissato sulla lastra le immagini del vecchio padre che moriva.
Le sistemò sulle spalle lo scialletto, le pose sulle gambe una coperta. Passeggiava, fumava. Pensava ch’era stato lui per primo a rompere gli ormeggi, allontanarsi, via per tanto tempo.
Cosa credeva? Che quella donna, sua madre, fosse rimasta sempre lì, uguale, come il giardino, le barche, le isole, con il ricordo di lui sempre acceso? Il dolore sempre vivo per gli altri figli andati, scomparsi? Aveva mollato pure lei ( ma come, quando?) e ‘sera messa a camminare per la sua strada. Voleva annullare quel tempo, ritornare, lui, al punto di partenza, far tornare lei, vecchia Euridice, di là dall’ombra dell’oblio?
Mamma, o ma’…
Corse da lei.
Chi sei?
Tuo figlio.
Quale figlio?
Le si sedette di fronte come prima.
Come si fa a sopportare una vita di più di ottant’anni, carico di pene, di ricordi? A un certo punto ci si sgrava, si abbandona tutto, memoria, sentimenti, e si procede lievi verso la soglia estrema. Diciamo vecchiezza, sclerosi, e non è che una difesa, un naturale accorgimento per evitare ancora strazio.
Cos’era quel sostare nella casa della madre?
Era per cancellare un insopportabile presente, la Tauride dell’esilio e dell’offesa, saldare la frattura, colmare l’incolmabile voragine.
Se mia madre sapesse come sono in questo stato verrebbe a trovarmi. Perché non vai a dirglielo?
Le disse di sì e osservò ancora quella faccia, quegli occhi vivi, ma lontani. I quali poi si chiusero e diedero al volto l’aspetto d’una maschera severa.

——-> ALTRO DI : Vincenzo Consolo


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